ORHAN PAMUK.
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Istanbul.
I ricordi e la citt.
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Parte 2.

Titolo originale: Istanbul. Paterular ve gelir. 2003.
Traduzione di: Semsa Gezgin (con Marta Bertolini per: Autore implicito).
2006. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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20.   La religione.
21.   I ricchi.
22.   Navi sul Bosforo, incendi, povert, traslochi e altri disastri.
23.   Nerval a Istanbul: passeggiate a Beyoglu.
24.   La malinconica passeggiata di Gautier nei sobborghi.
25.   Sotto gli occhi dell'Occidente.
26.   La tristezza delle rovine: Tanpinar e Yahya Kemal nei sobborghi.
27.   Il pittoresco nei sobborghi.
28.   I miei disegni di Istanbul.
29.   La pittura e la felicit famigliare.
30.   I fumi delle navi nel Bosforo.
31.   Flaubert a Istanbul: l'Oriente, l'Occidente e la sifilide.
32.   Io e mio fratello: litigi e spintoni.
33.   Scuola straniera, straniero a scuola.
34.   L'infelicit  odiare se stessi e la citt.
35.   Il primo amore.
36.   Il battello del Corno d'Oro.
37.   Una discussione con mia madre: pazienza, prudenza e arte.
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FINE Indice.
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Capitolo ventesimo.
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La religione.
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Fino ai dieci anni, l'immagine di Allah che avevo nella testa era
assai precisa: era la figura di una donna sacra che aveva un'e-
spressione incerta, molto vecchia e avvolta in bianche lenzuola.
Nonostante somigliasse a un essere umano, non mi appariva come
le altre persone della mia fantasia, o come uno qualsiasi che pote-
vo incontrare per strada, poich stava a testa in gi e un po' in-
clinata. Quando pensavo a Lei, un po' per curiosit e un po' per
riverenza, tutte le immagini nella mia mente facevano un passo in-
dietro e la Sua figura, come nelle pubblicit e nei titoli di testa,
dopo aver girato un paio di volte, delicatamente, intorno a se stes-
sa, si manifestava pi nitida e saliva su, tra le nuvole, nel Suo re-
gno. Le pieghe del lenzuolo bianco erano molto ben ricamate, co-
me in alcuni disegni di statue che vedevo sui libri di storia. Quan-
do si presentava davanti agli occhi questa immagine di cui non si
scorgeva nulla, n le mani n le braccia, intuivo s di trovarmi di
fronte a una creatura molto forte, autorevole e suprema, ma a di-
re il vero non ne avevo cos tanta paura. Non perch credessi di
non essere un peccatore o di essere un'anima pura come l'acqua,
ma perch sentivo che questa entit lontana e importante non si
sarebbe affatto interessata alle mie fantasie assurde e alle mie col-
pe. Non mi ricordo di averla mai chiamata in aiuto, n di averle
chiesto qualcosa, perch mi accorgevo che si interessava non alla
gente come me, bens ai poveri.
Nel nostro palazzo si occupavano di questa immagine solo le
domestiche e i cuochi. Certo iniziavo a capire che Allah riguarda-
va non solo i poveri, ma tutta la gente del palazzo, almeno doveva
essere cos da un punto di vista teorico, tuttavia noi eravamo tal-
mente fortunati da non sentirne la necessit. Allah aiutava coloro
che soffrivano, i poveri che non potevano far studiare i figli, i
mendicanti per strada che invocavano continuamente il Suo no-
me e gli innocenti e i buoni che si trovavano in una brutta situa-
zione. Mia madre, quando alla radio parlavano dei villaggi lontani,
isolati dalla neve, o degli sventurati rimasti senza un tetto dopo
un terremoto, diceva: "Allah li aiuti!    Questa frase la si usava es-
senzialmente non come augurio, ma per toglierci il senso di colpa
che nasceva dalla nostra condizione di benestanti, e per eliminare
il vuoto provocato dall'impossibilit di fare qualcosa per chi ave-
va bisogno d'aiuto.
Con la nostra logica, aperta ai conti e alla matematica, sapeva-
mo che quella creatura della mia immaginazione, vecchia e dolce e
avvolta nelle lenzuola, non avrebbe dato retta alle nostre preghie-
re, perch non facevamo nulla per Lei. Invece i cuochi e le dome-
stiche del nostro palazzo, e l'altra gente povera che conoscevamo,
coglievano, diligentemente, ogni occasione per comunicare con Al-
lah, e facevano un mese all'anno il digiuno; la nostra domestica
Esma ad esempio, quando poteva, andava nella sua piccola stanza
a pregare sul suo tappetino, nei momenti di gioia, tristezza, felicit,
paura e rabbia; bisbigliava preghiere e nominava Allah pure quan-
do apriva o chiudeva la porta, oppure quando compiva un azione
per la prima o l'ultima volta, e anche in tante altre occasioni.
Quando questo contatto insistente che i poveri e i disperati ave-
vano con Allah non ci ricordava troppo che avevano bisogno di
aiuto, allora non ci infastidiva. Si pu dire che la loro fiducia in un
altro, l'esistenza di una forza che "avrebbe portato il loro peso",
ci dava pure sollievo. Ma talvolta questo conforto ci preoccupava,
anche perch un giorno coloro che non erano come noi potevano
usare Allah come un'arma contro di noi, se non altro per invidia.
Mi ricordo di aver osservato un paio di volte, attentamente,
pi per curiosit che per noia, la nostra anziana domestica mentre
pregava, e di essermi lasciato prendere dallo stesso fastidio. A me
che guardavo dalla porta socchiusa, l'inclinarsi e alzarsi lento di
Esma che stava sul suo tappetino a testa in gi e obliqua, proprio
come l'immagine di Allah nella mia testa, il gesto con cui poggia-
va la fronte a terra, il rallentarsi improvviso dei suoi movimenti
mentre si inchinava e si levava, sembravano gli atti supplichevoli
di chi conosce i propri limiti, e mi inquietavo e mi arrabbiavo sen-
za sapere esattamente il motivo. Durante questi momenti, che si
celebravano quando a casa non c'era nessuno o quando non si la-
vorava, mi innervosivo anche per il silenzio che dominava nella
stanza in penombra, interrotto ogni tanto dai bisbigli della pre-
ghiera. Ad attirare la mia attenzione era la mosca che procedeva
guardinga sul vetro della finestra. La mosca cadeva supina, e quan-
do il brusio delle sue ali quasi trasparenti, che si dibattevano fre-
netiche mentre tentava di rizzarsi, si mescolava al bisbiglio della
preghiera, volevo interrompere questo gioco snervante e cos ti-
ravo la sciarpa di Esma.
Sapevo dalle mie esperienze precedenti che interferire nella pre-
ghiera uguastava   la supplica. Mentre l'anziana donna cercava, de-
terminata, di finire per tempo la sua orazione come se nulla fosse
successo, mi lasciavo catturare dal lato artificioso, gratuito, di ci
che stava facendo (perch adesso fingeva di pregare), ma d'altra
parte mi faceva arrabbiare la sua volont di concentrare tutta la
forza spirituale su ci che compiva, e iniziavo a lottare con lei. Mi
inquietava il fatto che Allah potesse aprirsi un varco fra me e que-
sta donna che mi amava sempre molto, mi abbracciava e mi acca-
rezzava a ogni occasione, e mi presentava a coloro che mi trova-
vano simpatico per la strada come suo "nipote", sull'esempio del-
la mia famiglia che si inquietava di fronte ai tipi eccessivamente
religiosi. Comunque provavo rispetto per la sua determinazione a
proseguire nella preghiera, ma questa fedelt che aveva nei con-
fronti di un altro, all'infuori di noi, mi infastidiva e mi spaventa-
va. La paura che provavo, la stessa della borghesia laica turca, non
era per Allah, ma per la rabbia di coloro che credevano in Allah.
Qualche volta, mentre la signora Esma recitava le sue orazio-
ni, mia madre la chiamava per un lavoro, o perch voleva che ri-
spondesse al telefono. Allora mi toccava correre subito da mia ma-
dre e dirle che stava pregando. Talvolta lo facevo di buon grado,
ma altre volte, invece, mi fermavo anche se provavo un'inquietu-
dine strana, un misto di cattiveria e invidia, e aspettavo di vede-
re cosa avrebbe fatto. Oltre al desiderio di sapere se era pi for-
te la sua fedelt nei nostri confronti o verso Allah, volevo anche
combattere contro il mondo dove lei andava e tornava, talora, con
minacce furiose.
La signora Esma mi diceva: "Se mi tiri la sciarpa quando pre-
go, la mano ti diventa di pietra!" Le afferravo ugualmente la sciar-
pa e non diventavo di pietra. Ma come gli adulti che, nonostante
non credessero in nulla, erano tuttavia prudenti, a un certo punto
smettevo di giocare, perch avevo paura di poter diventare di pie-
tra. Come le famiglie moderate del nostro palazzo a un tratto an-
ch'io ponevo fine all'indifferenza e al sarcasmo nei confronti del-
la religione: mi accorgevo di trascurare la paura di Allah dei cre-
denti senza capirla, e collegavo superficialmente le loro convinzioni
e abitudini alla povert.
Mi sembrava che ripetessero sempre il nome di Allah perch
erano poveri. Era certo possibile che io arrivassi alla conclusione
diametralmente opposta, prendendo in considerazione l'atteggia-
mento di stupore e di disprezzo della mia famiglia nei confronti del-
la gente immigrata dalla campagna e di quella religiosa che prega-
va cinque volte al giorno: forse erano rimasti in quelle condizioni
per aver creduto cos tanto in Allah.
Un altro motivo per cui riuscii a sviluppare maggiormente l'im-
magine sacra di Allah avvolto nel lenzuolo bianco che avevo in te-
sta, e mantenni un rapporto assai vago con Lui, per paura e pru-
denza, consisteva nel fatto che a casa nessuno mi insegnava la re-
ligione. Forse perch non avevano nulla da insegnarmi: non ho mai
visto nessuno della nostra famiglia pregare o fare il digiuno o bi-
sbigliare una supplica. A questo proposito, i miei vivevano come
i borghesi francesi, lontani dalla religione, ma timorosi di doverci
poi fare un ultimo conto.
L'entusiasmo laico della Repubblica di Ataturk conferiva un
aspetto moderno e occidentale a questo vuoto che poteva essere
interpretato come una sorta di mancanza di princip, svogliatezza
o lontananza da ogni forma di religiosit, perci questa pigrizia
dell'anima brillava talvolta della fiamma "dell'idealismo", che nei
momenti necessari si metteva orgogliosamente in evidenza. Poi-
ch niente colm il vuoto della religione, il panorama spirituale
della famiglia era desolato come i terreni tristi, coperti di felci e
ruderi rimasti dalle demolizioni e dagli spietati incendi delle vec-
chie case signorili di legno.
A riempire questo vuoto e a rispondere alle mie curiosit (al-
lora perch erano state costruite tutte quelle moschee ?) furono le
credenze e le abitudini delle domestiche di casa nostra. Poich sen-
tivo frasi come "Se la tiri diventi di pietra", " rimasto ammuto-
lito", "L'ha preso l'angelo e l'ha portato in cielo", "Non iniziare
col piede sinistro", per me non fu difficile arrivare alla conclusio-
ne che la religione era una forma di superstizione o una "creden-
za alla cieca". Gli stracci che la gente legava ai mausolei degli sceic-
chi, le candele che si accendevano per Sofu Baba, a Cihangir, le
"medicine" che preparavano in cucina le domestiche per risolvere
i loro problemi, anzich andare dal dottore, i proverbi, i modi di
dire, le minacce e le proposte che trapelavano nella nostra casa re-
pubblicana ed europea tramite la lingua di tanti conventi e sette
vecchi centinaia di anni, mi avevano trasformato la vita in un gio-
co divertente di saltelli, secondo il quale talvolta non bisognava fi-
nire sui quadrati o sui cerchi ma evitarli. Ancora oggi, quando cam-
mino in una piazza grande o in un corridoio, sui marciapiedi, cer-
co di non calpestare le fughe tra le pietre, oppure salto i quadrati
neri e comincio a passeggiare saltellando, spinto da forme di su-
perstizione che mi creo cos, all'improvviso.
Il cumulo di credenze e divieti del genere, che prendevano il
posto della religione, a volte si mescolava ai suggerimenti di mia
madre, tipo "Non si indica col dito". Quando sentivo dire "Non
aprite la porta e la finestra, fa corrente", pensavo che ci fosse una
Corrente Baba di cui non si doveva disturbare l'anima, proprio co-
me Sofu Baba.
Ridurre la religione a un coacervo di regole strane e talora di-
vertenti, a cui si interessavano i ceti inferiori per disperazione, e
non vederla come un'attivit rivolta agli eventi del mondo e alla
nostra coscienza, attraverso Allah, le Sue parole, i Suoi comanda-
menti e i Suoi profeti, facilitava la Sua accettazione nella nostra
vita quotidiana, sempre in bilico tra Occidente e Oriente, con una
musica e una logica particolari. N mia nonna n la generazione
successiva, cio i miei zii le mie zie, mio padre e mia madre, face-
vano il digiuno, durante il Ramadan, ma la sera si aspettava l'ora
prestabilita con l'appetito di coloro che lo celebravano. Nelle gior-
nate d'inverno, quando la sera arrivava presto, il poker o la bazzi-
ca che mia nonna giocava con le sue amiche si trasformavano in un
incontro per il t, e le donne anziane e allegre che mangiavano in
continuazione durante quei momenti smettevano di abbuffarsi ver-
so l'ora di rompere il digiuno e vicino al tavolo da gioco si prepa-
rava minuziosamente un banehetto da ricchi religiosi, dove c'era-
no marmellate, formaggi, olive di tutti i tipi, brek e sucuk, e men-
tre alla radio si sentiva suonare il ney () che annunciava l'avvicinarsi
di quell'attimo, mia nonna e i suoi ospiti, come fossero digiuni sin
dalla mattina si chiedevano impazienti quanto mancasse ancora;
poi, dopo lo sparo del cannone aspettavano ancora un po' perch
il cuoco facesse uno spuntino in cucina, e quindi iniziavano a man-
giare con voracit. Ancora oggi, ogni volta che sento il suono del
ney alla radio, mi viene l'acquolina in bocca.

Una specie di flauto usato soprattutto nella musica dell'ordine derviscio
Mevlevi [N. d. T.].
La prima volta che mi portarono in una moschea, il mio pre-
giudizio sulla religione e sull'Islam trov la sua conferma. Non
fu una visita ufficiale: un pomeriggio in cui non c'era nessuno in
casa, la domestica Esma, non per amore d culto ma perch si an-
noiava, mi accompagn alla moschea senza chiedere alcun per-
messo. Un gruppo di venti, trenta persone, formato dalle dome-
stiche, dai cuochi, dai portieri dei ricchi di Niantai e dai pro-
prietari dei piccoli negozi delle vie intorno, stava seduto sui tappeti
con un'aria di solidariet e amicizia, pi che di venerazione, e
aspettava l'ora della preghiera spettegolando a bassa voce. Mi ri-
cordo di aver girato tra loro, mentre pregavano, di aver giocato in
un angolo lontano della moschea e di non essere stato fermato o
rimproverato da nessuno, anzi di aver ricevuto dolci sorrisi da mol-
te persone, come mi succedeva sempre durante l'infanzia. Impa-
rai poi che la religione era dei poveri, e capii che i religiosi erano
persone benevole al contrario delle caricature fatte sui giornali e
dell'atmosfera repubblicana a casa. E quando, da noi, l'atteggia-
mento sprezzante nei loro confronti si trasformava, a volte, in una
rabbia autoritaria, intuivo che tra gli aspetti innocenti e onesti di
quelle persone e la verit a cui credevano c'era una forma di in-
coerenza, e questo rendeva difficili i grandi progetti come la mo-
dernizzazione, l'europeizzazione e il progresso. Noi dovevamo vi-
gorosamente opporci alle bizzarre convinzioni di queste persone
"ignoranti", su cui avevamo il diritto di comandare perch era-
vamo benestanti, occidentalizzati e "positivisti", e ci non solo
nel nostro interesse, ma anche per il bene del paese. Capivo con
la mia mente da bambino che il discorso irritato di mia nonna fat-
to a un elettricista che interrompeva il suo lavoro per andare a
pregare alla moschea prendeva di mira non una piccola opera di ri-
parazione, ma le tradizioni e le abitudini che ci lasciavano in una
condizione di arretratezza.
Dagli articoli filo-Ataturk, dalle caricature di donne col cha-
dor e uomini dalla barba tonda, il rosario in mano, e dalle com-
memorazioni di Kubilay, il martire della Rivoluzione, intuivo che
queste credenze divertenti dei poveri potevano arrivare a dimen-
sioni terribili, tali da danneggiare, oltre a noi, anche lo stato e il
paese che pensavamo nostro, pi che loro; inoltre giustificavano
la nostra esistenza come classe dominante. Allora, facendomi pren-
dere da uno spirito da ingegnere - lo spirito amante della mate-
matica della nostra famiglia -, arrivavo alla conclusione che noi
eravamo "signori" non in quanto benestanti ma perch occiden-
tali e moderni. E questo pensiero era la causa del mio disprezzo
nei confronti delle famiglie ricche ma non occidentalizzate come
noi. Negli anni successivi, quando la democrazia progred sempre
pi e gli altri ricchi del paese abbandonarono la provincia, ven-
nero a Istanbul e si inserirono nella "societ", l'esistenza di al-
cune persone molto pi ricche di noi che non avevano assoluta-
mente tratto nulla dalla cultura occidentale e dalla laicit comin-
ci a creare delusione e rabbia nella nostra famiglia, perch mio
padre e mio zio si impoverivano con i continui fallimenti: se noi
meritavamo i nostri beni che stavamo perdendo, i nostri privile-
gi e i nostri lussi in quanto occidentalizzati, come si poteva spie-
gare la ricchezza di queste persone che alcuni sostenitori di sini-
stra, promotori dei colpi di stato, chiamavano "nababbi" e che
avevano le stesse idee degli autisti e dei cuochi su tanti argomen-
ti spirituali? (Allora non ne sapevo nulla di Mevlana e delle fi-
nezze del misticismo e della grande cultura persiana). La borghe-
sia occidentalizzata di Istanbul ha sostenuto tutti gli interventi
militari fatti da Ankara negli ultimi quarant'anni, e anche l'in-
tromissione dell'esercito nella politica, non per respingere gli at-
tacchi della sinistra (una sinistra cos forte, in Turchia, non c'
mai stata), ma per timore che le classi povere e i ricchi provincia-
li facendo della religione una bandiera, potessero unirsi contro il
loro stile di vita. Ho paura di rovinare l'armonia segreta di que-
sto libro entrando pian piano - invece di approfondire l'argo-
mento della religione - nel mondo dell'Islam politico, che ha po-
co a che fare con la spiritualit, e i colpi di stato.
Per me, il vero tema religioso  il senso di colpa. Durante la
mia infanzia mi sono sentito in colpa per non aver avuto abba-
stanza paura di quell'immagine femminile, sacra e avvolta nelle
lenzuola bianche, e per non averci creduto a sufficienza. Mi sono
sentito in colpa perch pensavo di essere diverso rispetto a coloro
che ci credevano. Ma proprio come il mondo illusorio dove ogni
tanto scappavo quando ero in preda allo sconforto, a un certo pun-
to ho abbracciato questi miei sensi di colpa, con tutte le mie for-
ze e un istinto infantile, come un'inquietudine che mi avrebbe ar-
ricchito l'anima, e colorato la vita. Questa inquietudine mi ha re-
so spesso infelice, ma mi ha fatto amare la vita non nell'attimo in
cui la vivevo, ma quando rimaneva alle spalle. Invece ero convin-
to che l'altro Orhan felice che sognavo spesso e viveva in un'altra
casa a Istanbul non avesse problemi religiosi n sensi di colpa.
Quando mi stancavo delle esigenze della fede e delle mie ansie, mi
mettevo a cercare quest'altro Orhan, che immaginavo andare al
cinema senza perdere tempo con quei problemi.
Ad ogni modo, durante la mia infanzia, ci sono stati dei mo-
menti in cui ho obbedito agli ordini della religione. Per esempio,
quando ero in quinta elementare, avevo un'insegnante che mi pia-
ceva ingraziarmi (adesso me la ricordo come una persona assai sgra-
devole e autoritaria): con un suo sorriso diventavo felice, quando
aggrottava le sopracciglia mi affliggevo. Questa donna anziana e
imbronciata, dai capelli bianchi, raccontava tutta emozionata "le
bellezze della nostra religione", dipingendola non come un proble-
ma di credenze, fede e modestia quale la sentivo timoroso io, ma
secondo un'estetica di razionalismo e utilitarismo. Secondo lei, il
profeta Maometto dava importanza al digiuno non solo ai fini del-
l'autocontrollo, ma anche perch era una "dieta" che faceva bene
alla salute. Le donne occidentali contemporanee, particolarmente
legate alla loro bellezza, scoprivano, dopo secoli, l'importanza vi-
tale della dieta. Anche la preghiera era una sorta di ginnastica che
stimolava la circolazione sanguigna e dava dinamicit al corpo. At-
tualmente, milioni di giapponesi, con un fischio, interrompono ogni
giorno il lavoro negli uffici e nelle fabbriche e, proprio come se pre-
gassero, fanno cinque minuti di esercizio fisico, per poi tornare ai
loro posti. Quando questa presentazione utilitarista e razionalista
dell'Islam corrispose all'amore per la fede e alla devozione spiri-
tuale che il piccolo positivista dentro di me nutriva, un giorno del
Ramadan, anch'io decisi di celebrare il digiuno.
Lo feci, influenzato dall'insegnante e per ottenere i suoi favo-
ri, per non glielo dissi. Quando comunicai la mia decisione a mia
madre, lei si meravigli e ne prov piacere, ma si preoccup an-
che. Mia madre, nonostante non avesse alcuna attitudine religio-
sa, era quella pi prudente di tutti noi che, comunque, seguivamo
l'idea del "non si sa mai,  meglio credere", per sapeva che il di-
giuno era una consuetudine di coloro che non erano occidentaliz-
zati. Non affrontai per nulla questo argomento con mio fratello e
mio padre. L'amore per la fede che avevo dentro si era trasfor-
mato, prima di fare il digiuno, in un sentimento per cui provare
imbarazzo e da nascondere. Cos il significato positivistico dei com-
piti religiosi che imparai dalla mia anziana insegnante era stato
sconfitto, ancor prima di manifestarsi, di fronte alla sensibilit e
ai toni delicati, sospettosi e spiritosi della mia famiglia nei con-
fronti degli status symbol. Celebrai perci il mio digiuno senza far-
mi scoprire da nessuno, senza vantarmi, e senza aspettarmi un
"bravo". Forse mia madre doveva dirmi che non era necessario
che un bambino di undici anni digiunasse. Invece si accontent di
prepararmi qualcosa per l'ora del pasto, pensando ai dolci e ai pa-
nini con acciughe che io divoravo. Lessi nei suoi occhi che da una
parte era contenta che suo figlio avesse timore di Dio, ma dall'al-
tra si preoccupava, credendo che io avessi un'indole distruttiva e
mi piacesse, pi di tutti, patire spiritualmente e soffrire.
L'esempio pi chiaro di questo comportamento ambiguo nei
confronti della religione era la festa del Sacrificio. Come doveva
fare ogni musulmano benestante, in quella occasione compravamo
un montone e lo legavamo nel giardino dietro Palazzo Pamuk, e la
mattina della festa l'animale veniva ucciso dal macellaio del quar-
tiere. Non mi piacevano molto le pecore e gli agnelli, perci non
mi si spezzava il cuore ogni volta che il montone, ormai ai suoi ul-
timi istanti, belava, come succedeva ai bambini dal cuore d'oro
protagonisti di alcuni romanzi illustrati. Anzi, ero contento per-
ch in breve ci saremmo liberati di questo animale brutto, stupi-
do e puzzolente, e mentre la carne della bestia macellata quello
stesso giorno veniva distribuita ai poveri riuniti per il pranzo, noi
mangiavamo un'altra carne, comprata dal macellaio con la scusa
che quella fresca aveva un cattivo odore, e bevevamo la birra vie-
tata dalla religione, e io intanto mi accorgevo che gli altri non vi-
vevano la spiritualit come un'inquietudine continua e una forma
di ansia, come la vivevo io. L'essenza del sacrificio era togliere la
vita a un animale anzich toglierla a un bambino, per dimostrare
la fede in Dio e cos liberarsi dei sensi di colpa, per noi facevamo
il contrario e anzich la carne dell'animale sacrificato, mangiava-
mo quella comprata dal macellaio, pi gustosa, cos compivamo un
atto per cui dovevamo sentirci in colpa.
Ma io vivevo in una casa dove le contraddizioni, e le incoerenze
spirituali ancor pi profonde, erano trascurate silenziosamente.
Pi che indifferenza verso la religione, era la mancanza di spiri-
tualit, la stessa che coglievo sovente nelle famiglie occidentaliz-
zate, ricche e laiche di Istanbul, a manifestarsi in questi silenzi:
tutti parlavano di tutto quando si discuteva di matematica, dei suc-
cessi scolastici, di calcio o di divertimento, ma si immergevano in
uno stupore e una solitudine triste allorch si trattava di argomenti
fondamentali come l'amore, l'affetto, la religione, il significato del-
la vita, la gelosia e il rancore, e quando soffrivano e volevano co-
municare e discutere di questi temi, senza riuscire a dire una pa-
rola, muovevano disperatamente e nervosamente mani e braccia,
come i sordomuti. Poi si ritiravano in silenzio nel loro mondo in-
teriore, ascoltando una musica alla radio e fumandosi una sigaret-
ta. Ecco, anch'io vissi quel digiuno, che celebrai con vera fede, in
un silenzio del genere. Non patii la fame, perch la giornata in-
vernale, buia, era comunque breve. Mentre mangiavo i cibi che
mia madre aveva preparato con acciughe, caviale e maionese, vi-
vande che contrastavano con la tavola tradizionale del Ramadan,
fatta di olive e sucuk, sentivo gioia e serenit nel cuore. In questo
consisteva il piacere di aver superato con successo un esame che
avevo deciso di sostenere da solo, pi che nella convinzione di aver
fatto qualcosa per Allah. Dopo essermi rimpinzato, quel pomerig-
gio andai al cinema Konak, di corsa sulle strade fredde a guarda-
re un film di Hollywood, dimenticando tutto, e non mi venne mai
pi in mente di celebrare il digiuno.
Comunque questo mio rapporto imbarazzato con la religione
non mi tenne mai lontano dai temi spirituali e metafisici. Pensavo
che Allah fosse molto intelligente, un'entit, come dicevano tut-
ti, che sapeva ogni cosa e avrebbe compreso il motivo per cui non
riuscivo a credergli, disposto certo al perdono. Se non avessi tra-
sformato la mia miscredenza in una sfida, in un attacco coscien-
te contro di Lui, Allah mi avrebbe capito, e avrebbe considerato
i miei sensi di colpa e il dolore per il mio ateismo come attenuan-
ti, senza prendere troppo in considerazione un bambino come me.
Non temevo Allah, ma la rabbia di coloro che Gli credevano.
Il secondo motivo che mi incuteva timore era la stupidit di que-
ste persone eccessivamente credenti, la cui intelligenza non pote-
va essere, in alcun modo, confrontata - Dio non voglia ! - con quel-
la di Allah, cui si rivolgevano con fede e devozione. La paura di
venire un giorno punito per non essere "come loro" non mi ab-
bandon per anni, e nei primi tempi della mia giovinezza influ,
pi dei libri teorici, sulla mia simpatia per le idee di sinistra. In-
vece ci che mi stup in seguito fu capire la mancanza di sensi di
colpa di molti abitanti di Istanbul, laici, occidentalizzati e non cre-
denti, per la loro situazione. Ho sempre immaginato che queste
persone, le quali non seguivano i precetti religiosi e disprezzavano
i fedeli per motivi sociali - proprio come gli snob cosiddetti "mo-
dernisti", che non tengono in nessun conto le abitudini culturali e
artistiche delle classi inferiori -, avessero stretto, in un certo mo-
mento della loro vita, un accordo segreto con Allah, ad esempio
dopo un incidente, oppure a seguito di un ricovero all'ospedale.
Ricordo di aver parlato, durante gli intervalli e in modo mal-
destro, di questi argomenti con un mio compagno delle medie che
adoravo per il coraggio che aveva avuto di non stipulare quel pat-
to segreto. Questo ragazzo diabolico, che proveniva da una fami-
glia molto ricca di impresari edili, e che andava a cavallo nel gran-
de giardino della loro stupenda casa sulla collina del Bosforo e rap-
presentava la Turchia nelle gare internazionali di equitazione,
quando mi vedeva tremare a un certo punto della discussione spi-
rituale alzava d'un tratto gli occhi verso il cielo e diceva: "Se c'
che mi uccida subito!", e poi aggiungeva con una spavalderia sor-
prendente: "Ecco, come vedi sono ancora vivo". Mi sentivo in col-
pa perch non ero temerario quanto lui e perch gli davo intima-
mente ragione, tuttavia non mi dispiaceva questa confusione men-
tale, anche senza rendermene conto.
Vivevo come un fatto personale i sensi di colpa, che nasceva-
no dalla mia lontananza non tanto da Allah, quanto dal senti-
mento di comunit religiosa che la citt condivideva. Questa ten-
sione metafisica tra credere e appartenere, all'et di dodici anni
lasci il posto alle mie curiosit e ai miei sensi di colpa sessuali, e
cos la forza delle mie ansie religiose diminu. Comunque ancora
oggi, ogni volta che incontro in mezzo alla folla, su una nave o su
un ponte, una donna anziana dagli abiti lunghi e bianchi, mi ven-
gono i brividi.

Capitolo ventunesimo

I ricchi


A met degli anni Sessanta, mia madre comprava ogni dome-
nica l'"Akam". L'"Akam" non era tra i quotidiani che si acqui-
stavano ogni giorno a casa nostra, perci la domenica mattina bi-
sognava andare in edicola a comprarlo e mio padre, sapendo da
mia madre lo voleva per i pettegolezzi dell'alta societ, pubblica-
ti nella rubrica "Avete sentito?" da una persona che si faceva chia-
mare Gul-Peri (Rosa Angela), ogni volta la prendeva in giro. Dal-
le battute e dalle frecciatine di mio padre intuivo che la curiosit
verso i pettegolezzi sull'alta societ era un vizio umano per due
motivi: primo perch i giornalisti che stendevano questi articoli,
dietro un soprannome, punzecchiavano invidiosi "i ricchi" di cui
facevamo parte anche noi, o volevamo credere di farne parte, e
mentivano in modo spudorato. Secondo, perch non dovevano
essere tanti i privilegi da invidiare nella vita dei ricchi, che erano
cos goffi da finire in quegli articoli di pettegolezzi pieni di fal-
sit. Comunque, i miei genitori leggevano quella rubrica e la pren-
devano sul serio:

- Auguri alla signora Fevziye Madenci, e che non capiti pi!
Sono entrati i ladri nella sua casa di Bebek, ma non si sa cosa
abbiano rubato. Un furto enigmatico: vediamo se la polizia lo
risolver.
- La signora Aysel Madra, l'estate scorsa non ha fatto ba-
gni in mare per l'operazione alle tonsille. Quest'estate invece
era felice ma un po' nervosa all'isola di Kurueme. Non chie-
detemi il motivo...
- La signora Muazzez Ipar  andata a Roma. Questa don-
na raffinata dell'alta societ di Istanbul non  mai stata cos al-
legra in nessun altro suo viaggio. Chiss perch... Grazie al si-
gnore che aveva accanto?
- Semiramis Sanay, che trascorre i mesi estivi a Buyukada,
ormai torna a casa sua a Capri. Poi andr a Parigi. L inaugu-
rer un paio di mostre di pittura. A quando la mostra di scul-
tura?
- L'alta societ di Istanbul ha subto dei malocchi. Le per-
sone che nominiamo spesso in questa rubrica si ammalano e
vengono operate. Per ultimo anche Harika Gursoy, che era
molto allegra, nei giorni scorsi, alla festa al chiaro di luna a ca-
sa della buon'anima di Ruen Eref, a amhca...

"Ah, ah! Anche Harika  stata operata di tonsille", commen-
tava, ad esempio, mia madre.
"Che si faccia togliere anche i nei dal viso, quella l!", replica-
va perfido mio padre, ma senza prendere molto sul serio la fac-
cenda.
Da questi discorsi intuivo che conoscevamo alcune di queste
"persone dell'alta societ" a cui il giornalista pettegolo alludeva
e di cui a volte scriveva anche i nomi, e capivo che mia madre in-
vidiava la vita di questi individui che erano sicuramente pi ric-
chi di noi. La condanna di mia madre contro la loro ricchezza ta-
lora si manifestava con l'espressione "Sono finiti sui giornali".
Come si pu comprendere anche dal verbo "finire", in questa fra-
se si celava sia una forma di sfiducia nei confronti dei quotidiani
di Istanbul che pubblicavano spesso notizie false, sia una forte
convinzione che il ricco non dovesse mettersi troppo in mostra.
Durante la mia infanzia e la prima giovinezza, ricordo che, ol-
tre a mia madre, molti ricchi di Istanbul alludevano alla necessit
di non mettere in mostra se stessi, i loro beni e, se l'avevano, il lo-
ro potere, e qualche volta la esprimevano anche apertamente: que-
sta particolare caratteristica dei vecchi agiati di Istanbul non era
assolutamente il risultato di una consuetudine alla modestia, di cui
andar fieri, o dell'etica del lavoro e del risparmio, secondo la logi-
ca protestante. Dipendeva soltanto dal timore dello stato. I sulta-
ni e le autorit ottomane, per secoli, avevano considerato una mi-
naccia tutti coloro - spesso erano dei pasci dal forte peso politi-
co - che si arricchivano eccessivamente a Istanbul, e li avevano
uccisi con qualche pretesto, confiscandone i beni. E gli ebrei, che
divennero cos potenti da concedere prestiti allo stato negli ultimi
secoli del periodo ottomano, e gli armeni e i greci, che emersero
con piccoli commerci e attivit artigianali, erano naturalmente
preoccupati al ricordo dei loro averi e delle loro fabbriche che ven-
nero loro tolti spietatamente dalla Tassa sul patrimonio, imposta
durante la seconda guerra mondiale, e dei loro negozi saccheggia-
ti ferocemente, era il 1955, nelle sommosse del 5-6 settembre.
Per questo motivo, i grandi proprietari terrieri che venivano
dalle province, oppure i ricchi industriali di seconda generazione,
erano pi coraggiosi nell'esibizione delle loro ricchezze e nel van-
to del loro patrimonio, rispetto ai benestanti di Istanbul. Natu-
ralmente, questo era considerato un atteggiamento ridicolo, da
"parvenu", dalle famiglie agiate di Istanbul intimidite dallo stato
oppure da quelli non pi ricchi - come noi - per l'incapacit nel
gestire le proprie fortune. Il capo della seconda famiglia pi agia-
ta della Turchia, Sakip Sabancl - il ricco di seconda generazione
che da Adana si era trasferito a Istanbul -, era una persona deri-
sa da tutti per questa sua condotta disprezzata e ritenuta sciocca
da parte dei benestanti di Istanbul, che lo consideravano bizzar-
ramente inquietante anche per il suo strano aspetto (mai mostra-
to sui giornali per paura che bloccasse la pubblicit delle sue azien-
de), ma grazie al coraggio provinciale nell'esibire il suo patrimo-
nio, dopo il 1990 pot fondare il museo privato pi importante di
Istanbul, a casa sua, come Frick a New York.
Un altro motivo per cui i ricchi di Istanbul della mia infanzia
nascondevano il loro patrimonio fra le pareti e dietro le porte, e
non avevano n collezioni n musei, era la paura, giustificata, che
i loro beni venissero considerati "contaminati". Poich lo stato e
la burocrazia si intrufolano avidamente ovunque si produca ric-
chezza ed  impossibile diventare agiati senza l'aiuto dei politici,
tutti possono immaginare che anche nel passato del ricco pi "one-
sto" ci siano macchie e punti oscuri. Dopo che finirono i soldi ere-
ditati da mio nonno, mio padre fu costretto a lavorare, per anni
presso Vehbi Ko, uno degli uomini pi ricchi della Turchia, ma
non prendeva mai in giro il suo accento da provinciale o le scarse
capacit del figlio, meno intelligente del padre; tuttavia nei mo-
menti d'ira raccontava che dietro al suo patrimonio c'erano le co-
de e le carestie della seconda guerra mondiale.
I ricchi di Istanbul della mia infanzia e giovinezza, pi che es-
sere persone solide che avevano guadagnato o continuavano a gua-
dagnare grazie alla loro creativit o alle loro trovate commerciali,
erano individui arricchitisi all'improvviso, che avevano colto la
grande occasione anche per la corruzione che c'era tra lo stato e
la burocrazia, e passavano il resto della vita a tentare di nascon-
dere (dopo gli anni Novanta questa paura  notevolmente calata),
proteggere e, alla fine, giustificare questa loro ricchezza. Non es-
sendovi alcuna attivit intellettuale dietro le loro fortune, queste
persone non avevano una grande predisposizione per i libri o la
lettura, n per altre occupazioni, come ad esempio gli scacchi. Quel
periodo ottomano in cui le persone, studiando e godendo di una
buona istruzione, potevano far carriera nello stato e diventare ric-
chi pasci, con la Repubblica era stato messo da parte, insieme al-
la cultura mistica, alle logge chiuse dei dervisci e ai loro testi or-
mai dimenticati; questo raffinato retroterra era stato abbandona-
to per sempre e si pensava che, con la rivoluzione dell'alfabeto
avrebbe lasciato il suo posto alla cultura europea.
L'unica impresa che questi nuovi ricchi di Istanbul, pavidi e
senza idee, giustamente impauriti dallo stato e spesso incapaci di
trasmettere i loro guadagni alle generazioni successive, riuscivano
a realizzare, per dare legittimit al loro patrimonio e sentirsi me-
glio, era farsi vedere pi europei di quello che realmente erano.
Usavano a questo scopo i vestiti, gli oggetti che compravano in Eu-
ropa e le ultime scoperte della tecnologia occidentale (dagli spre-
miagrumi ai rasoi elettrici): se li mostravano a vicenda e se ne tor-
navano a casa felici. Un buon esempio delle dimensioni sorpren-
denti che pu assumere il desiderio di occidentalizzarsi  costituito
da alcune famiglie di Istanbul arricchitesi grazie a un'attivit com-
merciale, che, vendendo tutto quello che avevano, andavano a vi-
vere in un quartiere senza pretese di Londra, e trascorrevano i gior-
ni guardando il muro del palazzo di fronte e la televisione inglese
che non capivano bene, invece di contemplare il Bosforo (esatta-
mente come un amico di mia zia, proprietario di un giornale e fa-
moso scrittore di rubriche), nonostante non avessero problemi
n con lo stato n con le leggi. Un altro esempio era far arrivare
istitutrici dall'Europa perch insegnassero la loro lingua ai figli,
come facevano una volta gli aristocratici russi; poi, come succede
in Anna Karenina e in molte altre famiglie, il padrone di casa ave-
va una relazione con questa insegnante.
Durante la Repubblica, la mancanza di un'aristocrazia di san-
gue nell'impero ottomano aveva creato difficolt ai ricchi di Istan-
bul, i quali intendevano mostrarsi "pi veri", "diversi", "specia-
li". Costoro hanno aspettato fino agli anni Ottanta per appro-
priarsi di tutti quei vecchi oggetti ereditati dalla cultura ottomana
e bruciati, per la maggior parte, insieme alle yalz, come esempi di
"antiquariato": solo allora hanno capito che collezionare i sim-
boli della cultura ottomana non contrastava con il processo di oc-
cidentalizzazione. Tutte queste storie che si narravano a casa no-
stra, fra risa e scherzi, sui ricchi, sulla loro natura, sulle loro usan-
ze e soprattutto sui loro modi di arricchirsi (quella che mi piaceva
di pi era la storia di uno che aveva accumulato una fortuna in
una sola notte, facendo arrivare una nave carica di zucchero du-
rante la prima guerra mondiale e ne aveva goduto per tutta la vi-
ta), e il fatto che anche noi una volta fossimo stati ricchi e conti-
nuassimo ancora ad apparire tali, mi hanno impedito, forse, di
considerare "misteriose" queste persone. Alcune erano lontani pa-
renti o conoscenti, o amici d'infanzia e di giovent dei miei geni-
tori, o abitanti di Niantai che finivano con un nomignolo sulla
rubrica "Avete sentito?", ma, ugualmente, quando le incontravo,
mi veniva la curiosit di conoscere la loro vita, perch il senti-
mento di provvisoriet e di vuoto, nato dalla loro incapacit nel
gestire il denaro, dall'indolenza e dall'ignoranza, le rendevano, a
volte, davvero speciali.
Ad esempio c'era un signore elegante, un vecchio amico di mio
padre, che diceva che "non aveva bisogno di lavorare" grazie alla
rendita dei molti beni ereditati dal padre pasci che aveva rico-
perto la carica di visir nell'ultimo periodo ottomano, ma non riu-
scivo a capire se lo diceva con tristezza o con vanto: dopo aver pas-
sato la maggior parte della mattina senza far nulla o leggendo i gior-
nali e guardando dalla finestra del suo appartamento a Niantai,
di pomeriggio si faceva la barba, si lisciava ben bene i baffi e si
metteva lentamente uno dei suoi vestiti pi eleganti, comprato a
Parigi o a Milano, per andare a prendere il t nella pasticceria del-
l'Hilton, dove trascorreva un paio d'ore: "Solo l mi sento in Eu-
ropa", aveva detto una volta a mio padre, aggrottando le soprac-
ciglia, come se gli confidasse un suo segreto molto speciale, e as-
sumendo un'espressione triste quasi a invocare comprensione per
questo suo grande dolore. Invece un'amica di mia madre, sempre
della stessa generazione, molto ricca e obesa, che io e mio fratello
imitavamo perch si rivolgeva a tutti dicendo "Ciao, scimmia, co-
me stai?", nonostante fosse lei a somigliare in realt a una scim-
mia, dopo aver trascorso tutta la vita a innamorarsi solo dei ricchi
e a rifiutare gli uomini che volevano sposarla perch non erano suf-
ficientemente europei e raffinati, verso i cinquant'anni era diven-
tata la moglie di un poliziotto intorno ai trenta, di cui diceva che
era "molto gentile, molto distinto"; poi, dopo il fallimento di quel
matrimonio, si era dedicata a raccomandare alle giovani ragazze
della sua classe sociale di trovare un marito ricco quanto loro.
Il motivo per cui queste persone anziane che si interessavano
sia alla cultura tradizionale sia a quella occidentale, discendenti
dei ricchi e dei pasci ottomani dell'ultima generazione occiden-
taleggiante, non riuscirono a trasformare in un solido capitale i be-
ni ereditati dai loro padri e dalle loro famiglie, o a partecipare con
la loro ricchezza al selvaggio sviluppo commerciale e industriale di
Istanbul, in crescita vertiginosa, era la consapevolezza di non po-
tere, a parte produrre e commerciare, neanche prendere il t in-
sieme a questi "commercianti volgari" che mitigavano i loro im-
brogli e raggiri con una sincera capacit di instaurare amicizie, e
con un forte senso di comunit. Quando andavamo nelle grandi
case signorili, oppure nelle ville di legno sul Bosforo di questi ric-
chi pi anziani che spesso non si accorgevano di venire inganna-
ti anche dai loro avvocati, assunti a protezione dei loro beni e in
difesa dei loro redditi, apprezzavo l'affetto particolare che mo-
stravano nei miei confronti, sapendo bene che la maggior parte
di loro preferiva i gatti e i cani agli uomini. Mi piaceva osserva-
re queste persone che vivevano nelle case di legno sul Bosforo che
costavano un patrimonio (se non venivano incendiate prima), tra
leggii, divani, tavoli intarsiati di madreperla, quadri a olio, scrit-
ture antiche, vecchi fucili, le storiche spade dei nonni, medaglie,
orologi giganti e tanti altri oggetti che avrebbero riempito dopo
dieci, quindici anni il negozio di antiquariato di Raffi Portakal;
mi piaceva vederle condurre una vita infelice e povera, nonostante
avessero tanti beni. Tutti avevano manie, a dimostrazione del lo-
ro rapporto problematico con la realt fuori dalle ville: uno, vec-
chio, magro e ossuto, che camminava col bastone, prendeva da par-
te mio padre e gli mostrava, con aria misteriosa, prima la sua col-
lezione di orologi e poi quella di armi, come se gli facesse vedere
fotografie di donne nude. Una signora anziana ci raccontava, con
le stesse parole di cinque anni prima, come si doveva scendere nel-
la rimessa delle barche, girando attorno a un piccolo rudere di mu-
ra, un'altra parlava bisbigliando perch non la sentissero le dome-
stiche, un'altra ancora, invece, poneva volgarmente una domanda
che preoccupava mia madre: le chiedeva di dove fosse il padre di
mio padre. Tra questi signori ricchi e grassi che lentamente pre-
sero l'abitudine di mostrare le loro case agli ospiti, quasi fossero
dei musei, ce n'era uno che ogni volta che andavamo a trovare ci
ripeteva una piccola storia di corruzione e scandalo di sette anni
prima, come se l'avesse letta quella mattina sull'"Hurriyet", stu-
pendosi sempre per le dimensioni che aveva raggiunto la spudora-
tezza in citt. A un certo punto di tutte queste storie, domande e
incontri, mentre mia madre continuava a controllarci con la coda
dell'occhio, capivo che noi non eravamo cos importanti per que-
sti "ricchi", come tentavano di farci credere, e volevo tornare a
casa il pi presto possibile. In particolare sentivo questa disugua-
glianza quando uno pronunciava male il nome di mio padre, o
quando pensava che mio nonno fosse un contadino di provincia,
oppure quando esagerava su un piccolo difetto, banale e ordina-
rio, della vita quotidiana (se arrivava a tavola dello zucchero in
polvere e non a zollette; se la domestica aveva le calze di un colo-
re sbagliato; se un motoscafo passava molto vicino alla villa) con
una rabbia spropositata, e lo faceva diventare una questione di vi-
ta o di morte, tale da dimenticare i suoi ospiti. I figli, i nipoti di
questa gente, chiunque fosse a casa in quel momento - anche un
mio coetaneo -, erano persone "difficili" che avrebbero litigato
con i pescatori al caff del quartiere, avrebbero picchiato uno dei
preti delle scuole francesi della citt, oppure si sarebbero suicida-
te, se non finivano rinchiuse in un manicomio svizzero.
Trovavo affinit fra queste persone e "i nostri", perch erano
cos legate ai loro beni, alle loro rabbie e manie da finire nei tri-
bunali, proprio come la mia famiglia di Palazzo Pamuk. Tra que-
sti individui che cenavano insieme, ridendo e scherzando, e poi
intentavano cause tra loro per le propriet, nonostante vivessero
da anni nella stessa casa signorile, proprio come mio padre, i miei
zii e le mie zie, c'erano quelli che prendevano troppo sul serio i ri-
sentimenti e stavano per anni senza parlare con gli altri membri
della famiglia, nella stessa casa, separando in due, senza remore,
la villa con un brutto muro di gesso, a partire dalla sua stanza pi
grande, quella panoramica, che dava sul Bosforo, con il soffitto al-
to e il balconcino (non si vedevano tra loro, ma sentivano tutto il
giorno i loro rumori, dalla tosse ai passi), e vivevano nella villa che
avevano diviso - "l'harem  mio, la rimessa  mia" - non per co-
modit, ma perch traevano motivo di felicit dai disturbi che riu-
scivano a procurare ai parenti pi stretti che odiavano; arrivava-
no anche a chiudere le vie che conducevano alla porta dei loro giar-
dini, con una serie di manovre pi o meno legali.
Osservare la continuazione delle liti famigliari anche nella ge-
nerazione successiva mi faceva pensare che questo tipo d'odio fos-
se una particolarit del benestante di Istanbul. I figli di una fami-
glia arricchitasi nel primo periodo della Repubblica, come mio non-
no, la quale abitava vicino a noi, in viale Tevikiye, a Niantai,
avevano diviso il terreno che il loro padre aveva comprato da un
pasci di Abdulhamit. Prima il fratello maggiore aveva fatto co-
struire, nella sua parte, un palazzo, seguendo le norme vigenti, e
perci all'interno e non proprio sul bordo del marciapiede. Dopo
un paio d'anni era stato l'altro fratello a far edificare un palazzo,
nell'altra parte del terreno, ma tre metri pi avanti e ostruendo
di proposito il panorama altrui. Allora il fratello maggiore aveva
fatto costruire un muro alto come un palazzo di cinque piani pur
di coprire il paesaggio che si vedeva dalle finestre laterali dell'al-
tro edificio.
Queste liti si vedono raramente tra le famiglie nuove di Istan-
bul, perch le persone trasferitesi qui dalla provincia, per soprav-
vivere ai disagi della citt si aiutano e si sostengono. Dopo il 1960,
quando la popolazione cominci a crescere e il prezzo dei terreni
aument velocemente, tutti coloro che vivevano a Istanbul da un
paio di generazioni e avevano avuto la possibilit di comprare dei
lotti si meravigliarono molto dei soldi che sembravano piovergli
dal cielo. La prima usanza che queste.persone adottarono per di-
mostrare che erano i vecchi abitanti ricchi di Istanbul era natu-
ralmente litigare tra loro per la divisione dei beni. Il pi giovane
dei due fratelli che erano proprietari di terreni nelle montagne e
colline incolte, dietro a Bakirky, e si erano straordinariamente
arricchiti con lo sviluppo della citt, aveva forse ucciso l'altro con
un colpo di pistola, all'inizio degli anni Sessanta, proprio per que-
sti motivi. I giornali da me letti attentamente insinuavano che die-
tro al fratricidio ci fosse anche l'amore del pi grande per la co-
gnata. Il figlio dagli occhi verdi del fratricida era un mio compa-
gno alle scuole elementari di ili Terakki, perci fui molto colpito
da questo omicidio di ricchi, a me cos vicino. Mentre le prime pa-
gine dei giornali si dilungavano nei particolari della storia di soldi
e amore, il figlio dalla carnagione bianca e i capelli rossi dell'as-
sassino entrava in classe vestito di un paio di pantaloni corti e una
giacca da contadino bavarese, e piangeva tutto il giorno in silen-
zio, con il suo fazzoletto in mano. Anche dopo quarant'anni, ogni
volta che passo da quella zona di Istanbul che porta il cognome del
mio compagno, dove vivono duecentocinquantamila persone, op-
pure quando sento il nome di quel quartiere che ormai  una pic-
cola citt, ricordo gli occhi rossissimi del mio amico che piangeva
con composta umilt.
Pure le famiglie di armatori, tutte del Mar Nero, erano solite
risolvere i loro disaccordi famigliari non come noi nei tribunali
dello stato, bens con un atteggiamento pi terra terra, ovvero con
le armi. La maggior parte di quegli individui aveva iniziato a lavo-
rare con piccole barche a vela, per poi mettersi a rivaleggiare per
gli appalti statali nel settore dei trasporti: a loro non piaceva la
scoperta occidentale della libera concorrenza, ma preferivano inti-
midire gli avversari con le loro bande, e quando si stancavano,
ogni tanto, di uccidere, vivevano brevi periodi di pace dandosi in
sposa le figlie, a vicenda, proprio come i principi medievali, per
riprendevano presto le faide, con queste figlie ormai parenti di
tutt'e due le parti costrette a soffrire; cos queste persone, che
non perdevano mai il loro spirito, passarono dalle piccole barche
a vela alle chiatte, poi alla gestione delle piccole navi da carico, e
arrivarono fino a dare in sposa la propria figlia al rampollo del
presidente della Repubblica, in un mare di feste "sfarzose col ca-
viale e lo champagne" che finivano sulla rubrica "Avete sentito?"
da mia madre attentamente studiata.
In queste occasioni mondane, matrimoni o danze, cui parteci-
pavano i miei genitori e qualche volta anche i miei zii e mia nonna,
si facevano fotografie che poi rimanevano per un paio di giorni sul-
la credenza, a casa nostra, e io riconoscevo in quei ritratti alcuni
conoscenti che frequentavamo, o alcuni personaggi ricchi e famosi
sempre sui giornali, e il politico che cercava di andare d'accordo
con loro; poi provavo a capire l'atmosfera della festa dai discorsi di
mia madre al telefono con la zia che ci andava pi spesso di lei. A
differenza dei divertimenti degli anni Novanta, annunciati a tutta
Istanbul dai fuochi artificiali e immersi in un tripudio di telecame-
re, giornalisti e modelle, durante le feste della mia giovinezza i be-
nestanti, pi che nutrire l'ambizione di esibire le loro ricchezze al
resto della citt, sentivano il bisogno di dimenticare le preoccupa-
zioni e le ansie incontrando i loro pari. Quando anch'io partecipa-
vo a questi eventi mondani, nonostante la confusione della mia
mente provavo subito una felicit particolare a mescolarmi tra i
ricchi. Leggevo questa gioia anche negli occhi lucenti di mia ma-
dre, mentre uscivamo da casa dopo esserci preparati tutto il giorno.
Questa era una sensazione che dipendeva pi dal fatto di essere in
mezzo ai ricchi, di venire considerato in qualche modo uno di lo-
ro, che non da quello di andare a un divertimento, di passare al-
legramente il tempo e di gustare cibi prelibati.
Quando entravo in una grande sala ben illuminata, oppure cam-
minavo fra i tavoli riccamente preparati, i padiglioni, i vasi, i ser-
vitori e i camerieri durante una festa estiva data in un giardino,
all'aperto, sentivo che i presenti erano molto felici di rivedersi, e
il fatto di trovarsi fra gli altri ricchi famosi li metteva di buonu-
more. Era per questo che guardavano la folla, proprio come mia
madre, per sapere chi c'era, e si rallegravano vedendo le altre per-
sone invitate insieme a loro. La maggior parte di questi individui
aveva accumulato patrimoni grazie a un colpo di fortuna o a un
imbroglio da dimenticare, pi che per la propria istruzione, la fan-
tasia o lo spirito di sacrificio, e traeva la sua serenit dalla quan-
tit di denaro, pi che dal talento: consapevole di trovarsi nello
stesso posto con gli altri ricchi noti per l'enormit del capitale, si
sentiva tranquilla e spensierata.
Invece io, dopo questi primi momenti, spesso mi facevo co-
gliere dall'ansia e cominciavo a sentirmi un estraneo. A volte mi
demoralizzavo nel vedere un oggetto che non avevamo a casa, o
uno strumento raro che non conoscevo (ad esempio un coltello
elettrico per tagliare la carne), oppure mi inquietavo nel consta-
tare che i miei genitori avevano una certa confidenza con queste
persone di cui raccontavano, ridendo, le vergogne, gli scandali e
gli imbrogli nascosti dietro la loro ricchezza. Dopo un po' scopri-
vo che mia madre, sinceramente felice di essere insieme a questi
individui, e mio padre, che forse faceva il cascamorto con una del-
le sue amanti segrete, non dimenticavano in realt le strane sto-
rie e i pettegolezzi che raccontavano a casa, ma fingevano soltan-
to di ignorarli. Non si comportavano cos, comunque, tutti i ric-
chi? Essere benestanti, forse, era uno stato di finzione perenne.
Ad esempio, in tante feste sentivo le lagnanze di molti ricchi di
Istanbul sul cibo offerto loro durante l'ultimo viaggio in aereo,
come se questo fosse un argomento di fondamentale importanza,
o come se, in realt, non passassero la maggior parte della vita a
mangiare piatti ordinari e senza pretese. Proprio come i soldi in-
vestiti ("portati segretamente", dicevano i miei genitori) nelle
banche svizzere, avevano nascosto la loro anima in un luogo si-
curo, lontano e difficilmente raggiungibile, e talvolta mi intristi-
sco pensando che per me  stato un cattivo esempio vedere que-
ste persone tranquille.
E talora capivo da un'insinuazione di mio padre che le loro
anime non erano poi cos distanti. Quando avevo vent'anni, per
criticare pesantemente la mancanza d'intelligenza e di spirito dei
ricchi di Istanbul, le loro false maniere per mostrarsi pi occi-
dentali possibile, le loro figure estremamente insignificanti e il lo-
ro modo di vivere timoroso, senza il sogno di una collezione o di
un museo e senza lo slancio di una passione, mi rivolgevo senza
peli sulla lingua agli amici di famiglia, ai compagni d'infanzia e di
giovent dei miei genitori e ai genitori di alcuni miei coetanei; al-
lora mio padre mi interrompeva sempre e, forse perch aveva pau-
ra che fossi infelice - ma questo pensiero mi venne in seguito -,
diceva che la signora (una bella donna) di cui parlavo era "in
realt" una "ragazza" molto buona, molto indulgente, e che bi-
sognava conoscerla a fondo per capirla.


Capitolo ventiduesimo
Navi sul Bosforo, incendi, povert,
traslochi e altri disastri


I continui fallimenti di mio padre e mio zio, le liti dei miei ge-
nitori e gli scontri fra la nostra famiglia di quattro persone e il gran-
de clan con mia nonna al centro mi insegnavano a poco a poco che
la vita era fatta, oltre ai divertimenti e ai piaceri - se ne scopriva
ogni giorno uno nuovo (il disegno, il sesso, l'amicizia, il sonno, l'a-
more, il cibo, il gioco, la contemplazione...) - e alle occasioni di
felicit interminabili, anche di disastri grandi e piccoli che arriva-
vano inaspettati, si infiammavano e si ingigantivano. Ormai ave-
vo imparato perfettamente che questi disastri potevano capitare
all'improvviso come le "mine vaganti" annunciate da una voce
molto seria ai marinai e a tutta Istanbul, con la relativa segnala-
zione delle coordinate all'uscita del Mar Nero verso il Bosforo, du-
rante il programma intitolato Avviso ai naviganti dopo il giornale
e il meteo alla radio.
In ogni momento i miei genitori potevano iniziare a discutere,
oppure al piano superiore scoppiava una lite per i beni della fami-
glia, oppure mio fratello, arrabbiato per qualcosa, a un tratto de-
cideva di darmi una bella lezione. E mio padre, arrivando un gior-
no a casa, poteva dirci, con la stessa tranquillit di quando an-
nunciava un suo viaggio, che l'appartamento dove abitavamo era
stato venduto o pignorato e dovevamo traslocare in un'altra casa.
In quegli anni abbiamo cambiato molte abitazioni. A ogni tra-
sloco, la tensione da noi aumentava, e diminuiva l'attenzione di
mia madre nei nostri confronti, perch era tutta indaffarata nel
controllo dei colli e della batteria da cucina avvolta in vecchi gior-
nali, e noi potevamo giocare e correre liberamente. A me prende-
va una strana malinconia mentre le credenze, gli armadi e i tavoli
che credevamo fossero pezzi inseparabili e inamovibili del panora-
ma interno del nostro appartamento abbandonavano la casa in mez-
zo ai facchini, ma mi consolava poi trovare una penna o una biglia
dimenticate da anni, o un giocattolo importante che credevo smar-
rito, giusto sotto la credenza. Negli alloggi dove traslocammo non
c'erano n la comodit n il calore di Palazzo Pamuk, a Niantai,
ma da queste case di Beikta e di Cihangir si vedeva molto bene
il Bosforo, perci non mi sono mai sentito infelice per essermi tra-
sferito in quei luoghi, e non mi sono mai pesate troppo le ristret-
tezze economiche.
Contro questi disastri tenevo sempre in serbo alcuni provvedi-
menti che mi trovavo da solo. Una di queste disposizioni, che na-
scevano dalla mia fedelt ideale a un ordine preciso, alle regole, al-
la loro armonia o alla loro ripetizione (non calpestare le righe, non
chiudere completamente alcune porte), o dal mio comportamento
esattamente opposto (incontrarmi con l'altro Orhan, fuggire nel
secondo mondo o litigare con mio fratello e cos crearmi da solo il
terremoto), era contare le navi che passavano dal Bosforo.
A dire il vero, sin da piccolo conto le imbarcazioni che passa-
no, su e gi, dallo stretto. Conto le petroliere rumene, le navi da
guerra sovietiche, le piccole barche a vela dei pescatori in arrivo
da Trabzon, la nave passeggeri bulgara, la flotta delle Linee ma-
rittime che va nel Mar Nero, la nave meteo sovietica, l'elegante
transatlantico italiano, le navi da carico piene di carbone, quella
di cabotaggio registrata a Varna, quelle da carico senza tinta, tra-
sandate e piene di ruggine, e quelle buie e fragili di bandiere e
paesi indistinti. Ma non conto tutto: ad esempio non considero i
motoscafi che portano, da una sponda all'altra del Bosforo, gli im-
piegati che vanno a lavorare e le donne che tornano dal mercato
con le loro borse a rete in mano, e non considero i traghetti del-
le Linee marittime che ormai conosco come le mie tasche, battel-
li che trasferiscono da un angolo all'altro della citt i passeggeri
tristi che bevono il t e si fumano la loro sigaretta, perch sono
parti inseparabili del mio mondo, come gli oggetti di casa mia.
Contavo le navi con una sorta di preoccupazione, qualche vol-
ta con malinconia, qualche volta con ansia, ma spesso senza qua-
si accorgermene. Mentre contavo le navi sul Bosforo, sentivo di
proteggere in questo modo l'ordine della mia vita. Quando ero
bambino, nei momenti di eccessiva rabbia o angoscia, quando
scappavo da me stesso, dalla scuola, dalla vita e mi perdevo libe-
ramente per le strade di Istanbul, smettevo di contare. Allora pro-
vavo la nostalgia dei disastri, degli incendi, di un'altra vita, e del-
l'altro Orhan.
Se spiego come ho cominciato a contare le navi forse si capisce
meglio questa mia fissazione. Allora, all'inizio degli anni Sessanta,
con i miei genitori e mio fratello abitavo in un piccolo apparta-
mento, con vista sul mare, di un palazzo che aveva fatto costruire
il mio nonno materno a Cihangir. Ero all'ultimo anno delle ele-
mentari; vuol dire che ero undicenne. Una volta al mese, prima di
addormentarmi, mettevo la sveglia, su cui era disegnata una cam-
pana, un paio d'ore prima del sorgere del sole, e verso l'alba mi sve-
gliavo in un buio silenzioso; poi, dato che non potevo accendere a
quell'ora, da solo, la stufa, per non morire di freddo entravo nella
stanza vuota dove talvolta dormiva la domestica e prendevo in ma-
no il mio libro di turco, quindi iniziavo a ripetere freneticamente
la poesia che dovevo imparare a memoria entro l'ora della scuola.

Bandiera, bandiera dei cieli,
Sventola bandiera gloriosa!

Come sanno tutti coloro che sono stati obbligati a imparare a
memoria un testo, una preghiera o una poesia, mentre cerchiamo
di scolpire in testa le parole non diamo molta importanza a ci che
vediamo. In quel momento, in un certo senso, gli occhi della men-
te si interessano alle immagini della nostra fantasia per facilitare
l'apprendimento. Cos, i nostri occhi, senza dare per nulla ascol-
to al cervello, sembrano contemplare il mondo per conto loro. Nel-
le scure mattine d'inverno, mentre studiavo a memoria una poe-
sia, tremante di freddo, guardavo il buio del Bosforo che si intra-
vedeva appena dalla finestra.
Quel Bosforo che si scorgeva fra i palazzi di quattro o cinque
iani fra i tetti e i camini delle case di legno gi in rovina che poi
p rebbero crollate, una dopo l'altra, nei dieci anni successivi, e i
minareti della moschea di Cihangir, appariva allora completamente
buio perch non era illuminato dai traghetti delle Linee maritti-
me, che non viaggiavano di notte. Talvolta i fari delle vecchie gru
che scaricavano le loro merci a Haydarpaa, dalla sponda asiatica,
o quelli di una nave da carico che passava in silenzio, oppure la fie-
vole luce della luna o di un motoscafo solitario, illuminavano que-
sta profonda oscurit e io mi accorgevo delle gigantesche zattere
arrugginite e coperte di alghe, della barca di un pescatore al largo
da solo e del candore di Kizkulesi, simile a un fantasma. In ogni
caso, il mare era spesso di un buio misterioso. Molto prima che
il sole nascesse dalla sponda asiatica, anche quando le colline co-
perte dai palazzi e i cimiteri con cipressi si illuminavano legger-
mente, il Bosforo appariva nero, e mi sembrava che quelle acque
sarebbero rimaste scure per sempre.
Nel buio della notte, mentre la mia mente era occupata con lo
studio, la ripetizione e i giochi misteriosi della memoria, il mio oc-
chio talora cadeva su qualcosa che passava lentamente sulle acque
agitate, ad esempio una strana nave o una barca da pesca che si era
messa in viaggio di buon'ora. Nonostante non prestassi alcuna at-
tenzione a quello che vedevo, il mio occhio controllava ci su cui
si era soffermato, forse per abitudine, e gli dava il permesso di at-
traversare il Bosforo solo quando capiva che era un oggetto abi-
tuale: s, una nave da carico, una barca da pesca con un faro spen-
to, dicevo tra me e me; il motoscafo che porta i primi passeggeri
dall'Asia in Europa; una vecchia nave meteo che sta raggiungen-
do uno dei porti lontani dell'Unione Sovietica...
Una di queste mattine, mentre studiavo a memoria una poesia,
rannicchiato sotto le coperte per il freddo, il mio sguardo cadde
subito su qualcosa che non avevo mai visto prima. Ricordo bene
di essere rimasto sbalordito, il libro dimenticato fra le mani. Que-
sto oggetto era un gigante che si allargava elevandosi dal mare, nel
buio della notte, e si avvicinava a me che lo guardavo dalla colli-
na pi vicina; con la sua grandezza e le sue forme era un fantasma
terribile, da sogno: una nave da guerra sovietica! Una mastodon-
tica fortezza galleggiante uscita all'improvviso, come in una favo-
la dalla nebbia e dal buio! Aveva diminuito la velocit e ora viag-
giava in silenzio, ma era un movimento cos pesante che, pure con
questo passaggio lento, faceva scricchiolare la cornice della fine-
stra e i pavimenti di legno della casa; faceva ticchettare le molle
della stufa attaccate male, e le pentole e le caffettiere nella cucina
buia; faceva vibrare i vetri della stanza riscaldata dei miei genito-
ri e di quella di mio fratello; faceva tremare in profondit e lenta-
mente, come se ci fosse una leggera scossa di terremoto, la disce-
sa lastricata che portava al mare, i cassonetti della spazzatura da-
vanti alle porte e tutto il quartiere, che sembrava desolato alle
prime ore del mattino. Allora era vero quel pettegolezzo che gli
abitanti si bisbigliavano a vicenda negli anni di guerra: le navi rus-
se, dopo mezzanotte, attraversavano silenziosamente il Bosforo.
Per un attimo mi feci prendere dal senso di responsabilit. L'in-
tera citt dormiva e soltanto io avevo visto questo gigantesco mo-
stro sovietico che andava chiss dove a compiere crudelt. Dove-
vo svegliare e avvertire Istanbul, e tutto il mondo. Inoltre, questa
situazione assomigliava anche a quella dei bambini coraggiosi ed
eroici delle riviste della mia infanzia, che salvavano la citt immersa
nel sonno notturno dal disastro delle alluvioni, degli incendi e de-
gli eserciti nemici. Ma non avevo in realt alcuna intenzione di usci-
re dal tepore del mio letto, che avevo riscaldato con tanta fatica.
Preoccupato, trovai una soluzione che per me divenne un'abi-
tudine: con tutta l'attenzione della mia mente aperta all'appren-
dimento della poesia, mi misi a contare le navi sovietiche! Cosa
voglio dire con questo ? Proprio come le leggendarie spie america-
ne di cui si diceva che fotografassero da una casa in collina tutte
le navi comuniste che passavano dal Bosforo (un altro mito nella
Istanbul degli anni della guerra fredda, probabilmente anche ve-
ro), registrai i dettagli della nave, tutto con l'occhio della mente.
Nella mia immaginazione collegai quella nave ad altre imbarcazio-
ni, alle correnti dello stretto e forse alla rotazione del mondo: co-
s resi la nave gigante un oggetto banale. Tuttavia, sapevo molto
bene che quanto veniva trascurato, non considerato, non identi-
ficato, poteva causare disastri terribili. Quindi iniziai a controlla-
re, ansioso, l'ordine del mondo e la mia felicit, contando non so-
lo l'enorme nave sovietica, ma tutte le grosse imbarcazioni in tran-
sito sullo stretto. Coloro che aurante gli anni di scuola ci avevano
insegnato che il Bosforo era la chiave della conquista di tutto il
mondo, il cuore geopolitico della terra e per questo motivo tutte
le nazioni e tutti gli eserciti, specialmente i russi, volevano con-
quistare il nostro bel Bosforo, be' avevano ragione.
Dopo l'infanzia, ho abitato sempre su una collina che vedeva
e controllava da lontano, tra i palazzi, le cupole e le colline, il Bo-
sforo. Proprio per questa esigenza spirituale di vedere, anche se
da lontano, lo stretto, nelle case di Istanbul la finestra che si af-
faccia sul mare  come la mirap nelle moschee, la nicchia che in-
dica la direzione della Mecca - come l'altare nelle chiese e nelle si-
nagoghe -, e nei soggiorni le poltrone, i divani, le sedie e il tavo-
lo sono sempre orientati verso il mare. E questa disposizione  alla
base di quell'immagine di Istanbul che si pu vedere da una nave
che sta entrando nel Bosforo dal Mar di Marmara, formata da mi-
lioni di avide finestre che si ostruiscono reciprocamente la vista
mettendosi spietate una davanti all'altra, aperte a spiare le im-
barcazioni e lo stretto.
Quando iniziai a condividere questa mia ansiosa abitudine
con le altre persone, venni a sapere che contare le navi che pas-
savano dal Bosforo non era soltanto una mia stranezza, ma era la
consuetudine di molti abitanti di Istanbul simili a me, di diverse
et, che davano un'occhiata dalla finestra e dal balcone allo stret-
to e contavano le navi per capire se i disastri, la morte o i grandi
Sconvolgimenti erano in arrivo o meno, mentre scorreva la loro
Vita quotidiana. Ad esempio avevamo un parente lontano che abi-
tava in una casa con vista sul Bosforo, in collina, a Serencebey,
vicino a Beilcta, dove avremmo traslocato anni dopo anche noi,
il quale si era preso l'impegno di annotare su un quaderno le navi
che passavano di l. E un mio compagno delle superiori afferma-
Va che 0na strana imbarcazione che vedeva - vecchia, arruggi-
nita e a pezzi, e di cui non si capiva il paese d'origine - portava
segretamente armi a un certo gruppo di ribelli ip Unione Sovieti-
a o avrebbe sconvolto i mercati internazionali per il petrolio che
aveva con s.
Queste manie possono essere considerate le conseguenze di una
cultura pretelevisiva in cui guardare dalla finestra e distrarsi era un
passatempo importante.  possibile ritenerle anche il prodotto se-
condario del piacere illimitato di osservare il panorama del Bo-
sforo. Ma dietro alla mia passione di contare le navi e alle fissa-
zioni di questo genere di molti altri miei conoscenti, c' un'altra
paura che la gente di Istanbul si porta dentro: la trasformazione
della loro citt, che un tempo filtrava la ricchezza di tutto il Me-
dio Oriente, in un posto misero e triste, desolato e pieno di rovi-
ne a causa delle guerre che l'impero ottomano ha intrapreso con
l'Occidente e la Russia. Questo mutamento ha reso gli abitanti di
Istanbul introversi e nazionalisti, continuamente sospettosi degli
stranieri, dei luoghi lontani, degli occidentali e, alla fine, di tutte
le novit e di tutto ci che reca un'impronta straniera. Inoltre
quelle persone, proprio come me da piccolo, non sono riuscite a
levarsi il timore dei disastri che potevano sconvolgere la loro citt
da un momento all'altro, la paura di sconfitte e rovine nuove, e
questo per centocinquant'anni.
Quando vado via da Istanbul, a volte, penso di volerci torna-
re il pi presto possibile per riprendere a contare le navi. Altre vol-
te invece, credo di potermi far cogliere pi velocemente dal sen-
so di tristezza e perdita, emanato dalla citt, se non conto pi le
navi . La tristezza, forse,  un destino inevitabile per uno come me
che ha passato tutta la vita a Istanbul, negli anni in cui ho vissu-
to io. Ma la volont di agire contro questo sentimento  impor-
tante anche perch trasforma quasi in un dovere l'oziosa contem-
plazione del Bosforo.
I disastri pi importanti che la citt ricorda meglio, e aspetta
con enotme trepidazione, sono naturalmente gli incidenti na-
vali. Questi eventi si vivevano con un forte senso di comunit
che avvolgeva tutta Istanbul. Sotto sotto, le disgrazie mi piace-
vano perch uscivano dalla solita routine, e intuivo che, alla fi-
ne, a noi non sarebbe successo nulla: mi sentivo in colpa, ma ero
felice.
Ad esempio, quando due petroliere cariche si scontrarono in
mezzo allo stretto presero fuoco dopo una grande esplosione -
l'incidente si intu dallo scoppio fragoroso e dal fumo delle fiam-
me, che oscur il cielo stellato - io avevo soltanto otto anni, ma
invece di aver paura ero colto dall'ardente desiderio di osservare
l'accaduto. Poi venimmo a sapere che erano esplosi anche i ser-
batoi petroliferi intorno, e in realt bruciava tutto il Bosforo. Co-
me succede in ogni incendio di notevoli proporzioni, prima qual-
cuno aveva visto le fiamme e il fumo poi aveva sentito delle vo-
ci, perlopi false, cos noi, nonostante le obiezioni delle madri e
delle zie, ci eravamo fatti prendere dall'irresistibile voglia di guar-
dare quell'incendio.
Mio zio ci svegli in fretta e, in macchina, ci port sulla colli-
na di Tarabya, dietro il Bosforo. Mi ricordo l'ansia e la tristezza
che provai nel vedere bloccata dalla polizia la strada litoranea.
In seguito avrei saputo con invidia che un mio compagno di scuola
aveva superato quel blocco grazie a suo padre, che aveva esibito la
sua tessera esclamando subito "Stampa!". Cos, nel 1960, in una
notte d'autunno, ormai verso l'alba, osservai con entusiasmo il Bo-
sforo andare in fiamme, in mezzo alla folla delle persone scese in
strada curiose, con le camicie da notte e i pantaloni in-
dossati in fretta e le pantofole ai piedi, i bambini in braccio e le
borse e i sacchetti in mano. In breve, i venditori di kagit helvast,
ciambelle, acqua, semi di zucca, polpette e sorbetti venuti da chis-
s dove, avevano cominciato a girare tra la folla, a vendere i loro
prodotti. Anche negli anni successivi li avrei sempre rivisti durante
lo spettacolo degli incendi straordinari, quelli delle ville di legno
e delle navi, sullo stretto.
La petroliera Peter Zorani, partita dal porto sovietico di Tvapse
verso laJugoslavia con undici tonnellate di cherosene in viaggio su
una rotta sbagliata del Bosforo secondo quanto venne poi scritto
sui giornali, si era scontrata con la petroliera greca World Harmony
che andava in Unione Sovietica a caricare combustibile e il chero-
sene fuoriuscito dalla nave jugoslava in un paio di minuti era esplo-
so in un boato sentito da tutta la citt. Dato che i due equipaggi
avevano abbandonato immediatamente le navi - qualcuno era
morto sul colpo -, le petroliere senza pi comando erano andate
alla deriva seguendo le correnti e i vortici forti e misteriosi dello
stretto, e navigando come palle di fuoco minacciavano i quartieri
delle due sponde, e poi Kanhca, le ville di legno di Emirgan e Ye-
niky, i serbatoi di petrolio e benzina e le popolose rive di Beykoz.
I luoghi che aveva dipinto una volta Melling come paradisi, o quel-
li che A. W. Hisar chiamava la "Civilt del Bosforo", erano avvol-
ti da fiamme, petrolio e fumi neri.
Vedendo avvicinarsi le navi spinte dalla corrente, gli abitanti
del posto abbandonavano le loro ville e le loro case di legno, le tra-
punte in mano, e con i loro bambini uscivano in strada, lontano
dalla riva. La petroliera jugoslava, prima dalla sponda asiatica era
stata trascinata verso la riva europea, poi era andata a speronare
una nave passeggeri di nome Tarsus, ancorata a Istinye, quindi an-
che questa imbarcazione, in breve, aveva preso fuoco. Quando le
navi incendiate arrivarono davanti a Beykoz, la folla che scappava
dalle case sulla costa era gi salita in collina, con gli impermeabi-
li messi di fretta sulle camicie da notte e le trapunte in mano. Il
mare era raggiante di fiamme e completamente giallo. I fumaioli,
gli alberi e i ponti di comando delle navi, trasformati in mucchi
informi di ferro scarlatto, erano distrutti. Il cielo era illuminato
dalla grande luce rossa riflessa dalle navi. Ogni tanto si sentiva
qualche scoppio: grandi pezzi di lamiera scendevano in mare co-
me brandelli di carta, uno accanto all'altro, e si sentivano grida
e urla dalle colline, e pianti di bambini.
Per una persona, cosa ci pu essere di pi educativo del vede-
re i luoghi dove si inebriava dei fiori primaverili passeggiando tra
i profumi dei siliquastri e dei caprifogli, e dove dormiva di un son-
no paradisiaco sotto i gelsi e contemplava il color argento delle
gocce d'acqua che cadevano dalle punte dei remi che muoveva len-
tamente per avvicinarsi, fra tante barche nel mare luccicante di
seta, a quella da cui proveniva la musica, e i giardini e i boschi
pieni di cipressi e pini, le grandi e vecchie ville di legno ancora in-
tatte - tutti questi luoghi avvolti dagli scoppi, dalle fiamme e da
un cielo scarlatto, con gli uomini in lacrime scappati con le cami-
cie da notte dalle loro case?
Come avrei capito in seguito, tutto era accaduto perch io non
avevo ancora iniziato a contare le navi. Il senso di colpa che pro-
vavo per i disastri non creava in me il desiderio di scappare e al-
lontanarmene, ma al contrario stimolava la mia tentazione di es-
sere nel luogo dell'evento, testimone oculare. Dopo, come per tan-
ti abitanti di Istanbul, dentro di me cresceva la strana, crudele
sensazione di avere in realt voluto quei disastri, ogni volta che
accadevano. Ma il desiderio di osservare l'evento, ed essere pre-
sente, era superiore a questo stato d'animo.
Anche Tanpinar, che aveva trascorso la sua vita affliggendosi
per la scomparsa dei resti della cultura ottomana colpiti dalla mo-
dernizzazione occidentale e dalla povert, e soprattutto per l'i-
gnoranza e la disperazione degli abitanti di Istanbul - argomenti
trattati profondamente nei suoi romanzi -, confessa nel capitolo
intitolato "Istanbul" delle sue Cinque citt che provava piacere
nell'osservare (anche lui, come Gautier, dice che questo senti-
mento somiglia a quello di Nerone) gli incendi delle vecchie case
signorili di legno. Il fatto pi strano  che Tanpinar, qualche pa-
gina prima, affermava sinceramente tormentato: "Le meraviglie
si sciolgono come il salgemma nell'acqua; diventano cenere e mas-
se di terra, una dopo l'altra, davanti ai nostri occhi".
Tanpinar, in quel periodo, dalla sua casa sulla salita di Tavuk
Umaz, a Cihangir - la stessa strada dove si trovava il palazzo fatto
costruire da mio nonno negli anni Cinquanta, da cui avevo visto
la nave da guerra sovietica -, aveva contemplato l'incendio della
villa di Sabiha Sultan e quello del palazzo di legno che fu la sede
del Parlamento ottomano e poi ospit l'Accademia delle belle ar-
ti dove insegnava. Per mitigare l'incoerenza fra la sua descrizione
"della colonna di fiamme e fumo, che in un attimo si alzava verso
il cielo e quindi crollava in questa grande e strana confusione" -
in realt l'incendio dur pi di un'ora e trasform l'ambiente in-
torno in una piacevole pioggia di scintille -, e la sua tristezza per
la sparizione di una delle costruzioni pi belle del periodo di Mah-
mut II, insieme a un'infinit di ricordi e opere (erano scomparsi
tutti i rilievi del maggiore archivista dell'architettura ottomana
Sedad Hakki Eldem), Tanpinar parla dei pasci ottomani, curiosi
di osservare i vecchi incendi. Elenca, con uno strano senso di col-
pa, uno dopo l'altro, tutti i pasci che, appena sentivano l'urlo "Al
fuoco!", accorrevano con le loro carrozze sul posto, muniti di co-
perte e pellicce contro il freddo, e attrezzati di cibi e caffettiera
perch le fiamme potevano durare a lungo.
I vecchi incendi della citt non richiamavano soltanto i pasci,
i saccheggiatori e i ladri, oltre naturalmente ai bambini e ai curio-
si, ma erano anche un maestoso divertimento caotico che gli scrit-
tori-viaggiatori occidentali, venuti a Istanbul dopo la met del XIX
secolo, sentivano il dovere di raccontare, a mo' di testimonianza.
Thophile Gautier, giunto qui nel 1852, racconta uno per uno, a
partire dal primo che vede (in quel momento sta scrivendo una poe-
sia al cimitero di Beyoglu), i cinque incendi che scoppiano durante
i due mesi che trascorre in citt. Naturalmente, per chi ama os-
servare le fiamme,  preferibile che avvengano di notte. Gautier,
mentre narra l'incendio di una fabbrica di colori, sulla riva del Cor-
no d'Oro, incendio che sparge fiamme multicolori verso il cielo
descrivendolo come un "panorama straordinario", rivolge la sua
attenzione, il suo occhio da pittore, alle ombre delle navi l di pas-
saggio, al dondolio della folla e agli scricchiolii del legno ingoiato
dal fuoco e del palazzo che crolla. Dopo un po' di tempo ritorna
nei luoghi dei disastri e cerca di vedere come una mania turco-mu-
sulmana l'accettazione della sventura, quasi fosse un "destino"
da parte di centinaia di famiglie che si riducono a vivere nelle ba-
racche costruite in un paio di giorni, con tappeti, materassi, cu-
scini, utensili da cucina e altri oggetti, tutti sottratti al fuoco.
Invece l'incendio era una parte cos inseparabile della storia ot-
tomana di Istanbul, ormai cinquecentenaria, che  li abitanti so-
prattutto all'inizio del XIX secolo, si premunivano contro questo
tipo di sciagure che colpivano profondamente la citt. Nel XIX se-
colo, per coloro che risiedevano nelle case di legno, sulle vie stret-
te, l'incendio, pi che un disastro, era un evento quasi naturale,
come un destino inesorabile. Se l'impero ottomano non fosse crol-
lato, Istanbul, all'inizio del XX secolo, avrebbe comunque perdu-
to la sua memoria e gran parte del suo splendore per gli incendi
che si susseguirono e di colpo ingoiarono migliaia di case, decine
di quartieri e ampie aree, lasciando un gran numero di persone sen-
za un tetto, povere e disperate.
Ma la gente che come me fu testimone degli incendi e dei crol-
li delle ultime ville, delle case signorili di legno e delle abitazioni
semplici della citt, negli anni Cinquanta e Sessanta, portava le
impronte di un'angoscia diversa da quella dei pasci ottomani, tut-
ti presi dall'osservazione, dalla contemplazione di questi incendi:
era l'ansia di desiderare fra sensi di colpa, mestizia e invidia la
scomparsa anche delle ultime impronte di una cultura e civilt
straordinaria, di cui non eravamo riusciti a essere i degni eredi, nel-
la nostra imitazione scarna, anonima e avventata della civilt oc-
cidentale a Istanbul.
Durante la mia infanzia e giovinezza, quando una delle ville di
legno iniziava a bruciare, in tutte e due le sponde del Bosforo si
radunava una folla curiosa di vedere questo spettacolo, e i moto-
scafi e le barche di coloro che volevano assistere si avvicinavano
pian piano alla villa in fiamme. Nei primi anni della mia giovent,
quando scoppiava un incendio sul Bosforo, con gli amici ci telefo-
navamo e salivamo in auto, a gruppi, per andare ad esempio a
Emirgan, e qui, mentre nelle vetture parcheggiate una accanto al-
l'altra ascoltavamo dal mangiacassette - una nuova moda - i Cree-
dence Clearwater Revival, con i toast al formaggio e il t e la bir-
ra portati dalla casa del t accanto, osservavamo le misteriose fiam-
me della casa di legno che bruciava sulla sponda asiatica.
In quei momenti, si parlava di tante cose: si diceva ad esempio
che durante gli antichi incendi i chiodi incandescenti piantati nel-
le pareti delle case di legno scattavano verso il,cielo e, dopo aver at-
traversato il Bosforo andavano a bruciare un'altra abitazione sulla
sponda europea. Ma si parlava anche degli ultimi pettegolezzi d'a-
more e di politica, delle partite di calcio e della stupidit dei nostri
genitori. E, ancor pi importante, se passava una petroliera buia da-
vanti alla casa signorile di legno che stava andando a fuoco, nessu-
no se ne interessava, nessuno la contava; perch il disastro comun-
que era gi successo. Negli attimi in cui l'incendio si intensificava
la sciagura si viveva in tutta la sua spaventosa ampiezza, e un cupo
silenzio cadeva tra di noi, nelle macchine; allora intuivo che ognu-
no, mentre guardava le fiamme immaginava le proprie sventure.
Qualche volta, nel sonno, sento quella paura che arriva dal
Bosforo, conosciuta e vissuta da tutti gli abitanti di Istanbul. Tra
la notte fonda e l'alba, a un certo punto mi sveglio con il fischio
di una nave. Quando sento una seconda volta nel silenzio della
notte, questo fischio profondo e forte che suona a lungo ed echeg-
gia nelle colline intorno allo stretto capisco subito che c' la neb-
bia. In queste notti suona tristemente a intervalli regolari, an-
che il fischio del faro di Ahirkapl che manda segnali dal punto
in cui il Bosforo raggiunge il Mar di Marmara. Cos, nel dormi-
veglia, mi appare davanti agli occhi l'immagine di una grande na-
ve che cerca di trovare la sua strada nelle acque mosse dello stret-
to avvolto dalla nebbia.
A quale paese appartiene questa nave? Quanto  grande? Co-
sa trasporta? Qual  la preoccupazione del capitano sul ponte di
comando e quale quella dei suoi collaboratori? Si sono fatti tra-
scinare dalla corrente, travolti da un'ombra scura che si avvici-
nava nella nebbia, oppure sono usciti dalla rotta giusta e, accor-
gendosi di essere su quella sbagliata, mandano segnali d'avverti-
mento? L'abitante di Istanbul, nel dormiveglia, sentendo i fischi
della nave che diventano man mano pi pressanti e disperati, re-
sta in bilico fra la pena e la preoccupazione, fra un sogno terribi-
le e la curiosit per ci che succede nel Bosforo. Nelle giornate
tempestose mia madre diceva: "Che Allah aiuti coloro che con
questo tempo viaggiano in mare!" D'altra parte, il presentimen-
to che ci sia un disastro, una sciagura tremenda vicino a noi ma
tale da non danneggiarci,  il miglior sonnifero per coloro che si
svegliano nel cuore della notte. Anche l'abitante di Istanbul, men-
tre conta, nel dormiveglia, i fischi della nave, si avvolge nella sua
trapunta e si addormenta. Forse, nel sogno, vedr se stesso sulla
nave nella nebbia, sull'orlo del pericolo.
In qualunque caso, la maggior parte di costoro, la mattina, di-
mentica di essersi svegliata nel cuore della notte con i fischi delle
navi nella nebbia, proprio come fa con i propri sogni. Ma i bam-
bini o le persone infantili se ne ricordano. Nel momento pi ba-
nale della vita quotidiana, in coda alla posta o durante il pranzo,
sentiamo dire da uno accanto a noi:
"Stanotte mi sono svegliato con i fischi delle navi".
Allora sento di aver fatto, nelle notti di nebbia, fin da piccolo,
lo stesso sogno dei milioni di cittadini che vivono sulle colline del
Bosforo.
Vorrei raccontare un'altra paura ricorrente nei sogni degli abi-
tanti delle ville di legno sulla riva dello stretto, attraverso il ricor-
do di un incidente impresso nella mia memoria, proprio come gli
incendi delle petroliere. In una notte di nebbia - se bisogna cita-
re la data esatta, era il 1963, la mattina del 4 settembre, alle quat-
tro -, una nave da carico di nome Arbangelsk, di 5500 tonnellate,
ehe stava trasportando a Cuba il materiale militare caricato nel
porto russo di Novorossisk, avendo tentato di proseguire il suo
viaggio nonostante la visibilit non superasse i dieci metri, era pe-
netrata per un tratto nella terraferma, a Baltalimani, e in un atti-
mo aveva demolito due ville di legno e ucciso tre persone.
"Ci siamo svegliati con un frastuono terribile. Pensavamo che
fosse caduto un fulmine sulla casa, e che l'edificio si fosse diviso,
scricchiolando, in due. Fortunatamente noi eravamo nella parte
non crollata. Quando ci siamo ripresi e abbiamo guardato intor-
no, ci siamo trovati davanti a un'enorme nave da carico, nel sog-
giorno del terzo piano".
I quotidiani, insieme alle testimonianze dei superstiti, avevano
pubblicato anche le foto della nave che era entrata nella villa di le-
gno, con la sua prua mortale, tra la fotografia del nonno pasci ap-
pesa alla parete, i grappoli d'uva nel piatto sopra la credenza, i tap-
peti, le credenze e i tavolini che, non essendoci l'altra met della
stanza, penzolavano ora nel vuoto come le tende e dondolavano al
vento, i quadri dorati e il divano rovesciati. Ci che rendeva irre-
sistibilmente terribili e attraenti queste foto era il fatto che gli og-
getti tra i quali la nave era penetrata spargendo sangue e dolore era-
no molto simili alle poltrone, credenze, sedie, tavolini, paraventi e
divani di casa nostra. Rileggendo negli archivi di trent'anni fa del-
la ragazza liceale morta che si era fidanzata poco tempo prima, gli
argomenti di cui avevano parlato, la sera, i superstiti e le persone
uccise, il dolore del giovane del quartiere che aveva trovato il ca-
davere della sua amata in mezzo alle rovine, ricordai come l'inci-
dente era stato discusso, per giorni, in tutta la citt.
Allora la popolazione non arrivava ai dieci milioni d'oggi, ma
era un milione, perci le sventure sul Bosforo erano vissute come
favole da raccontare e arrivavano a dimensioni leggendarie, non
certo come disastri ordinari di una citt caotica dove ognuno si
perde nella folla. Mi ha stupito che molti miei conoscenti, una vol-
ta saputo che scrivevo un libro su Istanbul, parlassero con nostal-
gia di quegli eventi, quasi con occhi lucidi, come se ricordassero i
giorni belli del passato, e mi ha sbalordito anche la loro insisten-
za perch mettessi nelle mie pagine le loro sciagure particolari.
Secondo loro dovevo assolutamente scrivere che, pi o meno
nel luglio del 1966, il motoscafo che portava i membri dell'asso-
ciazione dell'Amicizia turco-tedesca si era scontrato fra Yeniky
e Beykoz, con un'altra imbarcazione, carica di legname, che an-
dava nel Mar di Marmara, ed era affondato: tredici persone era-
no scomparse nelle acque buie del Bosforo.
La petroliera rumena Ploiesti, davanti agli occhi di un mio co-
noscente che con pazienza contava le navi sul balcone della sua
villa di legno, dopo un solo urto e in un lampo aveva diviso in due
e affondato una barca da pesca: questo lo dovevo assolutamente
scrivere.
Negli anni successivi, una petroliera rumena (Independenta) si
era scontrata con un'altra nave (la petroliera greca Euryali) al lar-
go di Haydarpaa, e il combustibile esalato aveva preso improvvi-
samente fuoco: la nave carica di petrolio era esplosa in un boato
terribile e tutti ci eravamo svegliati; questo non lo dovevo di-
menticare. E non l'ho dimenticato: nonostante fossimo lontani pa-
recchi chilometri dal luogo dell'incidente, la met dei vetri delle
finestre del nostro quartiere si era rotta, e le strade si erano co-
perte dei loro frammenti.
E poi c'era la nave che si era inabissata nel Bosforo con il suo
carico di pecore: il cargo, battente bandiera libanese, che traspor-
tava pi di ventimila pecore dalla Romania, il 15 novembre 1991
si era scontrato con la nave da carico battente bandiera filippina
di nome Madonna Lili, che trasportava grano da New Orleans in
Russia, ed era affondato insieme alle sue pecore. Quelle che era-
no riuscite a saltare dalla nave e avevano iniziato a nuotare erano
state tolte dall'acqua dagli abitanti di Istanbul che bevevano caff
e leggevano il giornale nelle case da t, sulla riva del Bosforo, ma
ventimila pecore sfortunate aspettano ancora qualcuno che le tiri
su dalle profondit dello stretto. Questo incidente era accaduto
sotto il secondo ponte, conosciuto come "Ponte del Conquistato-
re", ma non affronter l'argomento del suicidio, questa abitudine
molto diffusa in citt, soprattutto dopo gli anni Settanta, di but-
tarsi dal ponte, perch nelle vecchie collezioni che ho iniziato a
leggere riprendendo una piacevole consuetudine della mia infan-
zia, proprio in vista di questo libro, ho incontrato una notizia che
mi ha riportato alla mente che a Istanbul c'era un altro modo mol-
to diffuso di morire nel Bosforo. Eccone un esempio:

A Rumelihisan, un'automobile  volata nel mare. Nono-
stante tutte le ricerche fatte ieri [24 maggio 1952], non si 
potuto ritrovare n la vettura n le persone a bordo. Secondo
alcune testimonianze, l'autista, mentre volava verso il mare, ha
aperto la portiera e ha urlato "Aiuto", e poi, non si sa perch,
ha chiuso di nuovo la portiera e si  inabissato, insieme alla
macchina, nell'acqua. Si pensa che la vettura sia sepolta in un
punto profondo e lontano, a causa delle correnti.

E questo dai giornali di Istanbul, quarantacinque anni dopo, il
3 novembre 1997:

La vettura, di ritorno da un matrimonio, e dopo un volo a
Tellibaba, fuori dal controllo dell'autista che aveva assunto al-
col,  volata con nove persone a bordo nel mare, a Tarabya. 
morta una donna, madre di due bambini.

Quante volte ho sentito, letto e visto, in tutti questi anni, ca-
dere le auto nel Bosforo, e le persone scomparire nelle acque profon-
de! La vettura con a bordo bambini che strillano, amanti che liti-
gano, ubriachi che si burlano di tutto, mariti che tornano fretto-
losamente a casa, giovani che provano i freni della macchina nuova,
autisti distratti, persone tristi tentate dal suicidio, uomini anzia-
ni che non vedono bene al buio, lo sbadato che invece di inserire
la retromarcia mette la prima, dopo aver bevuto sulla scogliera il
t con i suoi amici, i quali non capiscono come sia potuto accade-
re, il vecchio tesoriere efik e la sua bella segretaria, i poliziotti
che contemplano il Bosforo e contano le navi, il principiante che
ha preso di nascosto la macchina aziendale per portare in giro la
sua famiglia, l'imprenditore di collant che  un amico di un vostro
lontano parente, padre e figlio con impermeabili dello stesso co-
lore, il famoso bandito di Beyoglu e la sua amante, e la famiglia di
Konya che vedeva per la prima volta il ponte sullo stretto. Quan-
do si cade in mare, non si affonda subito come la pietra: per un at-
timo sembra di galleggiare sull'acqua. Se tutto succede alla luce
del giorno, o alla luce dei lampioni o delle taverne, coloro che so-
no da questa parte del Bosforo, dove c' vita, possono vedere, in
quel brevissimo istante, il terrore dipinto sul volto di coloro che
stanno per passare, senza assolutamente volerlo, dall'altra parte
quella profonda. Poi l'automobile lentamente affonda nelle acque
buie dello stretto, e scompare.
Vorrei ricordare a coloro che sono a bordo della vettura ina-
bissatasi nelle profondit del Bosforo che le portiere non si pos-
sono pi aprire, perch lo impedisce la pressione dell'acqua. In un
periodo in cui molte macchine finivano in mare, un giornale, pro-
prio per offrire ai suoi lettori qualche utile consiglio, aveva pub-
blicato saggiamente una piccola guida, con disegni ben fatti:
COME SI PUO' USCIRE DA UN'AUTO CADUTA NEL BOSFORO
1. Non fatevi prendere dal panico. Chiudendo i finestrini
aspettate che l'acqua riempia completamente la vostra vettu-
ra. Alzate le sicure. Nessuno si muova.
2. Se la macchina continua a scendere verso le profondit
del Bosforo, tirate il freno a mano.
3. Quando le acque stanno per riempire completamente la
vostra auto, respirate ben bene per un'ultima volta e aprite len-
tamente la portiera, poi, senza agitarvi, uscite dalla macchina.

Avrei voluto aggiungere un quarto punto: se il vostro imper-
meabile non si aggancia, disgraziatamente, proprio all'ultimo mi-
nuto al freno a mano, potete salire in superficie. Se sapete nuota-
re, e arrivate a galla, vi renderete conto di quanto  bello il Bo-
sforo, nonostante la tristezza della citt, e di quanto  meravigliosa
la vita.

Capitolo ventitreesimo
Nerval a Istanbul: passeggiate a Beyoglu


Alcuni particolari dei disegni di Melling mi fanno venire i bri-
vidi. Il pittore aveva visto e ritratto alcune colline di Istanbul quan-
do in quei luoghi non viveva nessuno, non c'era neanche un edi-
ficio e non erano ancora state costruite le strade, le vie, le case e i
quartieri dove avrei passato tutta la vita. Osservare con la lente
d'ingrandimento i posti che poi avrebbero preso il nome di Yildiz,
Maka, Tevikiye ai bordi dei disegni di Melling, come colline de-
serte, coperte di pioppi, platani e orti, mi provoca un sentimento
simile al dolore provato dagli abitanti di Istanbul vissuti un tem-
po in quei luoghi, lo stesso che provo guardando le case bruciate, i
giardini delle ville signorili incendiate, le mura, gli archi demoliti
e le rovine. Scoprire che i luoghi considerati il centro della propria
vita e del proprio mondo, fin da bambino, e per questo ritenuti la
base di tutte le proprie informazioni, in realt sono nati da poco
(cent'anni prima della mia nascita),  irresistibilmente curioso e
sconvolgente, proprio come guardare il mondo che,ci lasciamo die-
tro, dopo la morte. Questo  il brivido di fronte all esperienza del-
la vita, davanti a tutti i rapporti umani costruiti nel tempo e agli
oggetti raccolti.
Provo lo stesso brivido anche in un certo punto di "Istanbul",
un capitolo del Viaggio in Oriente di Grard de Nerval. Il poeta
francese che era venuto a Istanbul mezzo secolo dopo i disegni di
Melling, nel 1843, in questo libro racconta della sua passeggiata
dal luogo che dopo cinquant'anni sarebbe diventato Tunel, cio
dalla loggia dei dervisci Mevlevi, a Galata, fino al posto che oggi
chiamiamo Taksim - proprio dove avrei passeggiato anch'io, cen-
toquindici anni dopo, tenendo per mano mia madre. Questa zona
si chiama oggi Beyoglu; la sua via principale, che dopo la Repub-
blica ha preso il nome di Istiklal, nel 1843 era conosciuta come
Grande rue de Pra. Nerval, superata la loggia dei dervisci Mev-
levi, si ritrova in un viale simile a quelli di Parigi: abiti alla moda,
negozi di biancheria intima, gioiellerie, splendide vetrine, confet-
terie, alberghi inglesi e francesi, caff e ambasciate. Invece, dopo
il punto che il poeta chiama Ospedale francese (oggi  il Centro di
cultura francese) la citt finisce in un modo sorprendente, im-
pressionante e, secondo me, anche terribile, perch Nerval descrive
la piazza, chiamata oggi piazza Taksim, che  il centro e la piazza
pi grande del mio mondo, e dove ho vissuto sin dalla mia infan-
zia, come un luogo deserto dove stazionano le carrozze e i vendi-
tori di polpette, angurie e pesci. Parla dei cimiteri situati qua e l
nei campi sullo sfondo; dopo cent'anni, tutto questo sarebbe spa-
rito. Ma la frase di Nerval incisa nella mia mente riguarda le pia-
ne della citt dove avrei trascorso tutta la vita, che mi sembrano
sempre "occupate da edifici molto vecchi": "Un altopiano enor-
me, infinito, ombreggiato da pini e noci."
Nerval aveva trentacinque anni quando arriv a Istanbul. Nel
1841 aveva avuto la prima di quelle crisi depressive che l'avreb-
bero portato a impiccarsi, nel 1855, a Parigi, ed era stato per un
periodo in manicomio. E l'attrice di teatro Jenny Colon, che lui
aveva amato per tutta la vita di un amore non corrisposto, era mor-
ta sei mesi prima. Nerval aveva intrapreso il suo "Viaggio in Orien-
te" fra Il Cairo, Alessandria, Cipro, Rodi, Smirne e Istanbul, im-
merso in questi dolori e naturalmente sotto l'influenza di Cha-
teaubriand, Lamartine e Hugo e dei sogni orientali romantici che
allora cominciavano a diventare una grande tradizione francese.
Se si considera l'intenzione di Nerval di raccontare l'Oriente, co-
me gli scrittori prima di lui, e la sua identificazione con la malin-
conia nella letteratura del suo paese, si pu pensare che il poeta
veda in Istanbul qualit molto speciali e preziose.
Ma Nerval, nella Istanbul del 1843, rivolge la sua attenzione
non alla malinconia, ma a ci che gliela poteva far dimenticare.
Del resto aveva intrapreso il suo viaggio in Oriente per lasciarsi
alle spalle le sofferenze, o almeno per nasconderle a se stesso e a
chi gli stava attorno. In una lettera indirizzata al padre aveva scrit-
to che il suo viaggio in Oriente "avrebbe dimostrato alle persone"
che la sua follia "era il risultato di un incidente" isolato, senza con-
seguenze, e aveva aggiunto, speranzoso, che stava molto bene di
salute. Possiamo pensare che pure Istanbul, che non aveva anco-
ra ricevuto il colpo della sconfitta, n la prova della povert e del-
la debolezza di fronte all'Occidente, non diede immagini tali da
alimentare nell'autore il suo sentimento di tristezza. Non dimen-
tichiamoci che questo  uno stato d'animo provato da coloro che
vivono in una citt devastata dalla sconfitta. Nerval, nel suo libro
di viaggio, scrive, con le parole della sua famosa poesia, che il so-
le buio della malinconia si vede, ogni tanto, in Oriente, ad esem-
pio sulle rive del Nilo. Invece nella Istanbul del 1843 si comporta
come un giornalista frettoloso che cerca materiale nei luoghi pi
ricchi, affascinanti ed esotici della citt.
Per questo motivo era venuto qui durante il Ramadan. Ci, dal
suo punto di vista, sarebbe stato come andare a Venezia durante
il carnevale. (Scrive che il Ramadan  un periodo sia di "digiuno",
sia di "carnevale"). Nelle notti del Ramadan, Nerval va a osser-
vare gli spettacoli di marionette Karagz e i panorami della citt
illuminata, poi va nei caff ad ascoltarne i racconti. Queste rifles-
sioni scritte da molti altri viaggiatori occidentali, dopo cent'anni
sono state messe da parte e dimenticate dagli abitanti di Istanbul,
a causa della tecnologia moderna, dell'occidentalizzazione e del-
l'impoverimento, e sono diventate argomenti di molti articoli e li-
bri di memorie dai titoli come "Le notti e i divertimenti dei Ra-
madan di un tempo". Dietro a questa letteratura, che da bambi-
no mi incantavo a leggere rimpiangendo il passato, e che mi aveva
preparato a quel giorno di digiuno, c' l'immagine di una "Istan-
bul turistica" che Nerval e molti altri osservatori occidentali han-
no addolcito, reso esotica e diffuso, influenzandosi a vicenda. No-
nostante deridesse gli scrittori inglesi che venivano a Istanbul e gi-
ravano, in tre giorni, tutti questi luoghi ameni e poi scrivevano di
getto un articolo o un libro, anche Nerval, come loro, si era reca-
to al convento dei dervisci a seguire una funzione e aveva aspet-
tato il sultano all'uscita del suo palazzo - l'aveva intravisto da lon-
tano (Nerval sostiene di essere stato faccia a faccia con lui, e che
anche Abdulmecit lo guard) ; poi aveva passeggiato a lungo nei ci-
miteri e aveva messo per iscritto le sue opinioni sull'abbigliamen-
to, le tradizioni e le usanze dei turchi.
Nerval, nel suo agghiacciante e singolare libro autobiografico
intitolato Aurelia o il sogno e la vita (secondo lui somigliava alla Vi-
ta Nova di Dante), di cui portava le pagine in tasca quando si im-
picc e che i surrealisti come Andr Breton, Paul Eluard e Anto-
nin Artaud ammiravano tanto, racconta come dopo il rifiuto del-
la donna amata non gli restassero altro che gli "svaghi grossolani",
e confessa in tutta onest che si distrae stupidamente osservando
l'abbigliamento e le usanze strane delle nazioni lontane, mentre
gira il mondo. Nerval, cosciente della superficialit, banalit e vol-
garit delle sue osservazioni di stampo giornalistico sulle consue-
tudini, vedute, donne orientali o notti del Ramadan, nel suo Viag-
io in Oriente aveva inserito lunghi racconti inventati da lui stes-
so, proprio come gli scrittori che sentono il bisogno di infilare un
brano nuovo e schietto quando si accorgono che lo slancio della lo-
ro narrazione va scemando. (Tanpinar, in un suo lungo articolo
sulle stagioni della citt, incluso nel volume Istanbul preparato in-
sieme a Yahya Kemal e A. Hisar, si chiede curioso se questi rac-
conti erano inventati o non erano piuttosto novelle ottomane tra-
dizionali, e afferma di aver fatto una ricerca in tal senso). Tra que-
ste narrazioni adatte al mondo dei sogni, alla profondit e intensit
di Nerval, ma che in realt non avevano molto a che fare con Istan-
bul, le osservazioni sulla citt hanno una funzione di cornice, in
stile Sheherazade. Nerval, che diceva sempre "proprio come nel-
le Mille e una notte" perch sentiva che i quadri da lui descritti non
erano sufficientemente forti, per lusingare il lettore termina il suo
libro affermando di "non aver raccontato i palazzi reali, le mo-
schee, gli hamam poich erano stati raccontati da tanti altri", ed
esprimendo un pensiero che, cent'anni dopo, avrebbe influenzato
ancora scrittori di Istanbul come Yahya Kemal e Tanpinar, di-
ventando per molti viaggiatori occidentali un luogo comune: se-
condo lui, "la povert e la sporcizia di alcuni quartieri di Istanbul
dai paesaggi pi belli del mondo" assomigliavano a una decorazio-
ne teatrale da vedere solo dalla platea, "senza andare oltre le quin-
te". Yahya Kemal e Tanpinar, che successivamente divulgarono
la loro immagine di Istanbul attraverso i racconti e le poesie, pro-
babilmente avevano intuito dalla lettura di Nerval che potevano
essere efficaci solo unendo la bellezza del paesaggio alla miseria
delle "quinte". Ma per capire meglio questa rappresentazione di
Istanbul sviluppata da questi due grandi poeti e scrittori, e sem-
plificata e diffusa dalle generazioni successive, invero nata, pi che
dalle vedute panoramiche della citt, dal racconto dell'impoveri-
mento e della storia, bisogna prendere in considerazione anche le
opere di un altro scrittore che arriv in citt dopo Nerval.

Capitolo ventiquattresimo
La malinconica passeggiata di Gautier nei sobborghi


Scrittore, giornalista, poeta, critico, romanziere, Thophile
Gautier era compagno di liceo di Nerval. Insieme avevano tra-
scorso la loro giovinezza, insieme avevano ammirato il romantici-
smo di Hugo, e per un periodo avevano vissuto molto vicini a Pa-
rigi, senza separarsi mai. Nerval, un paio di giorni prima del sui-
cidio, aveva cercato Gautier, e Gautier, dopo che Nerval si era
impiccato a un lampione, aveva scritto un articolo struggente.
Circa due anni prima (cio nove anni dopo il viaggio di Nerval
in Oriente ed esattamente cent'anni prima della mia nascita), nel
1852, gli eventi che provocarono l'alleanza tra l'Inghilterra, la Fran-
cia e l'impero ottomano contro la Russia, e poi la guerra di Crimea,
resero di nuovo interessante un viaggio in Oriente per i lettori fran-
cesi. Nei giorni in cui Nerval sognava un secondo viaggio, a Istan-
bul giunse Gautier. La velocit delle navi a vapore aveva ridotto il
viaggio tra Parigi e Istanbul a undici giorni. Gautier rimase qui set-
tanta giorni, e pubblic le sue impressioni prima sul quotidiano do-
ve lavorava, quindi, subito dopo, le raccolse in un'opera intitolata
Costantinopoli. Questo libro popolare e piuttosto corposo, tradot-
to in molte lingue, dopo l'omonima opera dello scrittore italiano
Edmondo de Amicis, pubblicata a Milano circa venticinque anni
dopo,  il migliore dei testi su Istanbul del XIX secolo.
Le memorie di viaggio di Gautier, rispetto a quelle del suo ami-
co Nerval, sono molto pi pregnanti, ordinate e fluide, perch lui
era un feuilletoniste: si dilettava di giornalismo d'arte e cultura e
scriveva romanzi d'appendice (secondo Gautier questa situazione
assomigliava a quella di Sheherazade, che era obbligata a inventa-
re ogni notte una storia); e poi era preso dalla fretta e dall'ansia di
divertire di chi sa di essere obbligato a scrivere, ogni giorno, un
articolo. (E per questo venne criticato da Flaubert). Ma queste sue
debolezze da giornalista, se lasciamo da parte i luoghi comuni e
gli argomenti gi pronti come i sultani, le donne e i cimiteri, tra-
sformarono il suo libro in una grande intervista alla citt. Ci che
rende importante questo reportage agli occhi di coloro che poi dif-
fusero la loro idea di Istanbul fra i suoi abitanti, come Yahya Ke-
mal e Tanpinar,  il suo comportamento da abile cronista, sempre
pronto a intrufolarsi "fra le quinte", nei sobborghi, tra le macerie
e nelle strade buie e sporche della citt, seguendo i consigli del suo
amico Nerval: in questo modo fa sentire per la prima volta al let-
tore quanto sia importante, oltre ai suoi panorami turistici, anche
la Istanbul povera e lontana.
Si capisce subito, fin dal capitolo intitolato "Viaggio", che
Gautier pensava al suo amico Nerval durante il tragitto verso Istan-
bul. Gautier, quando passa dall'isola di Citera, ricorda che qui
Nerval aveva visto un cadavere avvolto in stoffe unte, appeso a un
patibolo. (Baudelaire aveva poi usato questa immagine tanto ama-
ta dai suoi due amici, di cui uno si sarebbe impiccato, nella poesia
Un viaggio a Citera, ispirata proprio al libro di Nerval). Gautier,
arrivato a Istanbul, "si traveste da musulmano", come Nerval, per
girare pi liberamente per le strade. Anche lui giunge in citt du-
rante il Ramadan e ne loda i divertimenti. Proprio come Nerval, vi-
sita la parte asiatica, a Scutari, e segue le litanie dei dervisci Rufai:
poi gira nei cimiteri (bambini che giocano tra le lapidi!), assiste a
uno spettacolo di marionette Karagz, entra ed esce dai negozi, gi-
ra nei mercati con diletto e un'attenzione particolare per la gente
del posto, e proprio come Nerval si mette in testa di vedere il sul-
tano Abdulmecit mentre va alla moschea per la preghiera del ve-
nerd. Gautier, come la maggior parte dei viaggiatori occidentali,
fa alcune considerazioni ormai trite sulle donne musulmane, sul lo-
ro mistero e sul fatto che siano distanti e irraggiungibili (racco-
manda di non chiedere ai mariti come sono le loro mogli). Comun-
que riconosce che le donne passeggiano, magari non da sole, per le
strade della citt. Parla a lungo anche di Palazzo Topkapl, delle mo-
schee e dell'ippodromo, posti che Nerval non descrive perch li con-
sidera troppo turistici. Dato che tutti questi luoghi e argomenti
erano considerati dai viaggiatori occidentali di quel periodo posti
da vedere e argomenti da raccontare obbligatoriamente, non bi-
sogna ingigantire l'effetto di Nerval su questi temi "turistici". Ci
che rende molto gradevole il libro di Gautier  la sua fiducia in se
stesso, la sua capacit di osservare e scherzare e il fatto di avere
occhi da pittore: nonostante nutrisse le stesse curiosit dei gior-
nalisti occidentali per le stranezze e bizzarrie, quando  il caso rie-
sce a scherzarci su con la maturit dell'uomo di mondo.
Thophile Gautier aveva sognato di diventare pittore fino a
quando, a diciannove anni, non lesse le poesie di Hugo nelle O en-
tali. Era allora un critico d'arte molto brillante. Descrivendo i pa-
norami e le immagini di Istanbul, ricorse a un vasto vocabolario
pittorico, quale fino a quel giorno nessuno scrittore aveva usato
per la nostra citt. Mentre racconta la silhouette del Corno d'Oro
e di Istanbul, vista dalla pianura dove si trovava la loggia dei der-
visci Mevlevi di Galata, di cui parla anche Nerval, cio dalla piaz-
za Tunel di oggi - dove io e mia madre, terminata la nostra pas-
seggiata a Beyoglu, prendevamo il tram della linea Maka-Tunel -,
dopo aver detto "Il panorama aveva una bellezza cos strana che
sembrava surreale", descrive i giochi di luce tra i minareti, le cupo-
le e le moschee di Santa Sofia, Beyazit, Suleymaniye, Sultanah-
met, le nuvole, le acque del Corno d'Oro, i cipressi a Sarayburnu,
i giardini chiusi e "il cielo" dietro, "di un azzurro madreperlaceo
incredibilmente delicato", con il gusto di un pittore che conosce
le finezze del suo quadro e la fiducia di uno scrittore che sa ci che
fa, a tal punto che anche il lettore che non ha mai visto questo pa-
norama ne pu trarre godimento. Ahmet Hamdi Tanpinar, che 
l'autore di Istanbul con l'occhio pi aperto ai panorami della citt
e al cambiamento del suo paesaggio attraverso i "numerosi giochi
di luce", ha imparato molto da questo linguaggio e da questa at-
tenzione di Gautier. In un articolo scritto durante la seconda guer-
ra mondiale, Tanpinar, mentre riporta esempi sulla svogliatezza
dei romanzieri turchi nel guardare e raccontare gli oggetti intorno
a loro, citando alcuni scrittori occidentali ricorda come Stendhal
Balzac e Zola fossero presi dalla pittura, e aggiunge che Gautier
era lui stesso un pittore.
Il suo talento nel trasmettere con la scrittura il panorama im-
merso in tutte le sue luci, qualit e finezze, quasi fosse uno stato
d'animo, gli serv per elaborare un testo molto brillante dopo le sue
passeggiate fra le "quinte" della citt, nelle strade secondarie e (ci-
tando l'espressione poetica di Yahya Kemal, che lo leggeva atten-
tamente e lo stimava) "nella Istanbul povera e lontana". Gautier,
prima di recarsi nei vicoli, ai piedi delle mura cittadine, scrive di
aver saputo, grazie agli avvertimenti de suoi amici che avevano vi-
sitato Istanbul prima di lui, che i panorami straordinari della citt,
proprio come "le decorazioni teatrali" che richiedono luce e un
chiaro punto di vista, perdevano il loro fascino se osservati da vi-
cino: ci che da lontano sembra un panorama incantevole in realt
 la colorazione uscita "dalla tavolozza del sole" delle strade stret-
te, ripide, sporche e banali, e delle masse di case e alberi confusi.
Ma Gautier aveva anche un occhio in grado di vedere l'am-
biente sporco e disordinato, "bello" e triste. Sapeva sentire, in-
sieme a una forma di ironia, l'entusiasmo sincero di fronte alle ro-
vine greche e romane della letteratura romantica, e davanti ai re-
sti delle civilt passate. Gautier, durante la sua giovinezza in cui
sognava di diventare pittore, trovava molto seducenti, di notte,
alla luce della luna, le rovine delle case vuote - secondo Balzac ri-
cordavano delle tombe - nel cul-de-sac della Doyenne, vicino al
Louvre dove abitava con Nerval, e i resti della chiesa di Saint-Tho-
mas-du-Louvre.
Dal suo albergo a Beyoglu, sulla collina di Galata, era sceso a
riva, sul Corno d'Oro, e dopo essere passato dal ponte di Galata,
che chiamava "il ponte fatto con le barche", era andato con la sua
guida francese a Unkapanl, verso nordovest, all'interno dei quar-
tieri della citt - come disse poi: "Ci siamo immersi nel labirin-
to". Scrisse che la loro solitudine aumentava man mano che si al-
lontanavano, con i cani ringhianti che li seguivano. Ogni volta che
leggo le sue descrizioni delle case di legno demolite e annerite,
le malmesse fontane senz'acqua, le tombe trasandate e le lapidi
sprofondate, penso che questi luoghi, anche cent'anni prima, tran-
ne le strade lastricate, erano uguali a ci che vedevo io girando con
la macchina di mio padre. Gautier prest attenzione, proprio come
me, alle case di legno dalle facciate buie, in rovina, ai muri di pie-
tra, alle strade vuote e ai cipressi che sono quasi complementari ai
cimiteri. Questo panorama che avrei visto io, cent'anni dopo, du-
rante gli anni giovanili, passeggiando da solo nei quartieri pove-
ri e non occidentalizzati della citt, e di cui avrei poi testimonia-
to dolorosamente la scomparsa nell'arco di trent'anni per gli in-
cendi e la cementificazione, l'aveva ormai stancato, tuttavia aveva
continuato ad avanzare "da una strada all'altra, da una piazza al-
l'altra". Il richiamo alla preghiera, come era parso anche a me
nell'infanzia, gli era sembrato un monito verso le case "cieche,
sorde e mute che si demolivano spontaneamente in silenzio" in
questi quartieri. Aveva contemplato i rari passanti, una donna
anziana, una lucertola che scompariva fra le pietre e i pochi bam-
bini che tiravano sassi all'abbeveratoio di una fontana ormai di-
strutta - sembravano usciti dalla tempera di Maxime du Camp,
fotografo che era venuto a Istanbul con Flaubert due anni prima
di lui -, attratto dallo scorrere del tempo, una percezione molto
adatta a questo panorama. Quando aveva avuto fame, aveva av-
vertito la mancanza delle trattorie e dei negozi dall'altra parte del-
la citt, e aveva mangiato ci che aveva raccolto dai gelsi che an-
cora oggi, dopo centocinquant'anni, mentre scrivo queste pagine,
colorano i vicoli della mia Istanbul, nonostante lo sviluppo degli
agglomerati urbani. La sua attenzione verso la parte viva della
citt, al di l del suo degrado, verso la vita di quartiere, si nota
pure quando parla del quartiere greco Samatya o di quello ebreo
Balat, che lui chiama "il ghetto della citt". Aveva trovato piene
di fessure le facciate delle case di Balat, e sporche e fangose le sue
strade, ma aveva notato invece che i quartieri greci di Fener era-
no pi curati; tuttavia, durante queste passeggiate, vedendo un
muro o i ruderi di un grande acquedotto rimasti dai tempi bizan-
tini fra le strade, le case e gli alberi, aveva sentito, pi che la sta-
bilit della pietra e del mattone, la precariet del legno.
Il lato pi impressionante di questi percorsi stancanti e scon-
volgenti, e di tutto il libro,  ci che Gautier prova mentre cam-
mina fra questi quartieri lontani e remoti della citt, e le mura ri-
maste dall'epoca bizantina. Gautier trasmette molto bene al lettore
la solidit di quelle mura, la loro forza, il loro stato di abbattimen-
to, le loro crepe, e il fatto che il tempo le abbia consumate a poco
a poco: quelle crepe lunghe quanto la torre (quando ero bambino
mi facevano paura), i pezzi crollati e i merli inclinati (tra il perio-
do di Gautier e il mio c' stato il grande terremoto del 1894, che
ha rovinato ancor di pi le mura), l'effetto dell'erba cresciuta fra
le crepe e dei fichi venuti su in cima alle torri, la solitudine di tut-
te queste zone dove si allargano quei ruderi, e il silenzio dei quar-
tieri lontani e poveri. " difficile credere che dietro queste mura
morte ci sia una citt viva!", scrisse Gautier. E alla fine di questa
lunga passeggiata nelle periferie distanti e desolate della citt, il
nostro scrittore comment: "Da nessuna parte esiste un percorso
cos malinconico come questo di cinque chilometri e mezzo, da un
lato coperto di rovine e dall'altro di cimiteri".
Perch mi rende cos felice il fatto di sentire dagli altri che
Istanbul  una citt triste? Perch mi sforzo cos tanto di spiega-
re per bene al lettore che il sentimento che mi comunica la mia
citt, dove ho passato tutta la vita,  la malinconia?
Non ho alcun dubbio che lo stato d'animo fondamentale che
ha dominato la citt in questi ultimi centocinquant'anni (1850-
2000), e che la citt ha diffuso intorno a s,  inesorabilmente la
tristezza. Ci che tento di raccontare  la scoperta di questo sen-
timento come concetto, la sua definizione, la sua articolazione, le
sue prime apparizioni nelle opere di eccellenti poeti francesi (Gau-
tier sotto l'influenza del suo malinconico amico Nerval). Perch 
stato sempre cos importante per me ci che pensavano Gautier e
gli altri occidentali della mia citt, della sua vita e delle sue carat-
teristiche?

Capitolo venticinquesimo
Sotto gli occhi dell'Occidente


Tutti noi, sia come individui sia come societ, ci preoccupia-
mo fino a un certo punto di ci che pensano di noi gli stranieri e
gli sconosciuti. Se questa preoccupazione arriva a dimensioni tali
da farci soffrire, da annebbiare il nostro rapporto con la realt, da
diventare ancor pi importante della realt stessa, vuol dire che 
un problema. Il mio rapporto con ci che hanno visto gli occhi oc-
cidentali - come per molti abitanti di Istanbul -  problematico,
e come tutti gli scrittori della citt con un occhio rivolto all'Occi-
dente, anche a me, a volte, si confondono le idee.
Ahmet Hamdi Tanpinar, che avrebbe sviluppato per la prima
volta insieme a Yahya Kemal un'immagine e una letteratura della
citt in grado di raggiungere tutti i residenti attraverso i giornali e
le riviste, aveva letto molto attentamente gli appunti dei viaggi a
Istanbul di Nerval e Gautier. Il capitolo su Istanbul delle sue Cin-
que citt  il pi importante dei testi scritti da un abitante di Istan-
bul sulla sua citt nel XX secolo, e si pu affermare che in parte sia
nato dal dialogo e dalla discussione con quanto scrissero Nerval e
Gautier. In un brano di questo testo, Tanpinar, dopo aver preci-
sato che lo scrittore e politico francese Lamartine, anche lui ve-
nuto a Istanbul, aveva fatto "un ritratto molto accurato" del sul-
tano Abdulmecit, e dopo aver insinuato che la sua Storia della Tur-
chia (nella libreria di mio nonno ce n'era una copia elegante in otto
volumi) poteva essere stata portata a termine con i soldi del sul-
tano, ricorda che l'interesse di Nerval e Gautier nei confronti di
Abdulmecit era molto pi superficiale, perch loro, in quanto gior-
nalisti, erano obbligati a rispondere alle aspettative del lettore oc-
cidentale, che "aveva gi sentenziato". Tanpinar trova "frivolo"
il fatto che Gautier sogni le donne dell'harem del sultano, come
tutti i viaggiatori occidentali che vengono a Istanbul, e si vanti del-
l'occhiata che diede il sultano alla donna italiana che aveva ac-
canto, ma dice anche che non dobbiamo arrabbiarci con lui, per-
ch "l'harem esisteva davvero".
In questa piccola concessione ci sono tutti i dilemmi dell'abi-
tante di Istanbul colto che si preoccupa troppo davanti a ci che
vede l'osservatore occidentale. Da una parte, a causa dell'occi-
dentalizzazione, il lettore di Istanbul giudica molto importanti i
valori e i giudizi dello scrittore occidentale, ma dall'altra, se l'os-
servatore occidentale passa la misura in un qualsiasi argomento, il
lettore di Istanbul si sente offeso, dato che si vanta di conoscere
quello scrittore e la sua cultura occidentale. Inoltre, non si sa as-
solutamente cosa significhi "passare la misura". Si dimentica sem-
pre che, di solito, anche il carattere delle citt, come quello degli
uomini, dipende da questo eccesso, o dall'osservazione troppo mar-
cata di alcune realt da parte del visitatore. Faccio un esempio:
l'osservatore occidentale, secondo me, esamina, "passando la mi-
sura", la presenza dei cimiteri nella vita quotidiana della citt. Ma
come si accorse anche Flaubert, questa caratteristica che poi sa-
rebbe scomparsa sotto l'influsso occidentale era anche  allora
un'importante peculiarit di Istanbul.
Il progresso del nazionalismo, contemporaneo all'occidenta-
lizzazione, ha reso questo rapporto ancor pi complesso. Anche
per gli abitanti occidentalizzati erano argomenti di critica l'harem
- tema irrinunciabile degli osservatori occidentali che venivano a
Istanbul nella seconda met del XVIII e nel XIX secolo -, il mercato
degli schiavi (secondo una fantasia di Mark Twain, il genere e il
prezzo delle ragazze circasse e georgiane - ultime arrivate del merca-
to degli schiavi - avrebbero trovato posto nelle pagine economiche
dei grandi giornali americani), i mendicanti, il carico incredibile
sulle spalle dei facchini (turbava tutti noi il fatto che venissero
fotografati dai turisti europei quegli uomini, che durante la mia
infanzia temevo e guardavo camminare sul ponte di Galata con
pile di latta alte metri e metri, ma quando era un fotografo di
Istanbul a immortalare le stesse scene, ad esempio Hilmi ahenk,
nessuno si inquietava), i conventi dei dervisci (un pasci amico di
Nerval consigli al suo ospite francese di non andare inutilmen-
te nei conventi dei dervisci Rufai, che si infilavano spiedi qua e
l nel loro corpo, dicendo che erano "pazzi") e le donne velate.
Ma leggere le medesime critiche da uno scrittore occidentale fa-
moso diventa perlopi motivo di offesa, e provoca reazioni na-
zionalistiche inattese.
Un altro aspetto di questo interminabile rapporto di amore e
odio  l'ambizione degli intellettuali occidentalizzati di avere l'ap-
provazione dell'Occidente, di sentir dire dagli scrittori e dalle pub-
blicazioni pi importanti d'Occidente che loro sono come gli oc-
cidentali. Invece gli scrittori come Pierre Loti non nascondono as-
solutamente il fatto di amare Istanbul e i turchi per un motivo, in
realt, diametralmente opposto: per aver conservato le loro carat-
teristiche "orientali" ed esotiche, che non somigliano per nulla a
quelle occidentali. Pierre Loti criticava gli abitanti di Istanbul per-
ch si occidentalizzavano e cominciavano a perdere le loro pecu-
liarit tradizionali, ma i suoi lettori principali sono una piccola
minoranza occidentalizzata. Tuttavia i lettori occidentalizzati di
Istanbul trovano il mondo dei romanzi e scritti esotici edulcorati
di Pierre Loti, in un brano sull'"amore per i turchi", molto utile
quando ci sono problemi politici internazionali.
Invece nelle memorie di Andr Gide che raccontano il suo
viaggio in Turchia nel 1914, non c' questo "amore per i turchi",
che  un rimedio per tutti i guai. Proprio al contrario, Gide spie-
ga che non gli piacciono assolutamente i turchi, addirittura non
usa la parola "nazione" ma "razza", che in quei giorni diventava
pian piano di moda: questa razza merita proprio quegli abiti ter-
ribili che indossa! Scrive, vantandosene, che il suo viaggio in Tur-
clZia gli conferma quanto sia superiore la civilt occidentale, per
non dire la Francia. Quando la sua opera venne pubblicata, la
stampa popolare turca, al contrario di oggi, non replic affatto nei
giornali e sulle riviste a queste parole che avevano offeso profon-
damente gli scrittori turchi famosi dell'epoca, soprattutto Yahya
Kemal. Gli intellettuali turchi di Istanbul nascosero cos gli insul-
ti al popolo, come un segreto, e pur dispiacendosene si tennero
tutto dentro. Naturalmente, una delle cause di questo atteggia-
mento era che gli intellettuali occidentalizzati davano segreta-
mente ragione agli insulti di Gide. Un anno dopo la pubblica-
zione di quegli scritti, raccolti in un libro che umiliava il modo
di vestire dei turchi, il pi grande seguace dell'occidentalizza-
zione, Ataturk, attu la riforma dell'abbigliamento e viet gli
abiti non occidentali.
Anche in me esiste il desiderio di leggere il libro dell'osserva-
tore occidentale che critica profondamente e umilia la citt, con-
dividendo con lui le stesse idee, ed  pi piacevole leggere le sue
opere che non quelle di Pierre Loti, che ripete continuamente
quanto  bella, quanto  strana, quanto  meravigliosa e partico-
lare Istanbul. Il problema, spesso, non sta nella bellezza dei posti
e del panorama, o nella simpatia della gente, e nemmeno nel peso
che si d al viaggiatore occidentale, ma in ci che si aspetta lo scrit-
tore dalla citt, e il lettore dall'opera sulla citt. Dalla met del XIX
secolo, nella letteratura franco-inglese nasce un'immagine di Istan-
bul arricchita sempre dagli stessi argomenti. Questi scrittori, che
si influenzarono a vicenda sui temi riguardanti i conventi dei der-
visci, gli incendi, la bellezza dei cimiteri, il palazzo dei sultani e
l'harem, i mendicanti, i cani randagi, il divieto di bere alcolici, il
nascondersi delle donne, il mistero della citt, le gite sul Bosforo
e la bellezza del panorama e della silhouette, e che alloggiarono ne-
gli stessi posti e furono accompagnati dalle stesse guide, non re-
stavano delusi da Istanbul proprio perch vi trovavano ci che ave-
vano gi letto. Questi viaggiatori occidentali della nuova genera-
zione, i quali a poco a poco intuivano che l'impero ottomano stava
per crollare e comunque era in una condizione di arretratezza ri-
spetto all'Europa, non si interessavano al segreto della forza del-
l'impero, fonte di curiosit nei secoli precedenti, o alle finezze
sconosciute dell'apparato statale, e quindi erano maggiormente
predisposti a vedere la citt, e la sua gente, strana, divertente e
affascinante, e non pi timorosa  irraggiungibile e incomprensi-
bile. D'altronde per loro venire fino a Istanbul era gi un succes-
so, un sicuro spasso, e il fatto di vedere e scrivere ci che aveva-
no visto e scritto gli altri autori occidentali sembrava la degna con-
clusione del loro viaggio: nessuno voleva restare deluso.
L'avvicinamento di Istanbul all'Occidente grazie alle navi a va-
pore e alle ferrovie diede al viaggiatore, che si trovava improvvisa-
mente nelle strade di Istanbul, la comoda possibilit di chiedersi
perch fosse l, in quel luogo orribile. In questo punto dove lo sno-
bismo e l'ignoranza, il coraggio creativo e l'onest si incontravano
i viaggiatori "colti" come Andr Gide, invece di tentare di capi-
re la diversit delle culture, la stranezza delle usanze e delle tra-
dizioni o le particolarit strutturali del paese e della sua cultura,
hanno scoperto il diritto del viaggiatore di divertirsi, di distrarsi
e di essere felici. I turisti scrittori di quest'ultimo periodo, dotati
di cos tanta fiducia in se stessi che quando non riuscivano a tro-
vare qualcosa di interessante da scrivere rappresentavano Istanbul
come una citt noiosa e senza slanci, sono in realt una dimostra-
zione del fatto che le vittorie militari ed economiche della civilt
occidentale generavano un orgoglio e una fede che pure gli intel-
lettuali pi "critici" non potevano nascondere: ormai anche loro
erano convinti che l'Occidente fosse un'unit di misura valida per
tutta l'umanit.
Questi scrittori, e quelli successivi, emergono in un periodo in
cui era diminuito l'interesse esotico nei confronti di Istanbul. Il
motivo di questo mutato atteggiamento  la scomparsa, insieme al-
le case di legno, di molti elementi turistici come l'harem, i con-
venti dei dervisci e il sultano, e l'affermarsi dell'occidentalizza-
zione con le riforme di Ataturk e la nascita di una piccola Repub-
blica turca, imitatrice dell'Occidente, dopo il crollo dell'impero
ottomano. Alla fine di questo periodo in cui non veniva pi nes-
suno a Istanbul, non si scriveva pi niente e i giornalisti locali in-
tervistavano ogni straniero che pernottava all'Hilton Hotel, nel
1985 il poeta russo-americano Iosif Brodskij pubblic un lungo ar-
ticolo dal titolo Fuga da Bisanzio sul "New Yorker". Brodskij, in-
fluenzato dallo stile di un libro di Auden che parlava dell'Islanda
in modo ironico e sprezzante, fa un lungo elenco dei motivi del
suo viaggio (in aereo) a Istanbul, come se si dovesse giustificare.
In questo articolo, che per il suo sarcasmo fer anche me che in
quel periodo ero molto lontano dalla mia citt e volevo leggere
qualcosa di bello su Istanbul, mi piace comunque la sua frase che
dice: "Come tutto  datato in questa citt!" E insisteva: "Non
vecchio, arcaico, antico o fuori moda, ma datato"; e aveva ragio-
ne. Quando croll l'impero ottomano e la Repubblica turca, im-
pegnata nell'impossibile impresa di definire la propria identit, si
stacc dal mondo, Istanbul perse la sua vecchia connotazione plu-
rilinguistica, vittoriosa e magnifica, e si trasform in un luogo spo-
polato, vuoto, bianco e nero, con una sola voce e una sola lingua,
in cui tutto pian piano diventava datato.
La Istanbul della mia infanzia e giovent era un posto dove la
struttura cosmopolita della citt scompariva velocemente. Gau-
tier osserva, come molti altri viaggiatori, che nel 1852, cent'anni
prima della mia nascita, nelle strade di Instanbul si parlava con-
temporaneamente il turco, il greco, l'armeno, l'italiano, il france-
se e l'inglese (e doveva aggiungere il ladino, prima del francese e
dell'inglese), e molte persone in questa "torre di Babele" ne par-
lavano contemporaneamente pi d'una - lui allora si vergogna un
po' per il fatto di sapere soltanto il francese, come la maggior par-
te dei francesi. Ma la continuazione della conquista anche dopo la
fondazione della Repubblica turca, l'intensificarsi della "turchiz-
zazione" di Istanbul e una sorta di pulizia etnica che lo stato fece
in citt decretarono la scomparsa di tutte queste lingue. Ricordo
un particolare di questa forma culturale di pulizia, retaggio della
mia infanzia: chi parlava in greco o armeno ad alta voce per la stra-
da (i curdi non si facevano notare in giro con la loro lingua) veni-
va zittito in malo modo: "Cittadino, parla il turco!" C'erano an-
che delle insegne che recitavano cos.
La mia curiosit nei confronti delle opere dei viaggiatori occiden-
tali, a volte inaffidabili, non nasceva solo da un rapporto di amore
e odio, o dal desiderio di sentire un dolore confuso o di distrarmi.
Se lasciamo da parte i quattro scrittori di rubriche e i documenti
amministrativi, fino all'inizio del XX secolo gli abitanti di Istanbul
avevano prodotto pochissimi scritti sulla citt. La rappresentazio-
ne delle strade, dell'atmosfera, dell'aria di Istanbul dei dettagli del-
la sua vita quotidiana, e il ricordo del suo respiro in ogni momento
della giornata, del suo profumo, questo lavoro che si poteva rea-
lizzare solo attraverso la letteratura  stato compiuto per secoli
sempre dai viaggiatori occidentali. Proprio come bisogna guar-
dare le fotografie di Du Camp o le incisioni dei pittori occiden-
tali per sapere com'erano le strade di Istanbul negli anni Cin-
quanta del XIX secolo, o come si vestiva la gente, soltanto dalle
pagine scritte dai viaggiatori occidentali (se non voglio passare la
vita nei labirinti degli archivi ottomani) posso sapere cosa succe-
deva cento, duecento, quattrocento anni fa, nelle strade, nei via-
li, nelle piazze dove ho vissuto, o al posto di quale piazza c'era
una volta un terreno deserto e in quale terreno deserto c'era una
volta una piazza con le colonne, o come si viveva... E l'attenzio-
ne della maggior parte di queste opere  rivolta a ci che  esoti-
co e pittoresco.
Walter Benjamin, in un suo saggio intitolato Il ritorno del fl-
neur, mentre presenta Passeggiare a Berlino di Franz Hessel affer-
ma: "Se si volessero suddividere in due gruppi tutte le descrizio-
ni di citt esistenti secondo il luogo di nascita dell'autore, risulte-
rebbe certamente che quelle scritte dalle persone native del luogo
sono nettamente in minoranza". Secondo Benjamin, ci che en-
tusiasma la maggior parte degli stranieri in una citt sono i pano-
rami esotici e pittoreschi. Invece l'interesse delle persone nei con-
fronti della citt in cui sono nate e cresciute si confonde sempre
con i loro ricordi.
Ci che descrivo potrebbe alla fine non essere prerogativa del-
la sola Istanbul, a causa dell'inevitabile occidentalizzazione di tut-
to il mondo. Ma  vero che la vita delle generazioni passate della
citt in cui vivo, cio il diario della vita di Istanbul,  stata rac-
contata dagli stranieri.
Forse per questo talvolta leggo ci che hanno,scritto i viag-
giatori occidentali non come il sogno esotico di un'altra persona,
bens come se fossero i miei ricordi. Inoltre mi fa sempre piacere
quando un osservatore occidentale percepisce e descrive una realt
di cui mi accorgo anch'io ma non ne sono consapevole perch non
ne sento parlare da nessuno. Ad esempio Knut Hamsun si rese
conto del leggero dondolio del ponte di Galata della mia infan-
zia, con tutte le sue chiatte, e Hans Christian Andersen riconob-
be che i cipressi nei cimiteri erano "bui". Guardare Istanbul co-
me se fossi uno straniero  per me un'abitudine piacevole e ne-
cessaria soprattutto contro il senso di comunit e il nazionalismo.
Qualche volta l'harem, gli abbigliamenti e le usanze, raccontati
realisticamente, mi sembrano molto lontani, e pur sapendo che
non  un sogno ci che viene descritto, mi pare che costituisca il
passato non della mia citt, ma di un'altra persona. L'occidenta-
lizzazione ha dato a me e a milioni di concittadini il gusto di tro-
vare "esotica" la propria storia.
Mi conforto pensando che osservarla da tanti punti di vista dif-
ferenti tiene vivace il mio rapporto con la citt. Talvolta mi dico
che il fatto di non aver viaggiato, di non essere mai andato a cer-
care neppure quell'altro Orhan che mi aspettava pazientemente in
qualche zona di Istanbul, potrebbe paralizzarmi la mente: appar-
tenere in modo cos intimo a una citt arriverebbe a uccidere il
mio desiderio di contemplarla. Allora mi consolo con il pensiero
che nel mio sguardo verso Istanbul ci sia una forma di estraneit
ottenuta leggendo i libri dei viaggiatori occidentali. Qualche vol-
ta, ci che leggo in un'opera di un osservatore occidentale, su al-
cuni viali principali sempre uguali e alcune vie secondarie della
citt, sulle sue case di legno distrutte, sui suoi venditori ambulan-
ti, sui suoi terreni deserti e sulla sua tristezza, mi sembra un mio
ricordo personale.
Naturalmente, a questo contribuisce anche il fatto che la po-
polazione di Istanbul si sia nel frattempo decuplicata, e alcuni via-
li e piazze, nonostante non siano per nulla cambiati, sembrino ora
luoghi completamente diversi a causa dell'affollamento. Sento sem-
pre la nostalgia degli anni in cui la citt era solitaria e vuota.
Dato che Istanbul non  mai stata una colonia occidentale, i
suoi abitanti non se la prendono affatto se i viaggiatori occiden-
tali attribuiscono i loro timori e le loro personali illusioni alla citt.
Ad esempio, se in Gautier leggo che i turchi non versano lacrime
per gli incendi e si comportano con dignit, al contrario dei fran-
cesi che in questi casi piangono senza mai smettere, perch sono
fatalisti, anche se non condivido assolutamente questa osserva-
zione, non penso di aver ricevuto un torto. Ma sento che i lettori
francesi, i quali forse credono a questa valutazione, non potreb-
bero capire perch gli abitanti di Istanbul, da centocinquant'an-
ni, non riescono a liberarsi del loro sentimento di tristezza.
L'aspetto pi doloroso, nel rileggere le opere dei viaggiatori oc-
cidentali su Istanbul,  la constatazione della scomparsa, in breve
tempo, di determinate realt che questi osservatori - alcuni sono
scrittori molto brillanti - menzionano, enfatizzandole, come pe-
culiarit della citt e dei suoi abitanti. Gli occidentali hanno sem-
pre amato le caratteristiche "esotiche" non occidentali, mentre il
movimento occidentalista che ha dominato la citt nell'ultimo se-
colo ha distrutto ed eliminato senza tanti problemi queste pecu-
liarit, considerandole degli ostacoli per l'occidentalizzazione. Ec-
cone una piccola lista:
Si  dissolto l'esercito dei giannizzeri, che era uno dei temi
trattati dai viaggiatori occidentali. Il mercato degli schiavi, un'al-
tra loro fonte di curiosit,  scomparso. Con la fondazione della
Repubblica sono stati banditi gli ordini dei dervisci Mevlevi e di
quelli Rufai, che si infilavano spiedi in varie parti del corpo: an-
che loro erano tanto amati dagli osservatori occidentali. E l'ab-
bigliamento ottomano, cos apprezzato dai pittori occidentali,
venne abbandonato poco tempo dopo le lagnanze di Andr Gide.
Anche l'harem era un argomento molto dibattuto dagli scrittori
occidentali, ma non esiste pi. Settantacinque anni dopo la pro-
messa di Flaubert al suo caro amico di far scrivere il suo nome ai
calligrafi del bazar, l'intera Turchia pass dall'alfabeto arabo a
quello latino, cos cess anche questo piacere esotico. Fra tutte
queste perdite, quella pi grave, secondo me,  stata lo spostamen-
to delle tombe e dei cimiteri dai giardini e dalle piazze. Una vol-
ta inserite nel contesto quotidiano, le tombe ora si trovano in luo-
ghi terribili, circondate da alte mura, simili a prigioni, senza ci-
pressi o panorami da ammirare. I facchini che i turisti trovavano
molto interessanti anche durante l'epoca repubblicana, e le vec-
chie auto americane, che attirarono l'attenzione di Iosif Brodskij,
sono scomparsi in breve tempo.
Solo una realt  riuscita a spezzare questo inesorabile proces-
so.  costituita dai branchi di cani randagi che dominano ancora
oggi le strade secondarie di Istanbul. Il sultano Mahmut II, dopo
aver eliminato i giannizzeri perch non si adattavano alla disci-
plina militare occidentale, come secondo obiettivo tent di sop-
primere quegli animali, ma non ebbe successo. I cani della citt,
raccolti uno dopo l'altro anche con l'aiuto degli zingari, dopo il
periodo costituzionale, furono cacciati nell'isola di Sivriada, da
cui per riuscirono a tornare indietro. E uno dei motivi di questa
ricomparsa potrebbe consistere nel fatto che i francesi, i quali tro-
vavano molto esotici i branchi di cani randagi in ogni strada di
Istanbul, oggetto per loro di molte ironie - pure Sartre, anni do-
po, scherza su questo tema nel suo libro L'et della ragione -, ri-
tennero ancor pi esotica la prigionia di questi animali nell'isola
di Sivriada.
Il venditore di cartoline Max Fruchtermann, di Istanbul, ac-
cortosi di questo particolare elemento di esotismo, in una serie di
cartoline panoramiche che pubblic alla fine del XIX e all'inizio del
XX secolo ne inser anche una sui cani randagi, oltre a quelle sui
dervisci, sui cimiteri e sulle moschee.


Capitolo ventiseiesimo
La tristezza delle rovine: Tanpinar e Yahya Kemal
nei sobborghi


Tanpinar e Yahya Kemal facevano insieme lunghe passeggia-
te nei quartieri pi remoti, lontani e poveri di Istanbul. Tanpinar,
a spasso da solo nelle stesse strade, "in quei quartieri estesi e mi-
seri tra Kocamustafapaqa e le mura cittadine", durante la secon-
da guerra mondiale, spiegava quanto fossero istruttivi per lui que-
sti percorsi. Sono i luoghi dove Gautier passeggi nel 1852, sen-
tendoci dentro la tristezza della citt. Tanpinar e Yahya Kemal
avevano cominciato ad andare a spasso in quei posti durante "gli
anni dell'armistizio". In settant'anni, fra l'arrivo di Nerval e
Gautier a Istanbul e le passeggiate nei sobborghi dei due mag-
giori scrittori turchi, i quali del resto conoscevano e ammirava-
no i libri di viaggio di quegli autori francesi fra loro amici, l'im-
pero ottomano si era dissolto, perdendo le sue terre nei paesi bal-
canici e nel Medio Oriente e pian piano rimpicciolendosi. Le fonti
di guadagno che alimentavano Istanbul si erano prosciugate e la
sua popolazione e le sue ricchezze erano calate a causa della mor-
te di centinaia di migliaia di persone durante la prima guerra mon-
diale, nonostante l'afflusso dei musulmani che scappavano so-
prattutto dalla pulizia etnica attuata nei nuovi stati balcanici.
Mentre l'Europa e l'Occidente vivevano un grande progresso tec-
nologico e ne traevano un forte arricchimento, in questo perio-
do Istanbul si era immiserita e aveva cominciato a essere una citt
inoperosa e lontana, ormai priva della sua forza e del suo fasci-
no. lo ho passato la mia infanzia convinto di vivere non in una
grande citt del mondo, ma in un paese provinciale e povero.
Nelle passeggiate solitarie di Tanpinar e soprattutto in quelle
compiute insieme a Yahya Kemal, raccontate in Una passegi;iata
nei sobborghi, si trova anche questa profonda consapevolezza del-
la miseria e lontananza della Turchia e di Istanbul, oltre alla descri-
zione dei sobborghi poveri e distanti della citt. La scoperta del
paesaggio dei sobborghi  in stretta relazione con il fatto che pure
la Turchia e Istanbul erano percepiti come sobborghi. Tanpinar
parla degli stessi luoghi incendiati, delle opere in rovina e dei mu-
ri crollati che vedevo anch'io, spesso, durante la mia infanzia. Poi
rivolge la sua attenzione alle voci femminili (Tanpinar, secondo
una vecchia abitudine, le definisce "il cinguettio dell'harem") che
arrivavano "da una casa signorile grande e di legno, del periodo di
Hamit stranamente rimasta in piedi", ma afferma, come richiede
l'intento politico e culturale dell'articolo, che queste voci non pro-
vengono dall'epoca ottomana, bens dalle donne, cittadine povere,
che lavorano "in una fabbrica di calze o in un'azienda tessile". Qui
c' il sobborgo, dice Tanpinar, che <<conosciamo tutti dalla nostra
infanzia" e di cui abbiamo letto in Ahmet Rasim, "con la sua fon-
tana sotto la pergola di vite o di acacia, con il suo bucato steso al
sole, con i suoi bambini e i suoi cani, e con la sua plccola moschea
e il suo cimitero". Tanpinar trasforma la malinconia di Nerval e
Gautier, provocata dai sobborghi lontani e dall'aspetto sconvolgente
delle rovine, delle baracche e delle mura cittadine, in una tristezza
locale, inserendola abilmente in un panorama circoscritto e nella
vita della moderna donna lavoratrice.
Noi non possiamo sapere quanto lui fosse cosciente del signi-
ficato di ci che faceva. Tuttavia era consapevole del suo sforzo
di attribuire un fascino e un senso particolare alle periferie, alle
rovine cittadine, alle sue strade dimenticate e deserte, ai luoghi in-
cendiati, alle macerie e alle officine, rimesse e case signorili di le-
gno semidistrutte che lui chiama "baracche", perch nello stesso
articolo Tanpinar afferma:
"Considero come un simbolo l'avventura di quei quartieri di-
strutti. Per dare questa faccia solo a un rione della citt, quanto
tempo e quanti avvenimenti sono stati necessari? Queste perso-
ne, dopo quante conquiste, quante sconfitte, quante migrazioni
sono venute qui, e dopo quante trasformazioni e adattamenti han-
no raggiunto questo aspetto?"
Adesso s che possiamo dare una risposta alla domanda, che pro-
babilmente incuriosisce anche il lettore: perch il sentimento di
malinconia-tristezza, causato dal crollo dell'impero ottomano, dal-
l'impoverimento di Istanbul che a poco a poco smarriva la sua iden-
tit di fronte all'Occidente, e da tutte le altre gravi sciagure, non
ha creato in questi due grandi scrittori cos legati alla citt un rac-
coglimento alla Nerval, e una ricerca di "poesia pura" (Yahya Ke-
mal la chiamava "poesia genuina") in armonia con quel raccogli-
mento? Nell'Aurelia di Nerval vediamo che la malinconia nata dal-
la perdita dell'amore finisce per trasformare tutte le sue attivit in
"semplici distrazioni". Nerval era venuto a Istanbul per dimenti-
care la sua malinconia. (Senza rendersene conto, ha trasferito que-
sto sentimento nello sguardo di Gautier verso la citt). Pare che
Yahya Kemal e Tanpinar, i quali sarebbero diventati i pi grandi
poeti e scrittori della letteratura turca del XX secolo, mentre pas-
seggiavano in questi quartieri tristi e remoti, volessero sentire an-
cor di pi, dentro di loro, i tesori che avevano perso, e la malin-
conia. Perch?
Avevano uno scopo politico: volevano scoprire l'identit del
popolo turco e il nazionalismo; desideravano mostrare i loro con-
cittadini, che avevano costruito il grande impero ottomano ormai
crollato, in una posizione di dignit, in piedi, seppur malinconi-
camente (erano pronti, con entusiasmo, a dimenticare i greci, gli
armeni, gli ebrei, i curdi e le altre minoranze, ora che c'era la Re-
pubblica). Ma intendevano sviluppare il pensiero del nazionalismo
turco a partire da una "bellezza" lontana dalle imposizioni e dal-
la prepotenza, non come gli ideologi dello stato turco nazionalista,
che adottavano un tono autoritario assolutamente privo di grazia.
Yahya Kemal aveva trascorso dieci anni a Parigi studiando la poe-
sia e la letteratura francese: sapeva che il nazionalismo turco si po-
teva migliorare solo pensando "come gli occidentali", cio "ag-
graziandolo" con un'immagine in quello stile.
La sconfitta dell'impero ottomano durante la prima guerra
mondiale, la trasformazione di Istanbul in una "citt schiava",
come dice Tanpinar nel suo romanzo intitolato Coloro che sono
fuori dalla scena, le corazzate inglesi e francesi ancorate nel Bo-
sforo, davanti a Palazzo Dolmabahe, residenza del sultano, e i
diversi piani politici in cui l'identit turca era stata trascurata per
il futuro dell'Anatolia, li avevano costretti a diventare nazionali-
sti. (Non si lamentarono affatto di questa forzatura che negli an-
ni successivi avrebbe loro facilitato il rapporto con lo stato, for-
nendo anche l'occasione di diventare ambasciatori e deputati, e
di rimanere in silenzio di fronte agli episodi di violenza etnica del
6-7 settembre, contro il Cristianesimo e l'Occidente). Mentre in
Anatolia proseguiva la guerra contro l'esercito greco, Yahya Ke-
mal, che in realt non amava molto i conflitti, la politica e i mili-
tari, rest lontano da Ankara e, come accennava Tanpinar nel ti-
tolo del suo romanzo, rimase "fuori dalla scena", ma mentre da
una parte scriveva poesie che rievocavano le vittorie turche del
passato, dall'altra si mise in testa di sviluppare una "immagine
turca di Istanbul". L'aspetto letterario di questo suo programma
politico, che Yahya Kemal port a termine con successo, consi-
steva nell'unire l'atmosfera e i modi della lingua turca con le for-
me e le metriche (aruz) tradizionali di poesia ereditate dalla let-
teratura persiana, e nello stesso tempo rappresentare il popolo tur-
co come gente di rango che aveva conseguito grandi vittorie e
prodotto mirabili opere. Perseguiva due scopi nel descrivere Istan-
bul come la realizzazione pi importante del popolo: nel caso in
cui la citt fosse diventata una colonia occidentale dopo la prima
guerra mondiale, negli anni dell'armistizio, intendeva spiegare ai
colonialisti che questa citt non era soltanto un luogo ricordato
per la chiesa di Santa Sofia e per gli altri edifici sacri, ma era ne-
cessario tener presente anche la sua identit "turca". E poi, do-
po la guerra d'Indipendenza e la fondazione della Repubblica,
Yahya Kemal voleva sottolineare che l'imperativo era quello di
"diventare un popolo nuovo". Entrambi gli autori scrissero lun-
ghi articoli intitolati Istanbul turca, che davano un sostegno ideo-
logico alla "turchizzazione" di Istanbul, chiudendo un occhio sul-
l'aspetto cosmopolita della citt, attraversata da diverse lingue e
diverse religioni.
Tanpinar, in un articolo scritto tanti anni dopo, ricorda: "Co-
me avevamo abbracciato strettamente le nostre opere del passato,
negli anni dolorosi dell'armistizio!" E Yahya Kemal, in quello stes-
so periodo, in un suo pezzo intitolato Sulle mura di Istanbul rac-
conta che con i suoi studenti prendeva il tram di Topkapl e poi
camminava "lungo le mura che andavano a perdita d'occhio dal
Mar di Marmara fino al Corno d'Oro, con le loro torri e merlatu-
re", quindi si sedeva a riposare sui "grandi blocchi di mura cadu-
te". Questi due autori si rendevano conto che, per dimostrare che
Istanbul era una citt turca, non erano per nulla sufficienti la ve-
duta da lontano, "turistica", della citt e il suo profilo fatto di mo-
schee e chiese, come sottolineavano gli osservatori occidentali. La
silhouette che aveva colpito tutti quei viaggiatori, da Lamartine fi-
no a Le Corbusier (anche per il predominio di Santa Sofia), non
era un'immagine "nazionale" intorno a cui la Istanbul turca poteva
riconoscersi, bens rappresentava una bellezza cosmopolita. Gli
abitanti nazionalisti di Istanbul, come Yahya Kemal e Tanpinar,
avevano bisogno di una bellezza triste in grado sia di accentuare
l'identit musulmana della popolazione di Istanbul, sia di dimo-
strarne l'esistenza nei secoli attraverso l'espressione di un senti-
mento di perdita e sconfitta. Per questo motivo passeggiarono nei
sobborghi, cercarono i bei panorami dove gli abitanti della citt si
incontravano tristemente con il vecchio, la rovina e il passato, e
trovarono quei malinconici paesaggi di periferia che i viaggiatori
come Gautier avevano scoperto settant'anni prima (viaggiatori che
loro avevano letto molto attentamente). Nonostante il suo nazio-
nalismo, Tanpinar, con uno sguardo da viaggiatore occidentale,
per raccontare l'aspetto tradizionale, intatto e scevro da ogni for-
ma di influsso straniero dei sobborghi, che a volte chiama "pitto-
reschi" e a volte "paesaggistici", ha scritto: "Erano distrutti, po-
veri e disperati, ma avevano una vita, uno stile loro proprio".
Ho cercato di raccontare, nodo dopo nodo, la storia tessuta dai
fili del nazionalismo, del disastro, dell'occidentalizzazione, della
poesia, del panorama e dell'influenza dei due amici poeti e scrit-
tori di Parigi su questi due scrittori-amici di Istanbul, negli anni
in cui l'impero ottomano croll e nacque la Repubblica turca. Al-
Ia fine di questa storia che volevo portare alla luce, a volte attor-
cigliandone involontariamente la matassa, viene fuori un pensie-
ro, un sogno che gli abitanti di Istanbul avrebbero poi adottato e
diffuso. Mi sembra giusto chiamare "la tristezza delle rovine" que-
sta immagine nata inizialmente dalle mura cittadine e dai quar-
tieri deserti, distrutti e poveri, e definire "pittoreschi" i panora-
mi della citt in cui si avverte molto bene questa tristezza, quan-
do li si guarda da lontano (come Tanpinar). La tristezza scoperta
in un primo momento come una forma di bellezza nel panorama
pittoresco corrispondeva a quella che gli abitanti di Istanbul avreb-
bero provato ancora per un secolo a causa dell'impoverimento e
della sconfitta.


Capitolo ventisettesimo
Il pittoresco nei sobborghi


Lo storico dell'arte e scrittore John Ruskin, nel capitolo inti-
tolato "Memoria" delle sue Sette lampade dell'architettura, ana-
lizzando la bellezza del pittoresco, afferma che la peculiarit di
questo genere di bellezza architettonica, rispetto a quella classica,
ricercata e progettata,  costituita dalla sua "casualit". Il pitto-
resco, che etimologicamente significa "come il dipinto", secondo
Ruskin  un paesaggio architettonico che acquista la propria bel-
lezza in tempi e modi mai previsti dal suo creatore. Per questo
motivo, secondo Ruskin, la bellezza pittoresca si sviluppa cir-
condando l'opera, a distanza di secoli dalla sua edificazione, con
edere, erbe, piante e altri elementi naturali (onde, mare, rocce,
addirittura nuvole). Si tratta della bellezza casuale, nata dall'os-
servazione di un'opera non nella sua forma originale, ma da un
punto di vista completamente diverso, e da una prospettiva im-
posta dalla storia.
In altre parole, quando guardo la moschea di Suleymaniye, il
sapore che provo interiorizzando quasi tutti i suoi tratti, la raffi-
nata eleganza dei suoi volumi, l'apertura delle piccole cupole la-
terali, la proporzione dei suoi muri e dei suoi spazi vuoti, il con-
trappunto, come in un brano musicale, dei suoi minareti e dei suoi
piccoli archi, la sua collocazione sulla collina, il suo candore e
lucentezza del piombo delle cupole,  assai diverso da quello che
si pu gustare di fronte a un panorama pittoresco. Perch anche
quattrocento anni dopo la sua costruzione, quando guardo la mo-
schea di Suleymaniye, la osservo nella sua integrit e nel suo pro-
posito iniziale, e come si vuole che sia vista. Del resto la forza di
Istanbul, della sua silhouette, e anche del suo panorama, dipen-
de dalla bellezza e radiosit, ancora intonse, di molte opere anti-
che e imponenti, quali Santa Sofia, la moschea di Suleymaniye,
le altre moschee che hanno nomi di sultani e si trovano nel cuore
della citt come quella di Yavuz Sultan Selim e Beyazit. Potrebbe
essere pittoresco il sapore che proviamo vedendo uno scorcio di
queste opere da una strada, o da una rampa coperta di fichi, o at-
traverso i giochi di luce del mare.
Invece la bellezza regalata dai sobborghi agli abitanti di Istan-
bul appare in tutto il suo splendore quando crescono erbe, piante,
edere, addirittura alberi sulla muraglia in rovina e sopra i merli e
le torri delle fortezze di Rumelihisan e Anadoluhisari. Questa bel-
lezza compare casualmente, spesso nelle combinazioni particolari
delle edere e dei platani con i muri di legno vecchi e anneriti, o con
la parete crollata di una moschea, o con i ruderi di una secolare of-
ficina del gas, oppure con una vecchia casa signorile ormai senza
tinta e con la fontana malmessa di un sobborgo. Nelle passeggiate
della mia infanzia, in queste bellezze dette "pittoresche" ci si im-
batteva cos spesso da risvegliare il desiderio di contemplarle co-
me in un quadro, e dopo un certo punto definirle casuali era sba-
gliato: tutte queste rovine tristi che oggi non esistono quasi pi,
quand'ero piccolo formavano l'anima della citt. Ma "la scoper-
ta", dopo tanti anni, di quello che mi sento di definire l'anima del-
la citt, "una sua propriet bella e fondamentale",  avvenuta tra-
mite un percorso tortuoso, pieno di coincidenze e reazioni.
Prima di tutto, per poter gustare questa bellezza casuale dei
sobborghi o delle rovine e degli alberi, delle erbe e della natura,
 necessario essere "estraneo" a quel quartiere, a quel posto mi-
sero e pieno di ruderi. Un muro demolito, l'edificio di un con-
vento evacuato e malridotto dopo i divieti, una fontana senz'ac-
qua, un'officina di ottant'anni, inattiva, le case vuote dopo la cac-
ciata dei greci, degli armeni e degli ebrei in seguito alle pressioni
nazionalistiche, gli edifici malmessi, le case leggermente inclina-
te (oppure appoggiate una contro l'altra, come piace molto ai ca-
ricaturisti), sfidando la prospettiva, le costruzioni con tetti, sbalzi
e cornicioni deformati, provoca, in coloro che ci vivono, non un
sentimento di resistenza e bellezza, ma di povert, impotenza, di-
sperazione e abbandono. Coloro che si entusiasmano per la "bel-
lezza" casuale offerta da queste immagini di miseria dei sobborghi
e dagli angoli storici ormai trascurati, oppure traggono impressio-
ni pittoresche dai ruderi, sono individui estranei a questi posti.
(Proprio come gli europei del Nord che si entusiasmano per le ro-
vine di Roma e le disegnano, mentre i romani non se ne curano).
Yahya Kemal e Tanpinar elogiavano la "Istanbul povera e remo-
ta", la vita tradizionale che proseguiva in tutte le sue forme nelle
strade secondarie, e si preoccupavano per la scomparsa di questa
cultura "genuina" a causa dell'occidentalizzazione, godendo del-
le immagini "belle" regalate da questi quartieri e scoprendo e im-
ponendo il pensiero "dei nostri antenati, i nostri avi" vissuti in
questi quartieri in un'ottica di corporazioni e duro lavoro; tutta-
via preferirono abitare a Beyoglu, il quartiere pi confortevole
che Yahya Kemal definiva "quartiere senza il richiamo alla pre-
ghiera del muezzin", e che Tanpinar descriveva con un disprezzo
che rasentava l'odio. Ricordiamoci che secondo Walter Benjamin
solo gli estranei si interessano al lato esotico e pittoresco di una
citt; cos questi due scrittori nazionalisti riuscivano a trovare la
"bellezza" di Istanbul nei luoghi lontani cui non appartenevano.
Questa situazione potrebbe essere paragonata al comportamento
del gran romanziere giapponese Tanizaki, il quale, dopo aver svi-
luppato a lungo un'idea su come deve essere mantenuta e protet-
ta una casa giapponese tradizionale, nel suo Libro d'ombra, dice
alla moglie che non ci abiterebbe mai perch l non esistono i lus-
si occidentali.
Gli atteggiamenti instabili fanno di Tanpinar e Yahya Kemal
due veri e tipici abitanti di Istanbul, anche se non erano solo gli
estranei a scoprire le bellezze pittoresche della citt. La particola-
rit pi importante di Istanbul consiste nel fatto che i suoi abitanti
la guardavano talvolta con occhi occidentali, e talvolta con occhi
orientali. E la prima rappresentazione della storia della citt sulla
stampa di Istanbul venne realizzata attraverso la sottolineatura di
quelle curiosit che i francesi chiamavano bizarreries, di cui erano
molto appassionati Nerval o il traduttore inglese delle Mille e una
notte, Richard Burton. Naturalmente  stato lo scrittore Kou a
cogliere meglio la storia di Istanbul, fra "le stranezze", come se
descrivesse il passato di un'altra civilt. Durante la mia infanzia
nel periodo in cui la citt era molto isolata dal resto del mondo, la
gente di Istanbul, per un certo verso, si sentiva sempre estranea.
La citt, dal punto di vista della sua popolazione, si mostra talvol-
ta troppo orientale e talvolta troppo occidentale, creando cos nei
suoi abitanti una leggera inquietudine e la preoccupazione di non
appartenere completamente al luogo.
Le immagini belle, nazionali, tristi e pittoresche che Yahya Ke-
mal e Tanpinar scoprirono in una parte di Istanbul (i sobborghi del-
la citt vecchia), mentre vivevano in un'altra zona della citt (la Pe-
ra occidentalizzata), formarono pi tardi un quadro che gli abitan-
ti di Istanbul adottarono e diffusero quando vollero capire se stessi
e formarsi una fantasia comune per la citt in cui vivevano. Que-
sta idea di sobborghi ebbe un primo successo con le incisioni dei
pittori occidentali, copiati grossolanamente e pubblicati spesso sui
giornali e sulle riviste conservatrici negli anni Trenta e Quaranta.
Questi disegni, di cui non si dicevano assolutamente n l'autore
n la data n il luogo, e di cui si nascondeva alle grandi masse di
lettori che fossero le fantasie pittoresche di un occidentale, erano
accompagnate dagli schizzi a matita dei sobborghi e dai paesaggi
di strade secondarie dei pittori di Istanbul. A me piacciono in mo-
do particolare le riproduzioni dei disegni a matita di Hoca Ali Riza,
il quale raffigur il panorama dei sobborghi poveri e tradizionali
accentuando i loro aspetti pi semplici e meno esotici.
La stessa attenzione che il pittore Hoca Ali Riza, alla fine del
XIX e all'inizio del XX secolo, rivolse non all'appariscente silhouette
di Istanbul, che colpiva subito i turisti, o ai giochi di luce tra le sue
moschee e le sue acque, ma alle strade non occidentalizzate e ai
luoghi dove lo sforzo di modernizzazione era rimasto a met, la
vediamo pi tardi anche nelle fotografie di Ara Guler. Le imma-
gini in bianco e nero di Ara Guler mostrano Istanbul come una
citt dove i panorami sono eccessivamente tristi, simili ai volti del-
la sua gente, e il vecchio e il nuovo si uniscono in una trama di de-
grado, miseria e umilt all'interno di una tradizione che continua
nonostante gli sforzi di occidentalizzazione:  un lavoro che, so-
prattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, ha evidenziato, con una
sensibilit molto poetica, il tessuto particolare della citt nato dal
declino della pomposit del passato e degli edifici statali, opere
dell'occidentalizzazione ottomana. Le meravigliose fotografie che
Ara Guler espone nel suo album Istanbul smarrita ritraggono uno
dopo l'altro i sobborghi pittoreschi, Beyoglu e la Istanbul della mia
infanzia con i suoi tram, i suoi viali lastricati, i suoi cartelloni pub-
blicitari e la sua atmosfera in bianco e nero, sottolineando la stan-
chezza, l'invecchiamento e la tristezza della citt.
Questa immagine di sobborgo in chiaroscuro, decadente, logo-
rata, "povera ma dignitosa e dalla forte identit",  piaciuta an-
che al popolo grazie alle antiche incisioni e alle nuove stampe dei
vecchi disegni in bianco e nero di Istanbul, fatte uscire special-
mente durante il Ramadan nelle pagine di storia dei giornali, che
man mano si diffondevano e perdevano la loro eleganza. Il mae-
stro in questo tipo di lavoro era Reat Ekrem Kou, il quale pub-
blicava nella sua Enciclopedia di Istanbul o nelle sue famose ru-
briche storiche non la riproduzione di un'incisione anonima, ma
un suo disegno copiato un po' grossolanamente (perch ottenere
lo stampo buono di un'incisione dettagliata era una fatica costo-
sa e tecnicamente complicata). Dato che pure le incisioni erano
realizzate a partire dai disegni a volte colorati dei pittori occi-
dentali, sotto questi paesaggi di sobborghi e disegni in bianco e
nero stampati male su una carta di pessima qualit e copiati da
un'incisione in bianco e nero di un disegno a colori c'era sempre
l'avvertenza "da un'incisione", e non si metteva mai il nome del
pittore dell'originale, e neanche di colui che ne aveva fatto la co-
pia. L'immagine di sobborgo presentata non come qualcosa di cui
vergognarsi per la sua desolazione, bens proprio all'opposto qua-
si come un motivo di orgoglio, un bene collettivo, piaceva perch
corrispondeva, pi che alla realt dura della misera vita quotidia-
na, alle illusioni d identit nazionalista dei borghesi di Istanbul
pressoch occidentalizzati, i lettori tipici di quei giornali e quelle
riviste. E oltre a questa illusione, e all'idea della "vecchia Istan-
bul", che rappresentava non solo i luoghi "remoti" bens tutta la
citt, al di l della sua silhouette, si svilupp anche una letteratu-
ra che la riproduceva nei particolari.
Gli scrittori conservatori che volevano accentuare il vero aspet-
to turco e musulmano, e non occidentalizzato, del sobborgo, co-
struirono qui un paradiso ottomano in cui non si esaminava il po-
tere o la legittimit del pasci, ma si sottolineava la fedelt della
sua famiglia e del suo seguito alle usanze e tradizioni (queste era-
no naturalmente la modestia, l'ubbidienza e la sobriet). Poich
si ammorbidivano e si ingentilivano gli elementi della cultura ot-
tomana che non corrispondevano pi ai gusti della classe media
repubblicana occidentalizzata quali l'harem, la poligamia, le con-
cubine e la possibilit di bastonare da parte delle autorit, anche
i pasci e i loro figli venivano mostrati pi moderni (ad esempio
nelle opere di Samiha Ayverdi). Nella sua opera teatrale L'ango-
lo di strada, assai apprezzata, Ahmet Kutsi Tecer rappresenta una
via di Istanbul mettendo al centro il caff di un sobborgo ( il vec-
chio quartiere di Rustempaa), e descrive tutti i personaggi di
Istanbul in una situazione di conflitto per destare l'ilarit genera-
le, ammorbidendo le tensioni in un'atmosfera di "comunit", pro-
prio come negli spettacoli di marionette Karagz. Invece lo scrit-
tore di romanzi e novelle Orhan Kemal, che abitava in una strada
secondaria di Cibali (sua moglie lavorava in una fabbrica di ta-
bacco), descrive quei vicoli come luoghi dove la povert e l'amici-
zia si scontravano per la sopravvivenza. Io amavo le piccole av-
venture della serie La famiglia Ugurgiller trasmessa alla radio ogni
pomeriggio, serie che trasform la mia idea di sobborgo in una fan-
tasia di grande famiglia, numerosa e moderna come la nostra (ma,
contrariamente alla nostra, era una grande famiglia serena).
L'immagine di sobborgo dietro la quale c'erano distruzione e
tristezza, oppure il sogno di un'Istanbul pittoresca, sporca e re-
mota, non sono mai stati collegati, dagli scrittori della citt, alle
creature pericolose, losche e maligne dell'inconscio. Perch ci che
era nazionale e tradizionale doveva essere allo stesso tempo inno-
cente e adatto alle famiglie. Kemalettin Tugcu, lo scrittore dei
bambini orfani, poveri e buoni dei sobborghi, nelle sue storie me-
lodrammatiche per l'infanzia in cui era ben descritta anche Istan-
bul, raccontava a noi che lentamente ci impoverivamo, come suc-
cedeva alla citt, che una persona pu diventare un giorno felice
grazie al suo zelo e alla sua buona educazione, pur vivendo in pe-
riferia (spesso la fonte dei valori nazionali e morali  il sobborgo).
Ruskin afferma che ci che  pittoresco non pu essere "con-
servato", proprio per la sua casualit. Ad ogni modo, ci che ren-
de bello il panorama non  la conservazione dell'architettura, ben-
s la sua rovina. L'immagine della "Istanbul bella", assimilata
amata e raccontata da tutti gli abitanti di Istanbul, deve dare la
sensazione di una rovina triste. Questo spiega anche perch gli
abitanti di Istanbul non riescono proprio ad amare le vecchie ca-
se signorili di legno ristrutturate, rifinite e rese nuove come nel
XVIII secolo, quando la citt era splendente e ricca. L'immagine
che gli abitanti di Istanbul hanno fatto propria, amandola o odian-
dola, nell'ultimo secolo, porta con s molti tratti della miseria, del-
la sconfitta e della rovina. Quando iniziai, a quindici anni, a dise-
gnare Istanbul, soprattutto le sue strade secondarie, le conseguenze
di questa tristezza mi misero in grave difficolt.

Capitolo ventottesimo
I miei disegni di Istanbul


A quindici anni cominciai a disegnare ossessivamente panora-
mi di Istanbul. Non era un amore speciale per la citt a spingermi
a farlo. Non sapevo e non volevo disegnare nature morte o figure
umane. Il resto del mondo, cio tutto quello che vedevo quando
uscivo di casa o guardavo dalla finestra, era in ogni caso Istanbul.
Facevo due tipi di disegni.
1. Quelli che si basavano sui panorami del Bosforo, sull'unio-
ne della citt con il mare e sulla sua silhouette. Questi disegni par-
tivano generalmente dai panorami di Istanbul che i viaggiatori oc-
cidentali, arrivati in citt negli ultimi duecento anni, trovavano
"incantevoli". I paesaggi dello stretto, di Kizkulesi, Findikh e
skudar che si vedevano da casa mia a Cihangir, tra i palazzi, e il
vasto panorama della casa a Beikta Serencebey, sulla collina del
Bosforo, dove traslocammo pi tardi, costituito dall'imbocco del-
lo stretto, da Sarayburnu, da Palazzo Topkapl e dalla silhouette
della citt vecchia, mi permettevano di disegnare senza uscire di
casa. Mentre dipingevo, pensavo sempre di avere davanti il fa-
moso "panorama di Istanbul". Dato che il mio lavoro si basava su
un'immagine gradevole, sempre esistita e ormai arcinota, non mi
soffermavo a domandarmi il motivo della bellezza di quel disegno.
Quando lo finivo e cominciavo a chiedere migliaia di volte a me
stesso e ai miei famigliari "Ma  bello?" " venuto bene?" sa-
pevo gi che mi ero gi avvicinato alla risposta affermativa dal
soggetto scelto.
Poich ero quasi sicuro che il disegno piacesse per il suo tema
mentre dipingevo mi comportavo con naturalezza e non mi sfor-
zavo di sentirmi come un qualsiasi pittore occidentale. Non li imi-
tavo pedissequamente, ma in molti piccoli dettagli mettevo in pra-
tica ci che avevo appreso da loro. Raffiguravo le onde del Bosfo-
ro in un modo infantile alla Dufy, le nuvole alla Matisse, e coprivo
con macchie di colori, come "gli impressionisti", i dettagli che non
riuscivo a definire. Talvolta utilizzavo anche le cartoline o le im-
magini sui calendari. Seguivo l'esempio degli impressionisti turchi
che disegnarono tutte le vedute belle e famose di Istanbul, imitando
gli artisti francesi a quaranta, cinquant'anni dalla loro produzione.
Il fatto che il tema dei miei disegni fosse il panorama di Istan-
bul, considerato unanimemente "bello" era confortante perch
mi salvava, in gran parte, dal problema di convincere me stesso e
gli altri della sua "bellezza". Mi  capitato tante volte di sedermi
davanti a un foglio e una matita, o a una tela, e di prendere in ma-
no i colori e i pennelli che mi avrebbero portato in un altro mon-
do, senza tuttavia sapere cosa disegnare. Dato che la questione
non era il tema ma l'atto stesso, alla fine mi mettevo a dipingere,
entusiasta, uno dei panorami da cartolina che ammiravo dalla fi-
nestra di casa. Non mi annoiava assolutamente trattare per la cen-
tesima volta lo stesso argomento e realizzare lo stesso disegno. Era
importante immergermi, il pi presto possibile, nei dettagli del di-
pinto e fuggire da questo mondo: collocare una nave che passava
dal Bosforo nel paesaggio, in armonia con la prospettiva (il pro-
blema fondamentale di tutti i pittori che disegnano il Bosforo a
partire da Melling), entrare nei dettagli della silhouette delle mo-
schee dietro, tracciare bene i cipressi e il traghetto, delineare sen-
za sforzi le cupole, il faro a Sarayburnu e i pescatori sulla sponda,
tutto questo mi poneva all'interno del quadro, tra i suoi elementi.
Disegnando, mi sentivo una figura di quel disegno. Il secondo
mondo che avevo nella mente, quando ero al punto pi "bello"
della mia opera, cio quando stavo per concluderla con successo,
acquistava all'improvviso una verosimiglianza molto pregnante,
una propriet materiale, e questo mi faceva girare la testa dal pia-
cere - davvero un'emozione strana. Mi sembrava di aver disegna-
to non un paesaggio del Bosforo o di Istanbul, conosciuto da tut-
ti (e per questo anche amato da tutti), ma un prodotto meraviglioso
della mia immaginazione. Verso la fine dell'opera, la volevo toc-
care in preda alla frenesia, e desideravo abbracciare qualche suo
elemento, addirittura metterla in bocca e morderla e mangiarla. E
qualche volta il mio atteggiamento un po' infantile e il mio gioco
fra ingenuit e armonie non ancora completamente danneggiate si
incrociavano in un ingorgo, e allora cominciavo ad avvertire di non
essermi concentrato completamente, alla presenza di alcuni pro-
blemi che mi avevano portato fuori dal mio mondo (questo succe-
deva sempre pi spesso); cos mi veniva voglia di masturbarmi.
Si pu affermare che questo primo modo di disegnare corri-
sponde alla pittura naif - definizione di Schiller per i poeti. Il te-
ma del mio disegno e la mia spontaneit erano molto pi impor-
tanti del mio stile o delle tecniche che utilizzavo.
2. Ma con il passare del tempo il mondo infantile, colorato, al-
legro e lineare dei miei disegni cominci a sembrare pure a me "in-
genuo", e questo contribu a diminuire la forza del mio piacere di
dipingere. Proprio come una volta alcuni miei giocattoli - le mac-
chinine che parcheggiavo ordinatamente sui bordi dei tappeti o le
pistole da cowboy, e le rotaie e i vagoni dei treni che mio padre
aveva portato dalla Francia - non mi facevano pi dimenticare me
stesso e la noia della casa, anche la mia pittura molto vivace e ge-
nuina non mi salvava pi dall'asfissia del mondo comune. Iniziai
a non ritrarre pi i panorami conosciuti della citt, ma le sue tran-
quille vie secondarie, le sue piccole piazze dimenticate, le sue sa-
lite lastricate (se era una strada che scendeva verso il Bosforo, sul-
lo sfondo si potevano vedere il mare, Kizkulesi e l'altra sponda
dello stretto) e le sue case di legno con gli sbalzi. C'erano due di-
verse fonti d'ispirazione dietro questi disegni, che talvolta face-
vo a matita sui fogli e talvolta a olio sul cartone, o sulla tela, usan-
do molto il bianco e tralasciando gli altri colori. Mi colpivano quei
disegni delle strade secondarie, in bianco e nero, che ormai era-
no pubblicate sempre pi spesso nelle pagine di storia dei giorna-
li e sulle riviste, e mi piaceva molto la poesia di quei sobborghi si-
lenziosi e tristi. Disegnavo le piccole moschee, i muri distrutti, gli
archi bizantini di cui si vedeva soltanto una parte, le case di legno
con sbalzi e le modeste abitazioni che si allontanavano man mano
rimpicciolendosi lungo la via, ubbidendo alle regole della prospet-
tiva che avevo cominciato a imparare e a sfruttare. La mia secon-
da fonte d'ispirazione era Utrillo, di cui avevo conosciuto le ope-
re attraverso le riproduzioni, e di cui avevo letto la vita trasfor-
mata in un romanzo melodrammatico. Quando volevo fare un
disegno nel suo stile, sceglievo un panorama nelle vie secondarie
di Beyoglu, Tarlabal e Cihangir, perch in questi luoghi non si ve-
devano n le moschee n i minareti. A questo scopo avevo girato
in tante strade, e avevo scattato centinaia di foto - ne pubblico
qui un paio. Quando mi veniva voglia di dipingere, schizzavo un
paesaggio di Beyoglu guardando una di queste fotografie, e ag-
giungevo le persiane alle finestre degli appartamenti, come si usa-
va a Parigi, nonostante a Istanbul si vedessero raramente. Nel-
l'euforia che provavo alla fine di un quadro, non pensavo ormai pi
che il panorama fosse sia una mia fantasia sia un elemento reale
oppure di essere un personaggio del mondo familiare e bello del
disegno. Solo ora realizzavo, con un salto spirituale pi comples-
so e pi scaltro, il desiderio di fuggire da me stesso o di lasciar-
mi alle spalle la mia vita come bisognava fare per dipingere, non
immedesimandomi nel tema o nel mondo del disegno, bens in
Utrillo, artista che una volta aveva realizzato dei quadri simili, a
Parigi. Naturalmente, questa non era una vera immedesimazione:
proprio come facevo quando, disegnando vedute del Bosforo, cre-
devo di essere un elemento del mondo che dipingevo, allo stesso
modo ritenevo, in una piccola parte della mia mente, di essere
Utrillo. Questo pensiero era per me un punto di riferimento nei
momenti in cui, tormentato dai dubbi sul valore del disegno, ave-
vo paura che gli altri non lo trovassero "bello" o "significativo",
e soprattutto nei momenti d'insicurezza, che non capivo da cosa
dipendessero. Sentivo che legarmi troppo a questa convinzione mi
soffocava. Talvolta perdevo il controllo del disegno - proprio co-
me sarebbe successo durante un'esperienza sessuale che avrei vis-
suto in seguito -, e qualcosa mi trascinava con impeto, sollevan-
domi piacevolmente: solo quando finiva, a mo' di onda che si di-
sfa infrangendosi contro gli scogli, dopo essermi liberato dallo
stupore e dalla tristezza, potevo riposarmi un po'.
Mettevo in un angolo della stanza, al livello degli occhi, il di-
segno che avevo fatto basandomi su una delle fotografie che ave-
vo scattato, e cercavo di guardarlo come se appartenesse a un'al-
tra persona. Se il disegno che avevo terminato in fretta mi colpi-
va immediatamente, ero inondato da un senso di piacere e fiducia.
La tristezza del sobborgo e la malinconia della strada secondaria
mi riempivano di un sentimento di vittoria. Ma spesso mi facevo
cogliere da un pensiero di insufficienza e di imperfezione e cerca-
vo di accettare il mio lavoro muovendo la testa a destra e a sini-
stra, cambiando il mio punto di vista, avvicinandomi e allonta-
nandomi, guardandolo da nuove angolazioni e talvolta aggiungen-
do disperatamente qualche tratto di pennello. Poich non credevo
pi di essere Utrillo, o di avere qualcosa di lui, proprio come mi
succedeva dopo aver fatto l'amore, ero invaso da un sentimento
di tristezza, nato questa volta non dal panorama ma dall'insuccesso
dell'opera. Non ero n Utrillo n chiss chi; ero uno che aveva fat-
to un disegno simile a quelli di Utrillo.
Ma, ugualmente, quel senso di tristezza che negli anni successi-
vi divent ancor pi profondo creandomi parecchi problemi di fron-
te al foglio, e la convinzione di poter dipingere solo sentendomi
un'altra persona, si dissolvevano prima di diventare un motivo di
vergogna. Provavo un vago orgoglio perch imitavo (non usavo mai
questa parola) un pittore che aveva uno stile, un modo particolare
di vedere e disegnare, oppure perch ero simile a un altro, come mi
sentivo allora, in quanto avevo anch'io uno stile originale e una per-
sonalit. Avevo intuito allora per la prima volta quella sensazione
che avrebbe occupato la mia mente negli anni successivi, cio il fat-
to di poter avere una personalit imitando gli altri:  quella situa-
zione di contraddizioni interne che gli occidentali chiamano "para-
dosso". Alleggerivo i fastidi che provavo sotto l'influenza di un al-
tro pittore pensando di essere ancora un bambino, e concependo il
disegno come una parte del gioco. La consolazione pi naturale era
ritenere che la citt che disegnavo, quella Istanbul di cui avevo scat-
tato le foto, fosse una realt pi importante dell'effetto dell'opera.
Talvolta, mentre ero tutto concentrato nella pittura, mio pa-
dre entrava all'improvviso nella mia stanza e iniziava a osservare
rispettoso il mio entusiasmo per il disegno, come quando da pic-
colo mi sorprendeva a toccarmi il pene; in quelle occasioni mi chie-
deva, senza alcun disprezzo: "Come stai, Utrillo ?" La vena scher-
zosa di questa domanda mi ricordava che avevo ancora l'et per
imitare un altro, come un bambino. Avevo sedici anni e mia ma-
dre, che conosceva la mia passione per la pittura, mi aveva dato le
chiavi della casa di Cihangir, in cui una volta abitavamo e dove
adesso c'erano mobili e oggetti molto vecchi, suoi e di mia nonna
perch la usassi come un atelier. Talora, durante i finesettimana,
uscendo dal Robert College andavo in questo appartamento fred-
do e vuoto e, dopo aver acceso la stufa ed essermi riscaldato, sce-
glievo un paio di fotografie che avevo scattato, quindi, traendone
ispirazione, facevo subito due grandi disegni per poi tornarmene
a casa stanco e stranamente triste.

Capitolo ventinovesimo
La pittura e la felicit famigliare


Appena entrato nell'appartamento del palazzo costruito da mio
nonno, a Cihangir, subito accendevo la stufa a gas, nonostante
questo mi seccasse un po'. (Quel piacere di accendere la stufa a
gas che rendeva molto felice il piromane che era in me a undici an-
ni quando abitavo con la mia famiglia in questo appartamento, se
n'  andato via da qualche tempo, senza dirmi "addio", come
tante altre gioie infantili: io me ne rendevo conto sempre con un
certo ritardo). Quando sentivo che l'appartamento dagli alti sof-
fitti si era riscaldato abbastanza da togliermi il freddo alle mani,
e dopo essermi messo un vestito tutto sgualcito e sporco, mi lan-
ciavo a disegnare Istanbul - soprattutto se non lo facevo da mol-
to tempo -, ma il pensiero di non riuscire a far vedere subito, o
entro un paio di giorni, a qualcuno le mie opere, mi congelava l'en-
tusiasmo. Col tempo, l'appartamento di Cihangir, che io avevo
riempito di quadri, si era trasformato in una piccola galleria, tut-
tavia nessuno ci passava, n mio padre n mia madre, per dirmi
quanti lavori meravigliosi stavo portando avanti. Mentre disegna-
vo in quell'appartamento scoprii che, oltre a desiderare di mostrare
i miei quadri agli altri, volevo anche essere osservato, sentire i mo-
vimenti di una famiglia felice, i passi e gli altri rumori per la casa.
Disegnare panorami di Istanbul in un appartamento deprimen-
te, mal riscaldato, tra la polvere e la muffa e pieno di oggetti vec-
chi, mi rattristava molto.
(Oggi, fra i miei disegni ormai quasi tutti perduti, vorrei tanto
trovarne alcuni che avevo fatto a sedici, diciassette anni, e che trat-
tavano, se posso dirlo con le parole di Tolstoj, della "felicit fami-
gliare". Come si comprende dalla posa della fotografia nella pagina
seguente, scattata da un professionista chiamato appositamente,
m era molto difficile imitare una "famiglia felice", perci questi
lavori	er me hanno una grande importanza. Non erano i disegni
delle s  ade secondarie di Istanbul, o dei panorami del Bosforo,
ma erano i nostri ritratti, di mia madre e di mio padre, mentre
vivevamo la nostra vita quotidiana. Li dipingevo di corsa nei mo-
menti in cui la tensione tra i miei genitori si attenuava, e loro non
si pungevano a vicenda e tutti erano tranquilli, con la musica del-
la radio o del mangiacassette in un angolo della casa, o quando la
domestica preparava in cucina il pranzo o la cena, oppure prima
di una gita o un viaggio che avremmo fatto tutti insieme, e sen-
tivo che eravamo magari non completamente felici, ma neanche
insoddisfatti della nostra vita.
Mio padre era spesso sdraiato sul divano nel soggiorno, perch,
quando era in casa, passava la maggior parte del tempo a leggere
giornali, riviste e libri (al posto dei volumi letterari della sua gio-
vinezza, sfogliava testi di bridge), oppure a guardare pensieroso e
triste il soffitto. Nei momenti in cui invece era felice, si alzava dal
divano per dirigere l'orchestra immaginaria che suonava al man-
giacassette, ad esempio la Prima sinfonia di Brahms, in un tripu-
dio di gesti da direttore d'orchestra che mi sembravano arrabbia-
ti, ambiziosi e passionali. Mia madre, seduta sulla poltrona ac-
canto, alzava gli occhi dal giornale o dal lavoro a maglia e sorrideva
a mio padre con un'espressione che mi pareva di affetto e amore.
A volte questa inquadratura di famiglia felice catturava la mia
attenzione nonostante non ci fosse nessun movimento o discorso
particolare che la mettesse in evidenza - forse mi colpiva proprio
per questo. Allora, dopo aver bisbigliato "disegner", con un cer-
to imbarazzo non privo di entusiasmo, come se parlassi di uno spi-
rito che mi era entrato dentro, correvo nella mia stanza a pren-
dere l'occorrente - i colori a olio o la scatola Guitar di centoven-
ti pastelli comprata da mio padre in Inghilterra, e un paio di fogli
da disegno Schler che mia zia mi regalava a ogni compleanno -,
e dopo essermi sistemato in un angolo dello studio di mio padre
in modo da poter vedere tutti e due, schizzavo velocemente l'in-
terno della casa.
Durante tutto questo tempo, forse perch i miei genitori non
dicevano nulla e trovavano naturale questo mio desiderio irresi-
stibile di disegnare, mi sembrava che Allah avesse fermato il tem-
po, per un breve periodo, solo per me. (Qualche volta credevo che
Allah ogni tanto mi mostrasse un interesse speciale e mi dedicas-
se delle attenzioni quand'era necessario, nonostante tutto il mio
disinteresse nei Suoi confronti). Forse i miei genitori mi sembra-
vano felici proprio perch non parlavano. Pensavo che la famiglia
fosse un gruppo dove tutti fingevano di essere felici, nasconden-
do e riducendo per qualche ora al silenzio i demoni e gli spiriti
dentro, al fine di sentirsi tranquilli, sereni, sicuri e amati. Se do-
po un po' questa posa di felicit che si credeva vera a furia di imi-
tarla, e si assumeva perch non c'era altro da fare, non calmava le
ansie, mio padre, mentre mia madre continuava a lavorare pa-
zientemente a maglia, toglieva gli occhi dalle righe che leggeva e
cominciava a guardare fuori dalla finestra, lontano, il panorama
del Bosforo - senza interessarsi alla sua bellezza -, perso in un
mondo di sogni. Quando la televisione, diffusasi in Turchia all'i-
nizio degli anni Settanta, entr anche nel soggiorno di casa nostra,
la felicit o il dolore strano di vivere che sentivano i miei genitori
nello stesso istante per quei silenzi magici che creavano senza as-
solutamente muoversi o parlare, lasciarono il posto al potere di sva-
go dei programmi che guardavano insieme con un po' d'imbaraz-
zo, cos non mi venne pi voglia di fare i loro ritratti. Perch per
me la felicit era, forse, riuscire a tirare fuori gli spiriti e i demo-
ni con impeto e naturalezza, mentre chi mi voleva bene soffocava
i suoi.
Talvolta succedeva che parlassero tra di loro, mentre se ne sta-
vano assolutamente immobili, quasi posassero davanti a un foto-
grafo, e allora la mia mano accelerava per terminare il quadro del-
la famiglia felice. Uno riferiva la notizia che aveva letto sul gior-
nale, l'altra dopo un lungo silenzio la commentava oppure, qualche
volta, non diceva nulla. In altri momenti, mentre eravamo io e mia
madre a parlare, mio padre, sdraiato sul divano, solo dopo molto
tempo si inseriva nei nostri discorsi. I lunghi silenzi erano inter-
rotti dal passaggio sul Bosforo di una terribile nave sovietica, lo
strano radar sempre in funzione, che dalla nostra casa a Beikta
Serencebey si vedeva in tutta la sua lunghezza, o dall'arrivo della
primavera, annunciata da una frase cortissima sulle cicogne ("Pas-
sano le cicogne" che volavano sopra di noi mentre migravano
dall'Africa in Europa. Ma ero anche cosciente di quanto fossero
fragili la mia felicit e la mia serenit nate da quei silenzi che fa-
cevano sentire la profondit del mondo interiore di ognuno, quan-
do stavamo tutti insieme nel soggiorno. Mentre la mia mano ten-
tava frenetica di finire gli ultimi dettagli, mi accorgevo con un bri-
vido di alcuni particolari del corpo dei miei genitori che non avevo
mai notato fino a quel momento. Il filo di lana che usciva dai fer-
ri con cui mia madre, l'espressione met felice met speranzosa,
lavorava a maglia, prima scendeva nel suo grembo, poi pi gi, ai
piedi, e si univa al gomitolo di lana dentro un sacchetto di plasti-
ca. Mentre mi soffermavo a guardare, per disegnare bene, il pie-
de di mia madre che stava sempre immobile dentro la pantofola,
vicino a quel sacchetto trasparente, anche quando parlava con mio
padre o si immergeva nei suoi pensieri, avvertivo uno strano ti-
more: le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre mani, addirittura
le nostre teste avevano qualcosa di materiale come i vasi dove mia
madre metteva margherite o pungitopo, o i tavolini e i piatti di Iz-
nik appesi al muro. Nonostante imitassimo con successo una fa-
miglia felice, e proprio come succede a teatro avessi sospeso il mio
scetticismo, c'era comunque qualche aspetto che rendeva noi tre
che stavamo in tre angoli diversi del soggiorno, simili a uno degli
oggetti stipati nel soggiorno di mia nonna.
Amavo molto questi silenzi condivisi, cos come amavo i rari
momenti in cui eravamo impegnati in qualche gioco (a carte o a
tombola a Capodanno), e per non perdermi quegli istanti di ar-
monia finivo in fretta e furia il mio disegno. Cercando di imitare
il pennello veloce di Matisse o qualche particolare degli interni
delle case di Bonnard, mentre riempivo i tappeti e le tende di pic-
cole virgole e arabeschi talvolta mi accorgevo che diventava sera
e per questo la lampada a stelo sopra la testa di mio padre diffon-
deva una luce pi forte. Quando vedevo che il colore del Bosforo
e quello del cielo si trasformavano in un blu scuro e affascinante
col tramonto, notavo che sulle grandi finestre che davano sullo
stretto, alla luce arancione della lampada, non si rispecchiavano
pi i suoi panorami, o i traghetti e i battelli della linea Beikta-
Uskudar, o i fumi delle navi, ma l'interno della nostra casa.
Quando di sera cammino per le strade o guardo fuori dalla fi-
nestra, mi piace ancora molto spiare gli interni delle case, illumi-
nati da una luce arancione chiaro. Talora scorgo a una finestra una
donna, seduta a tavola, mentre legge da sola le carte, proprio nel-
la stessa posa di mia madre che fumava e girava pazientemente le
carte, nelle lunghe sere d'inverno in cui mio padre non rientrava.
Talora invece vedo in un modesto pianterreno una famiglia che
cena chiacchierando attorno a una luce arancione come la nostra,
e osservando il loro aspetto esteriore penso ingenuamente che sia-
no felici. I viaggiatori stranieri, a Istanbul, sono costretti a di-
menticare che una citt  fatta, oltre che dalle sue forme visibili,
anche di luoghi chiusi.

Capitolo trentesimo
I fumi delle navi nel Bosforo


La diffusione delle navi a vapore e il loro utilizzo nel Mediter-
raneo dopo la seconda met del XIX secolo, oltre a cambiare im-
provvisamente il panorama della citt, accorci la distanza tra
Istanbul e i centri europei, determinando l'arrivo, per un breve
periodo, di molti viaggiatori occidentali i quali scrissero di getto
qualcosa sulla citt formando con il materiale letterario accumu-
lato un'idea di Istanbul sviluppata poi dagli scrittori turchi. Dopo
la fondazione delle Linee marittime e la costruzione di moli in tut-
ti i piccoli villaggi della zona, e con il passaggio delle navi a vapo-
re su e gi per lo stretto, in realt cambi non solo il panorama del
Bosforo, ma anche quello di tutta Istanbul. (Ricordiamo che la pa-
rola vapur, battello, ormai entrata nella nostra lingua e nella vita
quotidiana della citt, deriva dalla parola francese vapeur e indica
i due aspetti di questo mutamento). E non parlo solo della tra-
sformazione dei villaggi del Bosforo e del Corno d Oro, che si svi-
lupparono rapidamente e cominciarono a far parte della citt gra-
zie ai battelli e alle piazze sorte intorno ai moli. (In precedenza,
molti villaggi dello stretto non avevano strade).
Queste imbarcazioni, che portavano i viaggiatori su e gi per
il Bosforo, cominciarono a essere conosciute in tutta la citt, da
Kizkulesi a Santa Sofia, da Rumelihisari al ponte di Galata, e in-
serendosi completamente nella vita quotidiana diventarono una
bandiera, un simbolo in grado di dare agli abitanti di Istanbul
l'idea di vivere tutti insieme in una grande citt. Per questo, pro-
prio come la fedelt, l'affetto e l'attenzione particolari dei vene-
ziani per i loro vaporetti, anche i miei concittadini si affeziona-
rono e amarono uno dopo l'altro i battelli delle Linee marittime
pubblicando libri pieni di loro fotografie. Gautier scrive che da
ogni barbiere era appesa alla parete la foto di una nave. Mio padre
riconosceva da lontano ognuna delle immense imbarcazioni che
avevano cominciato a viaggiare durante la sua infanzia e prima
giovinezza, dalla loro silhouette, e recitava, alcune volte subito
altre volte dopo averci riflettuto un attimo, i loro nomi e numeri
che mi sembrano ancora oggi dei ritornelli: cinquantatre Iniral;
sessantasette Kalender; quarantasette Tarz-z Nevin; cinquantanove
Kamer...
Mio padre, in risposta alle mie domande, mi elencava una a
una le differenze di queste navi che sembravano tutte uguali. Gra-
zie a queste spiegazioni che lui mi concedeva talvolta quando gi-
ravamo in macchina sul Bosforo, e talvolta nel soggiorno della no-
stra casa a Beikta, dove si dominava tutto il traffico dello stret-
to, avevo imparato a fare attenzione ad alcuni particolari di queste
navi, alla gobba di una, al fumaiolo lunghissimo di un'altra, al na-
so aquilino di un'altra ancora, alla sua poppa paffuta o al suo mo-
vimento leggermente inclinato, tuttavia non riuscivo a distinguer-
le. Cos anch io ho adottato come portafortuna la nave Paabahe,
costruita in Italia, a Taranto, nell'anno della mia nascita, il 1952,
che a uno sguardo attento - come faceva mio padre - distinguevo
per il suo fumaiolo piatto dalle altre navi gemelle di produzione
inglese e dal nome Fenerale e Dolmabae: non ho mai perso la
mia abitudine di rallegrarmi sinceramente ogni volta che la vedo
nella mia vita di tutti i giorni, mentre cammino distrattamente
per la strada o sono su una rampa o davanti a una finestra che si
affaccia sul mare, come uno che  felice di fronte al suo numero
magico.
Talvolta il vero contribuito delle navi del Bosforo al panorama
di Istanbul era il vapore che usciva dai loro fumaioli. Mi piaceva
davvero molto aggiungere ai panorami della citt che disegnavo
questi fumi neri di carbone che cambiavano a seconda della posi-
zione, del genere della nave, e in base alle correnti e soprattutto
al vento. Il disegno doveva essere terminato e quasi asciutto pri-
ma di tracciarvi i vapori che uscivano dai fumaioli delle navi, con
il mio pennello bene immerso nel colore. I fumi mi sembravano i
timbri delle navi, collocati in un universo finito, come la firma che
avrei messo in un angolo del disegno per sentirmi importante.
Mentre gonfiavo il fumo e lo facevo diventare una nuvola, mi sem-
brava che il mio mondo a Istanbul si offuscasse o si coprisse. Quan-
do cammino sulla riva del Bosforo o viaggio su un battello, mi pia-
ce passare sotto il fumo vaporoso e spesso di un'altra imbarcazio-
ne e sentirmi sulla faccia come una ragnatela fragile, una vaga
pioggia di fuliggine in balia del vento; mi piace respirare l'odore
bruciato e metallico del fumo formato da milioni di puntini neri
di pulviscolo e contemplare la dispersione in citt dei vapori che
escono nello stesso momento dai battelli ancorati al ponte di Ga-
lata e nei dintorni.
Tenevo a mente - per poi ricordarli nei miei disegni successi-
vi - i vari movimenti di diffusione e scomparsa del fumo delle navi
sul Bosforo, sotto diverse forme, perch mi creavano sempre dei
problemi (talvolta rovinavo il disegno aggiungendo troppo fumo),
mentre terminavo con entusiasmo la mia opera circondata sempre
dai vapori dei fumaioli delle navi. Ma al momento di dare gli ulti-
mi colpi di pennello al disegno avevo spesso dimenticato la vera
forma delle nuvole di fumo.
La perfetta immagine, da me molto apprezzata, era quella dove il
vapore, diffondendosi in un cielo senza vento, si innalza leggermente
con un angolo di circa quarantacinque gradi e assume quindi una
posizione parallela al mare: rimane cos, all'inizio, senza dissolver-
si, e poi si disfa tracciando una linea sottile che mostra il suo per-
corso sullo stretto. L'esile fumo, di color carbone, liberato da una
nave al molo in una giornata tranquilla e serena, aveva sempre un
aspetto triste, come il vapore sottile che esce dal piccolo camino
di una misera casa. Mi piacevano anche le sue fattezze, simili alle
lettere arabe, alle pieghe e agli archi che si formavano sul Bosforo
quando il battello, sotto la spinta del vento, cambiava leggermen-
te direzione. Ma queste fattezze, allegre e casuali, mi inquietavano,
perch il fumo di una nave delle Linee marittime della citt su un
panorama dello stretto era un elemento fondamentale per sottoli-
neare la malinconia del paesaggio e del disegno. Invece l'immagine
pi rara  costituita dalla scia triste del vapore appeso al cielo, quel-
la lasciata da una nave che avanza sinuosa nel Bosforo in una gior-
nata assolutamente tranquilla. Mi piaceva anche il congiungimen-
to dei fumi neri e scuri con le nuvole basse e minacciose all'oriz-
zonte, come nei disegni di Turner. Ad ogni modo, quando stavo
per terminare un lavoro, dipingevo la nuvola di fumo - o le nuvo-
le se c'erano pi navi - pensando ai panorami dei pittori impres-
sionisti come Monet, Sisley e Pissarro, alla nuvola azzurrina del
quadro di Monet La stazione di St-lazare, oppure a quelle allegre,
simili a palle da gelato, di Dufy, che apparteneva a un mondo com-
pletamente diverso.
Mi piace molto Flaubert perch ha prestato attenzione alle for-
me dei fumi delle navi e le ha descritte nell'incipit del suo roman-
zo intitolato L'educazione sentimentale (che amo anche per altri mo-
tivi). Questa frase, che ho scritto per cambiare discorso, potrebbe
essere definita ara taksim, come si usa nella musica ottomana tra-
dizionale: significa intermezzo ed  solo strumentale. Dato che la
parola taksim significa anche dividere, spartire, e indica il luogo
dove l'acqua si divide in due, gli abitanti di Istanbul chiamarono
Taksim l'altopiano su cui era costruito il centro di distribuzione
dell'acqua, e dove Nerval passava le sue giornate guardando il pa-
norama, i venditori e i cimiteri. Ancora oggi chiamano cos quel
posto dove ho trascorso la mia vita. Ma prima che questo luogo si
chiamasse Taksim, ci pass anche Flaubert, oltre a Nerval.

Capitolo trentunesimo
Flaubert a Istanbul: l'Oriente, l'Occidente e la sifilide


Gustave Flaubert giunse a Istanbul insieme al suo amico foto-
grafo e scrittore Maxime du Camp a sette anni dall'arrivo di Ner-
val, nell'ottobre del 1850, gi afflitto dalla sifilide che aveva ap-
pena contratto a Beirut, e ci rimase circa cinque settimane. Non
bisogna prendere troppo sul serio il fatto che, dopo aver lasciato
la citt, avesse scritto al suo amico Louis Bouilhet, da Atene, che
"Istanbul  una citt dove bisogna stare sei mesi". Flaubert era
una persona che sentiva nostalgia per tutto ci che si lasciava die-
tro. Come si pu capire facilmente dalle sue lettere che recavano
la scritta Constantinople subito dopo la data, da quando era parti-
to gli erano mancati assai di pi la sua abitazione a Rouen, lo stu-
dio e la cara madre, per cui aveva pianto a lungo al momento del-
la partenza, e ora voleva tornare a casa il pi presto possibile.
Anche Flaubert, come Nerval, quando si era diretto in Orien-
te prima si era fermato al Cairo, e poi a Gerusalemme e in Liba-
no. Come Nerval, non si interess molto a Istanbul, perch era
stanco delle immagini orientali rigide, spaventose, orribili, misti-
che ed esotiche che aveva incontrato in quei luoghi, e ormai stufo
delle sue fantasie e della realt pi "orientale" delle sue previsio-
ni. (a sua intenzione era quella di restare a Istanbul tre mesi). Un
motivo di questo disinteresse era che Istanbul non era l'Oriente
da lui cercato. In una lettera seritta da Istanbul a Louis Bouilhet
racconta che gli torn alla mente, proprio guardando il panorama,
Lord Byron durante il suo viaggio nell'Anatolia occidentale. A By-
ron interessava "l'Oriente turco, del pugnale, dei vestiti albanesi
delle finestre sbarrate che si affacciavano sul mare". Invece Flau-
bert preferiva "l'Oriente dei beduini, dei deserti, delle profondit
dell'Africa, con coccodrilli, cammelli e giraffe".
Inoltre, il giovane scrittore ventinovenne, durante il suo viaggio
in Oriente, soprattutto in Egitto aveva gi interiorizzato tante di
quelle immagini da bastargli per il resto della vita. Come si com-
prende dalle lettere scritte a sua madre e a Bouilhet, aveva ormai
la mente occupata dai progetti per il futuro e dai libri che avreb-
be scritto. (Tra le opere che durante il suo viaggio sognava un gior-
no di portare a termine, c'era anche il romanzo intitolato Harel
Bey, che narra la storia di due uomini, uno civile e occidentale e
l'altro incivile e orientale, che col tempo si somigliano sempre di
pi e alla fine si scambiano i posti). Gi allora, nelle lettere scrit-
te a sua madre, c'era il materiale che avrebbe formato la leggenda
di Flaubert, il quale non prendeva sul serio nulla, oltre all'arte, e
odiava la vita borghese ordinaria, il matrimonio, il lavoro fisso.
Ma  proprio qui, su queste strade dove avrei passato tutta la vi-
ta - a volte lo ricordo con stupore -, che ha pensato e scritto,
cent'anni prima della mia nascita, le righe destinate a diventare la
base dell'etica letteraria modernista: "Non me ne importa un ac-
cidente della societ, non me ne importa nulla neanche del futu-
ro, di quello che dicono gli altri, degli istituti, addirittura della fa-
ma letteraria che ho sognato per tante notti. Ecco, io sono fatto
cos" (da Flaubert a sua madre, Istanbul, 15 dicembre 1850).
Perch mi interessa cos tanto ci che dissero i viaggiatori oc-
cidentali di Istanbul, ci che fecero e sognarono nella citt, ci che
scrissero alla loro madre? Perch talvolta mi identifico con alcuni
di questi viaggiatori (Nerval, Flaubert, De Amicis), proprio come
mi identificavo con Utrillo quando disegnavo Istanbul, e sono cre-
sciuto lasciandomi influenzare da loro, e combattendo con loro.
I viaggiatori occidentali mi offrono pi insegnamenti sui panora-
mi e sulla vita quotidiana del passato della mia citt rispetto agli
scrittori turchi, che non prestano cos tanta attenzione alla realt
che li circonda.
Ognuno di noi ha in mente un testo in parte segreto, in parte
leggibile che d un senso a ci che fa nella vita, senso che possia-
mo chiamare sia coscienza sbagliata, sia fantasia, addirittura ideo-
logia come si diceva un tempo. In questo intreccio testuale, che
offre un significato alla nostra vita, ci che dissero gli osservatori
occidentali occupa un posto importante. Per coloro che abitano a
Istanbul, come me, con un piede in una cultura e con l'altro in un
mondo diverso, questo "osservatore occidentale" pu non essere
una persona reale, ma una mia invenzione, una mia immaginazio-
ne, addirittura un'illusione. Ma dato che la mia mente non riesce
ad accettare i vecchi testi della vita tradizionale come un unico li-
bro, sento il bisogno di questo straniero che d un senso alla mia
vita con una nuova versione, un nuovo seritto, un nuovo disegno
o un nuovo film. Quando sento mancare gli sguardi occidentali su
di me, divento l'occidentale di me stesso.
Poich Istanbul non  mai stata la colonia degli occidentali che
la descrissero, disegnarono e filmarono, il fatto che costituisse un
materiale esotico per i viaggiatori occidentali non mi disturba n
mi rattrista. Anch'io, spinto dallo stesso entusiasmo, trovo eso-
tici questi viaggiatori, le loro paure e i loro sogni nei nostri con-
fronti, e spesso li leggo non per divertirmi, informarmi o guarda-
re la citt uscita dai loro pennelli, ma per occuparmi del loro mon-
do. Inoltre erano venuti qui, a casa mia, per i loro desideri, le loro
fissazioni, e avevano descritto ci che avevano visto: cos il mio
mondo si  infiltrato nei loro testi e disegni. Soprattutto quando
leggo i viaggiatori occidentali del XIX secolo, che pi di altri rac-
contarono, registrarono, confrontarono e fantasticarono sulla mia
citt, capisco che questa, la citt che io chiamo "mia", non  poi
completamente mia. Mi piace accettare questa mia fragilit e in-
decisione su me stesso, e sul luogo cui appartengo. Proprio co-
me facevo con i pittori occidentali che avevano contemplato la
silhouette di Istanbul dal punto in cui l'avevo guardata per anni
- da Galata e Cihangir, dove adesso scrivo queste righe -, tal-
volta, leggendo le opere dei viaggiatori occidentali, mi identifico
con i loro sguardi che entrano nei dettagli, contano, pesano, clas-
sificano, giudicano e spesso riflettono i loro sogni, limiti e desi-
deri. E tutte queste mie titubanze, che mi rendono sia il sogget-
to sia l'oggetto degli sguardi occidentali, in bilico fra partecipa-
zione ed estraneit, proprio come quando cammino distratto per
le strade, mi fanno venire per la testa pensieri sempre insinceri,
diversi e contrastanti: non mi sento n completamente apparte-
nente a questa citt, n completamente straniero. Questo  an-
che l'atteggiamento mentale della gente di Istanbul negli ultimi
centocinquant'anni.
Per fare un esempio, possiamo occuparci del pene di Flaubert,
che in quei giorni costituiva il suo problema pi importante. Il no-
stro addolorato scrittore, in una lettera scritta a Louis Bouilhet il
secondo giorno della sua visita a Istanbul, dice di presentare set-
te ferite, dovute alla sifilide contratta a Beirut, lesioni che poi,
unendosi, ne avevano formata una sola. "Ogni mattina e ogni se-
ra cospargo di pomate il mio povero pene!", scrive Flaubert da
Istanbul. Prima pensa di essere stato contagiato da una maroni-
ta, ma poi, continua sarcasticamente, "Chiss se l'ho presa da una
turca? Turca o cristiana? Ecco un nuovo aspetto del problema
orientale che la "Revue des Deux Mondes" non immagina nean-
che!" In quegli stessi giorni, nelle lettere che scrive a sua madre,
rivela di non volersi mai sposare. Ma questo non dipende dalla
sua malattia.
Sebbene fosse in piena lotta contro la sifilide che gli provoc
una caduta di capelli cos improvvisa che anche sua madre ebbe
poi difficolt a riconoscerlo, Flaubert tuttavia si rec al bordello
pure a Istanbul. Il dragomanno - traduttore e guida - che porta-
va i viaggiatori occidentali sempre negli stessi posti, lo accompa-
gn, a Galata, in un posto cos "sporco", e dove le donne erano
cos "schifose", che Flaubert desider andarsene subito via. Da
quello che scrisse, la "madame" in quel momento gli propose sua
figlia. Questa era una giovane intorno ai sedici, diciassette anni
che piacque molto a Flaubert. Ma non volle saperne di stare con
lui. Le persone nella casa costrinsero allora la ragazza - siamo cu-
riosi di sapere come si comport lo scrittore di fronte a queste in-
sistenze - e alla fine, quando rimasero soli, la giovane gli chiese
in italiano se poteva vedere il suo pene per capire se aveva qual-
che malattia. "Avevo paura che vedesse la mia ferita, cos ho ab-
bandonato quel posto dicendo di aver ricevuto degli insulti!",
scrive Flaubert.
Invece, al Cairo, dopo aver osservato in un ospedale i malati
che si tiravano gi i pantaloni a un cenno del medico e mostra-
vano le ferite provocate dalla sifilide all'osservatore occidentale
aveva scritto tutto sul suo quaderno, entusiasta di aver visto una
nuova stranezza, una nuova forma di sporcizia ovvero un nuovo
evento patologico appartenenti all'Oriente, proprio come avreb-
be fatto osservando attentamente un nano nel cortile di Palazzo
Toplcapi. Flaubert era venuto in Oriente non solo per osservare
panorami e acquisire ricordi indimenticabili, ma anche per vedere
le bizzarrie e le malattie della gente, tuttavia in questa sua attivit
non aveva alcuna intenzione di mostrare le proprie, di stramberie.
Edward Said, nel suo brillante libro intitolato Orientalismo, letto
purtroppo per soddisfare i miei sentimenti nazionalistici e per con-
vincermi che "l'Oriente" sarebbe davvero un luogo meraviglioso se
solo non ci fossero gli occidentali, ha parole molto tolleranti su Ner-
val e Flaubert, e cita la scena all'ospedale del Cairo, per non scri-
ve nulla sull'episodio del bordello a Istanbul. Forse perch Istan-
bul non  mai stata una colonia europea. Invece anche i nazionali-
sti turchi, come i viaggiatori occidentali, avevano attribuito alle
altre civilt questa malattia, probabilmente diffusa nel mondo dal-
l'flmerica, e l'avevano chiamata "frengi", che vuol dire europeo.
L'autore di origine albanese emsettin Sami, che a cinquant'anni
dall'arrivo di Flaubert pubblic a Istanbul il primo vocabolario
turco, scrive che la sifilide "era arrivata qui dall'Europa". Inve-
ce Flaubert, nel Dizionario delle idee comuni, risponde alla sua do-
manda, ormai contagiosa come la malattia stessa, "Chi me l'ha
trasmessa?," senza trasformarla in un nuovo scherzo orientale-oc-
cidentale: tutti pi o meno hanno avuto la sifilide.
Flaubert, che nelle sue lettere  molto franco e sincero, pre-
so dalla curiosit per le vicende strane, terribili, sporche e biz-
zarre, parla delle "puttane dei cimiteri" che di notte incontrano
i militari, e poi dei nidi vuoti di cicogne, del freddo e del vento
del Mar Nero che porta un gelo siberiano a Istanbul, e dei gran-
di affollamenti di gente. Flaubert scrisse le sue pagine pi com-
moventi proprio su quei cimiteri da cui tutti furono attratti, tran-
ne gli abitanti di Istanbul. Sembra che sia stato lui ad accorgersi
per primo delle pietre tombali in mezzo alla citt e alla vita quo-
tidiana, pietre che col passare del tempo sono sprofondate nella
terra e sono scomparse, proprio come i ricordi dei morti che a po-
co a poco si dimenticano.

Capitolo trentaduesimo
Io e mio fratello: litigi e spintoni


Tra i sei e i sedici anni, con mio fratello ho sempre litigato, e
le ho sempre prese con una violenza che aumentava progressiva-
mente. Dato che a quei tempi - e forse anche adesso - le liti, le
risse e gli scontri tra due fratelli separati da diciotto mesi erano
considerati un evento ordinario, addirittura sano, non ero in ve-
rit cos determinato a cambiare questa situazione. Consideran-
do le botte che ricevevo come il risultato del mio fallimento per-
sonale, della mia debolezza e della mia impotenza, ed essendo inol-
tre il primo a ricorrere a questi metodi nei momenti di rabbia e
umiliazione dei primi anni - e credendo poi a volte di aver meri-
tato quelle percosse -, naturalmente non potevo assurgere a pala-
dino della non-violenza. Quando a casa nasceva una lite e si rom-
pevano i vetri e i bicchieri, e poi mi venivano lividi dappertutto e
mi riempivo completamente di sangue, mia madre si lamentava del
disordine e della nostra incapacit di condividere ci che aveva-
mo, preoccupandosi delle proteste dei vicini per il rumore, invece
di pensare alle botte terribili che ci davamo e a quelle che alla fi-
ne prendevo sempre e soltanto io.
Quando ricordai, diversi anni dopo, queste liti e questa violen-
za a mia madre e a mio fratello, si comportarono come se tutto que-
sto non fosse successo e pensarono che io mi inventassi un passato
sconvolgente e melodrammatico solo per scrivere qualcosa di inte-
ressante. Sembravano cos sinceri che io diedi loro ragione, e pen-
sai che mi influenzassero maggiormente le mie fantasie che non la
mia vita. Per questo, il lettore di queste pagine tenga presente che
a volte esagero e non riesco a liberarmi delle mie illusioni, proprio
cotne un paranoico triste che non pu liberarsi dell'ossessione di es-
sere perseguitato pur sapendo della sua malattia. Ci che  impor-
tante per un pittore non  la realt, ma la forma degli oggetti, cos
come ci che  importante per un romanziere non  la successione
degli eventi, ma il loro ordine, e ci che  importante per lo scrit-
tore di ricordi non  la precisione del passato, ma la sua simmetria.
Per questo il lettore che si  accorto che cercando di racconta-
re me stesso racconto Istanbul e raccontando Istanbul racconto me
stesso, dovrebbe aver gi capito che questi litigi infantili e spieta-
ti costituiscono la premessa per parlare d'altro. In ogni caso, nei
primi scontri e spintoni con mio fratello non c'era niente di pi
della "naturalezza" dei bambini che tentano di esprimere attra-
verso la violenza i loro piccoli disaccordi. Fino ai dieci, dodici an-
ni io e mio fratello avevamo costituito un mondo nostro, chiuso agli
estranei. Non potevamo frequentare altri bambini, oltre a quelli
della scuola. Ed eravamo impegnati in tanti giochi inventati, per-
lopi da noi, o imparati da altri, ma dotati di regole nuove. Dentro
la casa generosa di ombre giocavamo a spaventarci a vicenda, a na-
scondino, a bandiera, all'impiccato, a dama, a scacchi, a carte, agli
indovinelli e a ping-pong sul tavolo grande. Quando mia madre non
era in casa, giocavamo a calcio con palle di diverse dimensioni e di-
versi materiali - talvolta fatte anche con la carta di giornale pres-
sata -, e non smettevamo finch non eravamo sudati fradici, tut-
tavia spesso scoppiavano delle liti fra una spinta e l'altra.
Abbiamo dedicato molti anni alla "partita di biglie", che ri-
specchiava il mondo maschile del calcio con le sue conseguenze e
leggende. Questo gioco, che facevamo anche con le pedine del back-
gammon, era divertente perch imitava bene le regole del calcio, la
disposizione dei giocatori sul campo e le tattiche di attacco e di-
fesa, e si basava sull'abilit delle dita - qualit che progrediva col
tempo -, ma anche sull'intelligenza e le doti strategiche. Le due
squadre, fatte di pedine o di biglie, che si sistemavano sul tappe-
to, cercavano di fare gol nelle porte con le reti che avevamo fatto
costruire dal falegname, secondo le diverse regole che avevamo
ideato minuziosamente, spinti dalla necessit di un po' d'ordine
alla fine di centinaia di litigi. Le biglie avevano i nomi dei calcia-
tori dell'epoca: li riconoscevamo a un solo sguardo come coloro
che riescono a distinguere i gatti soriani. Mio fratello raccontava
il nostro gioco a una folla immaginaria di tifosi, come Halit Kivan,
che allora faceva la cronaca in diretta delle partite di calcio alla ra-
dio di Istanbul, e quando qualcuno segnava, prima urlava "gol" al
posto dei tifosi, e poi ne imitava il frastuono. Alla fine di queste
partite, durante le quali recitavamo con successo le parti sia del-
la federazione, sia dei calciatori, sia della stampa, sia dei tifosi, e
senza successo dell'arbitro, proprio come fanno i tifosi scalmana-
ti che si accoltellano a vicenda dimenticando che il calcio  un gio-
co, anche noi dimenticavamo di giocare e ci mettevamo a litigare
vivacemente, per poi iniziare a picchiarci fino a farci male e ferir-
ci. Spesso io mi arrendevo di fronte alle sue percosse.
Ovviamente il sentimento comune di queste liti, scoppiate spes-
so a causa di una sconfitta, dell'invidia, dell'inosservanza delle re-
gole o dell'eccessivo sfott, era la rivalit. Ma questa era fatta di
destrezza, forza, sapienza e intelligenza piuttosto che una dimo-
strazione di moralit, sobriet o educazione. Era dipinta con i co-
lori della preoccupazione di imparare il pi presto possibile le rego-
le del mondo o del gioco, e con le tinte del desiderio di comandare
con coraggio e bravura. Dietro questa rivalit si nascondevano le
ombre degli indovinelli e dei problemi di matematica che mio zio
ci sottoponeva fermandoci sulle scale, delle discussioni a volte se-
rie e a volte scherzose sulle squadre di calcio per cui ognuno tifa-
va, e di una cultura che si formava pian piano dai libri che esalta-
vano le vittorie militari ottomano-turche, e dai regali come l'En-
ciclopedia delle scoperte e delle invenzioni.
Naturalmente si avvertiva anche la presenza dell'abitudine di
mia madre di annunciare spesso gare per semplificarsi la vita quo-
tidiana. "Un bacio a chi si mette il pigiama ed entra nel letto per
primo", diceva mia madre. "Far un regalo a chi quest'inverno
non si ammala". "Amer di pi chi mangia senza sporcarsi e fini-
sce per primo". Ma queste provocazioni materne erano, in ogni
caso, intenzionate a rendere i due maschietti pi "virtuosi", pi
"bravi" e "dolci".
Invece dietro ai nostri litigi c'era un lato arrogante, competi-
tivo, ambizioso, e anche il desiderio di comandare e vincere co-
me alcuni eroi in cui ci identificavamo. Proprio come facevamo a
scuola alzando la mano per dimostrare che sapevamo la lezione,
per diventare i pi bravi della classe e per distinguerci in questo
modo dagli altri "stupidi", cercavamo di sconfiggerci a vicenda;
comportandoci cos, probabilmente nascondevamo in un angolo
buio della nostra anima il sogno di allontanarci dal sentimento di
distruzione e tristezza che era il destino inesorabile di Istanbul,
pereh ogni suo abitante adulto, quando nota che la sorte della
citt coincide con la propria, comincia a sentire che lo attendono,
nella vita, la sobriet, il sentimentalismo e una tristezza che al li-
mite pu trasformarsi in una modesta felicit.
Mio fratello, a scuola, era sempre pi bravo di me. Conosceva
tutti gli indirizzi di casa, teneva a mente con un ritmo segreto, co-
me le formule matematiche, i numeri e i recapiti telefonici (quan-
do andavamo insieme da qualche parte, io guardavo le vetrine, il
cielo e ci che attirava la mia attenzione, lui invece fissava i nu-
meri e i nomi dei palazzi), e poteva elencare le regole del calcio, i
risultati delle partite, le capitali del mondo, le marche automobi-
listiche e i piazzamenti nelle gare di atletica con lo stesso entusia-
smo di quando adesso enumera, quarant'anni dopo, le lacune dei
professori rivali oppure i loro piccoli spazi nel Citation Index, l'in-
dice di citazione scientifica internazionale. Naturalmente il mio
grande interesse per la pittura, e il mio bisogno di stare da solo,
per un certo tempo, con la carta e la penna, dipendevano anche
dall'indifferenza assoluta di mio fratello verso il disegno.
Ma quando non riuscivo a trovare la felicit che inseguivo, an-
che dopo essermi impegnato per ore nella pittura, e allora il buio che
portavano in casa le tende pesanti e i mobili cominciava a penetrarmi
nell'anima come la tristezza, io mi cercavo un'occasione in grado di
farmi arrivare, in poco tempo, alla vittoria, come sogna tutta Istan-
bul, o una forma di competizione, e cos andavo da lui e accennavo
al gioco che ci appassionava in quel periodo - una partita di biglie,
di scacchi o una prova di abilit.
"Mi sa che vuoi farti di nuovo male", diceva mio fratello al-
zando la testa dal libro: alludeva, pi che al litigio e alle botte alla
fine del gioco, al suo successo, come accadeva nella maggior parte
di queste prove. "Il lottatore sconfitto non si sazia mai della lot-
ta!", sentenziava allora, ricordandomi che mi aveva battuto anche
l'ultima volta. "Studio ancora un'ora, poi giochiamo", conclude-
va, e tornava al suo libro.
La sua scrivania era sempre in ordine e pulita, invece la mia era
sempre un frenetico caos, come dopo un terremoto.
Le liti di questo primo periodo, proprio come i nostri giochi,
ci aiutavano a imparare le regole della vita. Invece pi tardi, quan-
do diventammo pi grandi e la violenza, le percosse e la sconfitta
cominciarono a lasciarmi dei segni profondi nell'anima, avvertii
che erano proprio queste regole a giocare con noi. Da due fratelli
riuniti sotto gli sguardi e la pioggia di raccomandazioni di una ma-
dre che cercava di riempire il vuoto di un padre spesso assente, e
pensava che, facendo finta di non accorgersi di questa mancanza,
la tristezza della citt non ci avrebbe raggiunti, ci trasformavamo
in due ambiziosi maschi adolescenti, decisi a formare un loro mon-
do. Le leggi e le regole che avevamo creato negli anni giocando e
vivendo in casa per evitare le liti (chi e dove si siede per primo, gli
spazi che ci appartenevano nell'armadio, i libri di nostra propriet,
chi e per quanto tempo si sarebbe accomodato in macchina vicino
a nostro padre, chi avrebbe chiuso la porta della camera rimasta
aperta chiss per quale motivo, una volta infilati nel letto, chi e
perch avrebbe spento la luce della cucina, chi avrebbe letto per
primo la rivista "Tarih"), si trasformavano a poco a poco in nuo-
vi motivi di scontro. Le ripicche, le beffe, le minacce e i molti pro-
blemi che non si risolvevano dicendo "non toccarlo,  mio", "guar-
da che finisci male", si concludevano con la torsione del braccio,
i pugni, le percosse e la violenza. Per proteggermi afferravo, come
una spada, gli omini di legno, le molle da stufa o il bastone della
scopa, insomma tutto ci che trovavo in giro.
Ancor peggio, le liti scoppiate per motivi d'orgoglio o presti-
gio, alla fine di una partita di biglie considerata da noi vitale, che
imitava una gara vera (una partita di calcio vera), ormai iniziava-
no anche per cause direttamente legate alla vita. Entrambi cono-
scevamo fin troppo bene i punti deboli dell'altro, e con una riva-
lit strana prendevamo spietatamente in giro le rispettive fragilit.
Inoltre le nostre violenze nascevano non pi da una rabbia mo-
mentanea, ma da una crudelt programmata.
In un momento in cui forse lo ferivo, mio fratello mi minac-
ciava: "Stasera, quando mamma e pap vanno al cinema, ti am-
mazzo di botte, vedrai!" Poi la sera, nonostante a cena li avessi
pregati di non uscire proprio perch avevo ricevuto quelle minac-
ce, mia madre e mio padre, come succedeva sempre, pensando che
la situazione si fosse placata e le parti avessero fatto pace, se ne
andavano e ci lasciavano soli.
A un certo punto di queste risse furibonde in cui ci battevamo
con tutte le nostre forze, sudati fradici, talvolta suonava il cam-
panello e noi, come i coniugi sorpresi dai vicini nel bel mezzo di
un litigio, ci rimettevamo in sesto e facevamo entrare l'ospite o il
vicino inopportuno che aveva interrotto il nostro animato diver-
timento dicendo: "Signore, prego, si accomodi", e mentre io e mio
fratello ci strizzavamo l'occhio allegramente, dicevamo che la no-
stra mamma sarel be arrivata a momenti; ma poi, quando rimane-
vamo da soli, al contrario dei coniugi che non riescono a stare sen-
za litigare, tornavamo felici e distratti alle nostre faccende quoti-
diane, come se nulla fosse successo. E qualche volta, dopo essere
stato tartassato ben bene, mi addormentavo su uno dei tappeti a
furia di piangere, come i bambini che si rattristano immaginando
il proprio funerale. Mio fratello, che non  assolutamente meno
gentile e affabile di me, dopo aver studiato un po' alla sua scriva-
nia, provava tenerezza per me e mi svegliava, dicendomi di alzar-
mi e di mettermi il pigiama, ma a me piaceva buttarmi sul letto
con i vestiti addosso, mentre lui continuava il suo lavoro. Scopri-
vo allora di avere nell'anima un punto oscuro, in bilico fra l'au-
tocompassione e la malinconia.
La tristezza, la sconfitta e il sentimento di persecuzione e umi-
liazic ne cl e mi cercavo e alla fine meritavo mi esentavano da tut-
te le regole da imparare, dai problemi di matematica da risolvere,
dagli articoli del trattato di Karlowitz da studiare a memoria e dal-
le difficolt della vita, e cos potevo infischiarmene di tutto. Do-
po essere stato picchiato e umiliato, mi sentivo libero. C'erano mo-
menti in cui, mio malgrado, desideravo essere picchiato; anche mio
fratello, che mi diceva "non andartele a cercare", lo intuiva. A vol-
te volevo combattere con tutte le mie forze solo perch lui avver-
tiva questo mio stato, e aveva la forza e l'abilit: io prendevo sol-
tanto le botte.
Dopo ogni lotta, un sentimento oscuro mi avvolgeva e mi vol-
teggiava nella testa, rivelandomi la mia cattiveria, la mia incapa-
cit, la mia colpa e la mia pigrizia. "E allora? - diceva una voce
dentro di me. - Io sono cattivo". Questa risposta, regalandomi a
un tratto un senso di liberazione impressionante, spalancava da-
vanti a me mondi nuovissimi. Accettando completamente di esse-
re cattivo, intuivo di poter disegnare ogni volta che volevo, di po-
ter infischiarmene delle lezioni, e di poter dormire tutto vestito.
D'altronde ero stranamente attratto dalla mia condizione di scon-
fitto, distrutto e oppresso, con i lividi sulle braccia e sulle gambe,
e talvolta con il labbro ferito e il naso sanguinante: mi piaceva es-
sere trattato in malo modo e apertamente picchiato da una forza
per me troppo grande, umiliato e disonorato. Forse mi affascina-
vano la vivacit e la chiarezza del colore delle mie immaginazio-
ni, delle mie fantasie, della mia ambizione di realizzare un gior-
no un'impresa straordinaria, in grado di avvolgermi come il ven-
to. Tutta questa violenza, tutto questo orgoglio e tutti questi
sogni avevano una forza e un dinamismo che non potevano esse-
re collegati n alla moralit n alla cattiveria. Il secondo mondo
che mi prometteva una felicit infinita e una vita nuova, alimen-
tandosi di quella violenza, diventava molto pi colorato e affa-
scinante. Era in periodi come questo che imparavo a scoprire
istintivamente e casualmente di sentirmi dentro la tristezza del-
la citt, e quando prendevo carta e penna afflitto da questa ma-
linconia e mi mettevo a dipingere, il disegno mi veniva meglio;
inoltre, il lato buio di questo sentimento a poco a poco si ritrae-
va, e io giocavo a dimenticare tutto.

Capitolo trentatreesimo
Scuola straniera, straniero a scuola


Al Robert College ho studiato quattro anni, e ho capito che la
mia infanzia era conclusa e il mondo era pi confuso di come pen-
savo io, un luogo doloroso nella sua immensit e dove era diffici-
le crescere. Avevo trascorso tutta la mia fanciullezza in un posto
che era per me il centro dell'universo formato da genitori-fratello-
casa-strada-quartiere. Durante quegli anni, e fino al liceo  avevo
messo questo mondo personale e geografico al centro della mia
vita, e credevo che questa fosse una misura universale. Adesso,
al liceo, capivo che questi luoghi non erano n il centro del mon-
do n - e questo era ancor pi doloroso - una misura per tutto.
Scoprire da una parte la fragilit della mia posizione, della mia
istruzione e delle mie credenze, e dall'altra l'immensit del mon-
do (mi piaceva perdermi nei labirinti, fra il gradevole odore del-
la carta vecchia, in quella biblioteca dai soffitti bassi, fondata dai
professori laici americani della scuola, dove per ore sfogliavo li-
bri), mi procurava un senso di solitudine e debolezza mai prova-
to prima.
Questo sentimento dipendeva anche dalla mancanza di mio
fratello. Quando avevo sedici anni, lui and negli Stati Uniti per
studiare a Yale. I nostri litigi erano stati quotidiani, questo  ve-
ro, ma lui per me costituiva un punto di riferimento pi impor-
tante dei miei genitori nelle mie classificazioni e nei miei giudi-
zi. Non mi lamentavo per questa solitudine, perch ero pi li-
bero di fantasticare e oziare, e non dovevo pi gareggiare ogni
istante fra umiliazioni e percosse. Nonostante questo, nei mo-
menti difficili in cui mi facevo prendere dalla tristezza mi man-
cava la sua compagnia.
M i sembrava che le difficolt dipendessero dalla disgregazione
di un mio centro personale. Tuttavia non riuscivo a capire esatta-
mente cosa fosse questo centro che avevo in testa, nell'anima. E
perci mi pareva di non potermi dedicare completamente allo stu-
dio, oppure alla vita. Mi offendeva anche il fatto di non riuscire a
essere lo studente pi brillante della classe, come una volta, senza
impegnarmi, ma ero in uno stato per cui non potevo n affliggermi
n rallegrarmi abbastanza per qualcosa. Durante la mia infanzia, in
cui avevo deciso che ero felice, la vita aveva la morbidezza del vel-
luto ed era una storia divertente e curiosa, quasi una favola. Inve-
ce a tredici, quattordici anni, questa storia unica sbiad, si disgreg
e si ridusse in mille pezzi. A volte credevo a ciascuno di questi fram-
menti, facendomi prendere dall'entusiasmo, e proprio come deci-
devo a ogni inizio anno scolastico di diventare il primo della clas-
se, senza poi riuscirci, per un certo periodo intendevo andare fino
alla fine di uno di questi piccoli brandelli di vita, ma poi in qualche
modo mi distraevo. (ualche volta mi sembrava che il mondo si al-
lontanasse da me, addirittura nel momento in cui la mia pelle, la
mia testa e i miei sentimenti si aprivano bramosi al suo abbraccio.
I miei infiniti sogni erotici, in questa confusione mentale, mi
ricordavano l'esistenza di un mondo dove poter sempre rifugiar-
si. Il sesso per me non era un attimo da condividere con un'altra
persona, ma una fantasia costruita individualmente. Come la mac-
china che pronunciava continuamente nella mia testa le lettere del-
l'alfabeto nei giorni in cui imparavo a leggere e a scrivere, adesso
avevo nel cervello un nuovo strumento dai tanti colori, che aveva
una capacit sorprendente di tirare fuori fantasie e piaceri sessua-
li da ogni fonte. Nei momenti in cui trasformavo in irresistibili so-
gni sessuali le persone intorno a me, senza risparmiare nessuno, e
tutti i disegni che vedevo sui giornali e sulle riviste, mi chiudevo
da solo nella mia stanza.
Poi, travolto dai sensi di colpa, mi tornava alla mente il ricor-
do di una conversazione fatta alle medie con due miei compagni
di classe, uno grasso, l'altro balbuziente. "Tu non lo fai mai?"
aveva detto quello balbuziente, a fatica. S, lo facevo anche alle
medie, ma mi ero vergognato e avevo mormorato una risposta che
non voleva dire n s n no. "Mi raccomatIdo, non farlo! - ave-
va continuato il ragazzino balbuziente che pi balbettava pi ar-
rossiva, non considerandolo un atto adeguato a uno intelligente,
bravo e disciplinato come me. - Masturbarsi  un'abitudine ter-
ribile: una volta che cominci non riesci pi a smettere". A que-
sto punto, anche il mio amico grasso mi aveva fissato con quel suo
sguardo triste e compassionevole, e mentre mi consigliava di re-
stare lontano dal mondo della masturbazione, gli era apparsa in
viso l'espressione di uno abituato agli stupefacenti, e per questo
completamente rovinato e rassegnato a questa orribile fine, cos
come per la sua obesit.
Altra azione che compivo con lo stesso senso di colpa e solitu-
dine in quegli anni era marinare la scuola: un'abitudine nata ai
tempi delle elementari e che si sarebbe trascinata fino al Politec-
nico dove avrei studiato architettura.
Alle elementari saltavo le lezioni pereh mi annoiavo o mi ver-
gognavo per un mio difetto irrilevante, oppure perch quel gior-
no c'era la vaccinazione. Non ci andavo anche per motivi che non
riguardavano la scuola: perch i miei genitori avevano litigato, op-
pure per pura pigrizia o irresponsabilit, o perch avevo perso l'a-
bitudine di andare a scuola alla fine dei lunghi periodi di malattia
in cui ero trattato con ogni premura dai miei famigliari. Erano mol-
te le scuse per non andare a scuola: una poesia da studiare a me-
moria i maltrattamenti di un bambino prepotente difficile da bat-
tere e, durante gli anni delle superiori e dell'universit, la tristez-
za, l'angoscia o la crisi esistenziale. Talvolta non ci andavo anche
perch ero come un gatto domestico: saltavo la scuola per rima-
nere da solo a casa con mia madre, per fare quello che volevo nel-
la nostra stanza, per aver gi capito che non potevo essere uno stu-
dente in gamba come mio fratello. Ma il vero motivo si trovava in
un angolo pi nascosto, e riguardava la tristezza.
Cominciai a marinare le lezioni l'inverno successivo al falli-
mento di mio padre, che aveva finito tutti i soldi ereditati da mio
nonno, e alla sua partenza con mia madre per Ginevra dove ave-
va trovato un lavoro, perch l'autorit di mia nonna - adesso era
lei ad accudirci - era insufficiente. Quando il portiere Ismail che
ci accompagnava a scuola ogni mattina suonava alla porta, mio fra-
tello se ne usciva con la cartella in mano, invece io, che allora ave-
vo otto anni, cominciavo a gironzolare per casa mormorando qual-
che scusa: non avevo ancora terminato di fare la cartella, mi era
venuto in mente all'ultimo minuto un oggetto che avevo dimenti-
cato, chiedevo a mia nonna se mi dava una lira, avevo mal di pan-
cia, avevo le scarpe bagnate, dovevo cambiarmi la camicia... Mio
fratello, intuendo le mie cattive intenzioni e non amando assolu-
tamente arrivare in ritardo a scuola, diceva: "Noi andiamo, Ismail.
Tu puoi tornare dopo per Orhan".
La nostra scuola era a quattro minuti a piedi. Quando Ismail,
dopo aver accompagnato mio fratello, tornava indietro per pren-
dermi, era ormai l'ora dell'inizio della lezione. Lasciavo passare
ancora un po' di tempo, e facevo finta di dare agli altri la colpa
per un oggetto che mancava o di non aver sentito nulla per il mal
di pancia. A dire il vero avevo sempre un po' di mal di stomaco
per lo stress che mi procuravano tutte queste menzogne, queste
scene, e per il latte che bevevo con odio e nausea perch sentivo
il suo calore schiumoso e il suo cattivo odore. Dopo un po' mia
nonna, un pezzo di pane, si arrendeva:
"Va bene, Ismail, ormai  tardi,  gi suonata la campanella, 
meglio che resti a casa, - diceva, e si voltava verso di me aggrot-
tando le sopracciglia. - Ma domani ci vai, hai capito, se no chia-
mo la polizia. E inoltre scrivo una lettera ai tuoi genitori".
Negli anni successivi  stato pi piacevole marinare la scuola,
perch lo faeevo all'insaputa degli altri. Il senso di colpa rendeva
che pi prezioso ogni mio passo in citt, e non avendo in testa altri
obiettivi oltre a quello di non andare a scuola, durante le mie cam-
minate ero attratto da quei particolari che vedrebbe solo un vero
sfaccendato, un vagabondo: il cappello dalla tesa larga di quella
donna, la faccia abbronzata di questo mendicante di cui non mi
ero mai accorto pur passandogli ogni giorno davanti, i barbieri che
leggevano il giornale nei loro negozi e i loro apprendisti, la ragazza
nella pubblicit di conserve sul muro laterale del palazzo di fronte,
l'interno dell'orologio a forma di salvadanaio in piazza Taksim, co-
me lo puoi vedere solo se salti la scuola e vieni qui a quest'ora, men-
tre lo aggiustano, il negozio deserto del venditore di hamburger, i
fabbri, i rigattieri, i riparatori di poltrone, i droghieri nelle strade
secondarie di Beyoglu, i filatelici, i negozi dove si vendevano stru-
menti musicali, libri vecchi, timbri o macchine da scrivere a Yuk-
selelcaldirlm, e tutto mi sembrava cos vero, bello e interessante da
risultarmi strano il fatto di non essermene accorto in altre occa-
sioni, ad esempio quando andavo in giro da bambino con mia ma-
dre o con i miei amici. Poi compravo dagli ambulanti che incon-
travo per strada le ciambelle col sesamo, cozze fritte, riso, casta-
gne, polpette, panini col pesce, dolci, ayran - uno yogurt diluito
nell'acqua -, sorbetti, insomma tutto quello che volevo. Avevo sia
dei momenti di euforia, quando in un angolo, con la gassosa in ma-
no, osservavo i bambini che giocavano a pallone per la strada (an-
che loro avevano marinato la scuola come me, o non ci andavano
per nulla?), o quando camminavo gi da una discesa che non co-
noscevo affatto, sia degli attimi di tristezza, e anche di senso di
colpa, quando invece guardavo l'orologio e pensavo alla scuola.
Negli anni del liceo, fu durante queste mie fughe che scoprii
il quartiere di Bebek, le strade secondarie di Ortaky, le colline
di Rumelihisarl, gli scali di Rumelihisarl, Emirgan e Istinye e i
caff dei pescatori nei dintorni, i luoghi dove tiravano fuori le
barche dall'acqua, i posti dove si andava partendo da questi mo-
li, il piacere di prendere i battelli del Bosforo, i villaggi dello stret-
to, le anziane signore che sonnecchiavano alla finestra, i gatti fe-
lici e i vicoli dove ancora si vedevano le vecchie case greche con
le porte aperte.
Dopo queste mie poco onorevoli azioni, prendevo tante deci-
sioni che mi avrebbero portato sulla strada giusta: sarei stato un
allievo pi disciplinato, avrei disegnato di pi, sarei andato negli
Stati Uniti a studiare pittura, non avrei disturbato gli insegnanti
americani, che si erano trasformati in caricature per la loro buona
volont, e gli insegnanti turchi, che non facevano altro che an-
noiarmi di stanchezza e meschinit, e cos non sarei stato caccia-
to dalla classe. In poco tempo, anche con l'aiuto dei miei sensi di
colpa ero diventato un "idealista" ambizioso. Con questi pensie-
ri in testa condannavo senza alcuna remora gli adulti, i professori
e i grandi che mentivano o erano pigri e ipocriti. In quegli anni,
per me il peccato pi diffuso e imperdonabile che commettevano
gli adulti era la scarsa onest, l'insufficiente schiettezza. I loro fal-
si comportamenti in ogni momento della vita, a partire dal loro
modo di chiedersi a vicenda "come stai?", di minacciare noi stu-
denti, fino alle loro maniere di fare acquisti o tenere discorsi po-
litici, mi facevano credere che l'esperienza di vita - secondo gli al-
tri io non ne avevo - consistesse nella capacit di fingere, di pro-
dursi in queste esibizioni senza troppi problemi, una volta
raggiunta una certa et, e di comportarsi poi con disinvoltura, co-
me se nulla fosse successo. Non vorrei essere frainteso: anch'io
escogitavo molti imbrogli, ero ipocrita e mentivo quanto gli altri,
ma i sensi di colpa che avevo dopo, la paura di essere colto in fla-
grante e i traumi che subiva la mia anima erano cos violenti che
per un po' di tempo non mi sentivo sereno o "normale", e questo
aumentava il prezzo della mia finzione e della mia vergogna. Cer-
cavo di evitare di mentire nuovamente o di essere falso, non per-
ch la mia coscienza non accettasse questi comportamenti, ma per-
ch i successivi traumi erano davvero molto forti.
Questi dolori della mia anima, che a poco a poco diventavano
sempre pi frequenti, mi potevano affliggere non soltanto dopo
aver mentito o essermi lasciato trascinare dall'ipocrisia, come gli
adulti, ma in qualsiasi momento della vita. Mentre scherzavo con
un amico, o facevo da solo la fila per il biglietto al cinema di
Beyoglu, o stringevo la mano a una bella ragazza appena cono-
sciuta, sembrava d'un tratto che da dentro mi uscisse fuori un oc-
chio, che rimaneva sospeso in aria sopra di me e come un'attenta
cinepresa cominciava a osservare accuratamente tutto quello che
facevo in quel momento (davo i soldi del biglietto alla signora al-
la cassa o cercavo disperatamente qualcosa da dire a quella bella
ragazza), e a prestare attenzione alle parole banali, illusorie e stu-
pide ("Per favore, un biglietto delle file centrali per Dalla Russia
con amore"- "Anche lei viene per la prima volta a una festa di que-
sto tipo?") Improvvisamente mi sentivo sia il regista sia l'attore
di uno spettacolo, e mi trovavo sia dentro la vita, sia nella situa-
zione di un osservatore che si burla della vita che vive. Riuscivo
a comportarmi come se tutto fosse "normale" solo dopo un paio
di secondi, e in seguito a questi momenti un trauma psicologico
che nasceva dalla vergogna, dalla paura, dall'estraneit e dal ter-
rore mi avvolgeva completamente. Mentre la mia anima si scuo-
teva e si rimpiccioliva, come un foglio che si accartoccia, tutti i
miei organi interni cominciavano a tremare.
In situazioni del genere, sapevo che chiudermi a chiave in una
stanza e rimanere da solo era l'unico rimedio che mi dava sollie-
vo, perch allora pensavo ripetutamente a quell'istante che mi ave-
va scosso nell'anima, lo recitavo di nuovo e ripetevo le mie frasi
ordinarie che avevano suscitato la mia vergogna. Prendevo carta
e penna e scrivevo o disegnavo qualcosa: scarabocchiare mi face-
va bene, e in questo modo riuscivo a tornare "normale" in poco
tempo, pronto a rientrare di nuovo in mezzo alla gente.
Talvolta poi, nonostante non avessi avuto alcun atteggiamen-
to falso o ipocrita, mi sentivo all'improvviso un impostore. Pas-
seggiando per le strade, la mia immagine riflessa su una vetrina,
oppure quella sullo specchio di uno dei chioschi aperti in quegli
anni a Beyoglu, proprio mentre mangiavo un panino e bevevo
l'ayrun dopo essere andato al cinema il sabato sera mi sembrava-
no troppo reali, troppo crude e troppo vere. Non resistendo a quel-
la vista, mi veniva voglia di morire, ma con un certo masochismo
continuavo a osservarmi mentre addentavo quel panino. Dopo un
po', mi sembrava di essere quel gigante che nel quadro di Goya
mangia suo figlio. L immagine allo specchio mi richiamava le mie
colpe, i miei peccati, il fatto di essere un uomo orribile. Mi sen-
tivo cos non solo davanti a quegli enormi specchi incorniciati che
c'erano nelle sale dei bordelli nelle strade secondarie di Beyoglu
ma anche sotto la lampadina spoglia, accanto al muro sporco, al
banco dov'ero seduto, di fronte agli interni del chiosco e a tut-
to ci che era trascurato, banale e brutto. Mi sembrava di avere
davanti non una vita felice, allegra e di successo, ma un tempo
lungo e noioso da far passare senza indugi, una successione in-
gannevole di ore in cui non dovevo rivolgere alcuna attenzione ai
dettagli.
Erano certo belle e affascinanti le vite delle persone felici ne-
gli Stati Uniti che avevo appena visto nel film di Hollywood o
quelle d'Europa; al resto dell'umanit, che formava la maggior par-
te del mondo dove ero incluso anch'io, toccavano invece esisten-
ze accidentali, insignificanti e trascurate, a cui nessuno avrebbe
fatto attenzione, in luoghi malandati, miseri, anonimi, vecchi de-
radati e mediocri, e io cominciavo ad abituarmi all'idea che an-
davo pian piano verso una realt simile. A Istanbul, poich solo i
ricchi potevano vivere una vita occidentale, in ambienti che co-
munque mi sembravano insopportabilmente ipocriti e senz'anima,
amavo sempre di pi le strade secondarie e le immagini tristi del-
la citt, distraendomi da solo in questi luoghi e nei cinema il ve-
nerd e il sabato sera.
Mi ero fatto anche degli amici terribili che per non coinvol-
gevo assolutamente in questa mia vita, all'interno della quale cer-
cavo di scoprire l'altra faccia di Istanbul attraverso la lettura e la
pittura. Ero entrato in un gruppo di ragazzi che avevano padri
industriali, imprenditori tessili e metallurgici. Questi miei amici,
stupidi e pi vecchi di me, venivano al Robert College con le Mer-
cedes di famiglia e al ritorno da scuola, sui viali di ili e Bebek,
abbordavano le ragazze per invitarle a fare un giro in macchina;
se queste accettavano, loro iniziavano a sognare qualche avven-
tura erotica. E anche durante i finesettimana uscivano per rimor-
chiare, gironzolando continuamente intorno a Maka, Niantai,
Taksim e Harbiye alla ricerca di ragazze che frequentassero scuole
straniere come loro; poi, dieci giorni all'anno andavano a sciare a
Uludag, e passavano le vacanze estive a Suadiye e a Erenlcy. Du-
rante questi abbordaggi a cui talvolta partecipavo anch'io, mi do-
mandavo tutto meravigliato come facessero quelle giovani a capi-
re subito che eravamo dei bravi ragazzi, per salire in macchina sen-
za paura. Una volta avevano accettato il passaggio due studentesse
e noi avevamo iniziato tutti insieme a chiacchierare del pi e del
meno, come se salire sulle auto di lusso fosse una normale con-
suetudine, e poi eravamo andati in un club a bere limonata e Co-
ca-Cola. Oltre a questi miei compagni che abitavano a Niantai
come me e che incontravo spesso per giocare a polcer, avevo anche
altri amici con cui giocavo ogni tanto a scacchi o a ping-pong e par-
lavo di pittura e di arte: non li presentavo mai agli altri, come non
presentavo gli altri a questi.
Vicino a ognuno di loro acquistavo una personalit diversa, un
nuovo senso dell'umorismo, una nuova voce e un nuovo codice
morale. Questo mio atteggiamento, che cambiava a seconda del-
l'ambiente in cui mi trovavo, come i camaleonti, non era in realt
voluto n pianificato in modo subdolo o per mancanza di fiducia.
Spesso adottavo spontaneamente queste personalit, facendomi
prendere dall'entusiasmo degli argomenti di cui parlavo con que-
sti miei amici. Penso che questa mia tranquilla possibilit di es-
sere senza problemi buono con il buono, cattivo con il cattivo, e
strano con lo strano, mi avesse protetto dalla timidezza e dall'ec-
cessivo cinismo di quell'et, al contrario di quanto succedeva al-
la maggioranza dei miei amici. Con una parte del cuore prestavo
fede a ogni argomento che mi interessava, e mi facevo prendere
da un entusiasmo sincero.
Ma talvolta questo non mi impediva di ridere ininterrottamente
per ore. A volte passavo un sacco di tempo a fare scherzi e a sghi-
gnazzare. Questo succedeva spesso, quando davo di matto duran-
te cluelle noiose lezioni al Robert College: con le burle e le spiri-
tosaggini che diffondevo bisbigliando per tutta la classe, mi ren-
devo conto di essere un narratore di racconti, ascoltato con pi
attenzione rispetto agli insegnanti, e questo mi esaltava; cos ri-
volgevo le mie frecciate a quei monotoni insegnanti turchi. Senti-
vamo che questi, rispetto agli americani, erano pi apatici, stan-
chi, vecchi e annoiati, e alcuni, presi dall'ansia di insegnare in una
scuola americana, insinuavano che tra gli studenti ci fossero delle
"spie" pronte a denunciarli agli americani, altri invece si esibiva-
no in grandi discorsi nazionalistici. Al contrario degli insegnanti
che facevano di tutto per diventare nostri amici, il primo atto che
veniva loro in mente era far studiare a memoria e punire: per que-
sto motivo la maggior parte di noi li odiava, e disprezzava la loro
anima burocratica.
Gli americani, che erano pi giovani rispetto ai turchi, si fa-
cevano in quattro, sinceramente e ingenuamente, per insegnare
le meraviglie della civilt occidentale agli studenti del posto, con-
vinti che fossero innocenti e puri: la classe di tanto in tanto ri-
maneva in bilico tra la compassione e il sorriso di fronte ai loro
sforzi, che raggiungevano dimensioni quasi religiose. Questi in-
segnanti americani di sinistra, per la maggior parte nati negli an-
ni Quaranta e alcuni venuti in Turchia come volontari per istrui-
re i bambini ignoranti dei paesi lontani e poveri del Terzo Mon-
do, ci facevano studiare Brecht e commentavano Shakespeare da
un punto di vista marxista, poi, leggendo i testi letterari, cercava-
no di dimostrare che la fonte delle ingiustizie stava nelle societ
"malvagie" che allontanavano le persone oneste dalla retta via.
C'era un insegnante che per dimostrare l'emarginazione dei di-
subbidienti da parte della societ diceva spesso "You are pushed",
e alcuni studenti burloni gli rispondevano sempre "Yes, sir, you
are pushed", ma quest'ultima parola, pronunciata in turco, era
una parolaccia; cos l'intera classe si metteva a ridere di sottecchi
anche per esternare la rabbia che molti studenti provavano segre-
tamente nei confronti degli insegnanti stranieri. Questa timida
ostilit verso gli americani, conseguenza dell'atmosfera sia nazio-
nalista sia di sinistra, veniva coltivata maggiormente dai brillanti
giovani di origine anatolica, tutti dotati di borse di studio. Gli al-
lievi poveri di origine provinciale veramente intelligenti e disci-
plinati, che avevano ottenuto il privilegio di studiare in questa
scuola superiore americana dopo aver superato difficili esami, da
una parte erano affascinati dalla cultura americana, dal pensiero
della libert e specialmente dai loro sogni di andare negli Stati Uni-
ti per studiare all'universit e stabilirsi l, ma dall'altra provavano
talvolta un rancore che non riuscivano a controllare nei confronti
degli americani, anche per l'influenza della guerra in Vietnam. In-
vece i figli delle famiglie agiate e borghesi di Istanbul, oppure i
miei amici ricchi, non avevano problemi di questo tipo: costoro
consideravano lo studio al Robert College soltanto come il primo
passo per lavorare nelle grandi aziende di cui poi sarebbero di-
ventati titolari o dirigenti, oppure per ottenere la rappresentanza
in Turchia di un'impresa straniera.
Invece io non sapevo bene cosa fare, ma a chi me lo chiedeva
rispondevo che non avrei lasciato Istanbul, e avrei studiato archi-
tettura. Per questa facolt, non solo io, ma tutta la famiglia aveva
gi optato all'unanimit. Essendo una persona razionale come mio
nonno, mio padre e mio zio, anch'io dovevo studiare ingegneria al
Politecnico, ma considerata la mia predisposizione per il disegno,
in quella stessa universit mi conveniva studiare architettura. Gi
al liceo avevo fatto mia questa logica espressa non s0 pi da chi.
Non mi ha mai sfiorato l'idea di lasciare Istanbul. Non per un fol-
le sentimento verso la citt, o per il fatto di amarla consapevol-
mente o passionalmente, ma soltanto perch sono una persona che,
per istinto, tende a non abbandonare le sue abitudini e i luoghi do-
ve vive, lasciandosi sopraffare dalla pigrizia quando si tratta di
cambiare ambiente, casa o quartiere. AveVo gi iniziato allora a
vedermi come un individuo che non si stanca mai di indossare ogni
giorno lo stesso vestito e di mangiare gli stessi piatti, un individuo
che potrebbe vivere cos per secoli, mentre dentro di s fantasti-
ca selvagge avventure.
In quegli anni, durante le gite in macchina della domenica mat-
tina, io e mio padre parlavamo di argomenti fondamentali come il
mio futuro e il senso da dare alla vita. Ogni volta mio padre, con
la scusa di recarsi a controllare alcuni magazzini e stazioni di cari-
camento delle bombole della societ del gas Aygaz, di cui era di-
rettore, ad Ambarh, vicino a Buyukekmece, oppure perch vole-
va andare a spasso sul Bosforo o comprare qualcosa o semplice-
mente passare da mia nonna, mi faceva montare in macchina (una
Ford Taunus 1969) e, dopo aver acceso la radio, si metteva a spin-
gere sull'acceleratore.
Alla fine degli anni Sessanta e all'inizio dei Settanta, mentre
avanzavamo sui viali, sulle strade, nei quartieri mai visti di Istan-
bul che si presentavano deserti in quelle mattine domenicali ascol-
tando alla radio "musica leggera occidentale" (i Beatles, Sylvie
Vartan, Tom Jones), mio padre mi diceva che bisognava seguire le
proprie inclinazioni: il denaro non era un fine ma un mezzo da usa-
re - se necessario - per essere felici; mi raccontava anche allegra-
mente come avesse scritto poesie nelle stanze d'albergo di Parigi,
dove era andato una volta abbandonandoci, e come avesse tradotto
in turco le opere di Valry, poesie e opere che poi, dopo qualche
anno, si era fatto rubare durante il suo viaggio negli Stati Uniti.
Sapevo che non avrei mai pi dimenticato tutto quello che mi di-
ceva, saltando da un argomento all'altro a seconda degli alti e bas-
si della musica, oppure in base alla linea delle strade o all'anda-
mento delle storie: passava dai suoi incontri con Jean-Paul Sartre
a Parigi alla costruzione di Palazzo Pamuk, a Niantai, oppure al
racconto di uno dei suoi primi fallimenti. Mentre ascoltavo que-
ste storie che mio padre narrava indicandomi a volte il fascino del
panorama o le belle donne sui marciapiedi, oppure quando senti-
vo i suoi saggi consigli sulla vita, che mi forniva con piacevole leg-
gerezza, io contemplavo le immagini di Istanbul che scorrevano ol-
tre il parabrezza durante quelle plumbee mattine d'inverno. Cos,
proprio negli istanti in cui osservavo i mezzi che passavano sul pon-
te di Galata, i quartieri di periferia circondati ancora da case di le-
gno, le vie strette, i gruppi di persone che andavano alla partita di
calcio o il transito sulle acque del Bosforo di un rimorchiatore dai
fumaioli sottili che trainava le barche cariche di carbone, io se-
guivo con attenzione i suoi discorsi: mi diceva che bisognava as-
secondare scrupolosamente le proprie curiosit e talenti, oppure
che la vita era in realt breve ed era necessario sapere bene ci che
si voleva fare, o che l'uomo poteva ottenere una propria dignit
attraverso la scrittura e la pittura; allora sentivo che le immagini
e le parole mi si univano nella testa. Dopo un po' la musica che
ascoltavo, i paesaggi di Istanbul che scorrevano dal finestrino e
l'atmosfera di alcune vie strette e lastricate dove mio padre si in-
filava con la macchina sorridendo e dicendo "Entriamo anche
qui?" e quella dei marciapiedi, si mescolavano inducendomi a
pensare che non avremmo mai trovato una risposta alle nostre
domande fondamentali; per era opportuno farsele: lo scopo e la
felicit della vita erano in luoghi che non notavamo bene o non
volevamo notare. Un altro aspetto importante, oltre a tutti que-
sti problemi che avevamo per la testa mentre correvamo dietro al
piacere o al decoro, era costitulto dalle immagini che vedevamo
dalla finestra di casa, dal parabrezza, dagli obl delle navi per-
ch se la vita era fatta di alti e bassi proprio come la musica la
pittura o i racconti, le immagini della citt che ci scorrevano da-
vanti agli occhi rimanevano invece con noi come i ricordi usciti
dai sogni.

Capitolo trentaquattresimo
L'infelicit  odiare se stessi e la citt


Talvolta la citt si trasforma in un luogo completamente diver-
so. Le strade familiari prendono all'improvviso un colore nuovo. La
folla, come sempre misteriosa, sembra camminare sui marciapiedi
senza scopo, da secoli. Tutti i parehi si trasformano in terreni fan-
gosi e sgradevoli, e le piazze piene di lampioni e cartelloni pubbli-
citari in luoghi ordinari coperti di cemento armato: la citt allora 
un posto terribilmente vuoto come la mia anima. La sporcizia del-
le strade secondarie, il tanfo emanato dai bidoni della spazzatura,
i buchi, le salite e le discese interminabili sulle vie e i marciapiedi,
tutto quel disordine, quel caos e quel subbuglio che fanno di Istan-
bul la vera Istanbul, mi danno la sensazione che, non la citt, ma la
mia anima e la mia vita siano insufficienti, tremende e piene di di-
fetti. Sembra che Istanbul sia un castigo che merito, e io sia una
creatura che la insozza. Mentre io e la citt ci trasmettiamo le no-
stre tristezze, sento che n io n Istanbul abbiamo la forza di rea-
ire: anch'io, come la citt, sono un morto vivente, un cadavere che
respira, un misero condannato alla sconfitta e alla sporcizia, come
mi ricordano le strade e i marciapiedi. In questi momenti non mi 
di conforto neanche la possibilit di vedere il Bosforo come un faz-
zoletto tremolante fra i palazzi brutti, nuovi e di cemento arma-
to che mi deprimono l'anima con tutta la loro pesantezza. Allora
avverto che il peggio, cio il vero sentimento di tristezza distrut-
tivo e mortale, si sta avvicinando dalle strade lontane e invisibili,
proprio come quegli esperti abitanti di Istanbul che avvertono l'ar-
rivo della tempesta dall'odore delle alghe e del mare che penetra
lentamente nelle strade della citt la sera, e cos desidero tornare
velocemente a casa, come coloro che vogliono accogliere la distru-
zione, la morte, il terremoto o la tempesta non per la strada, ma fra
le proprie mura.
E nel momento in cui capisco che il buio della tristezza e dell'in-
felicit sta per arrivare, il mio rifugio nascosto si allontana pian pia-
no da me e le strade tristi e brutte, i marciapiedi sporchi e maltenuti
e le persone all'improvviso simili fra loro, strette quasi in un pat-
to segreto che tende a escludermi data la tristezza che ho dentro
cominciano a moltiplicarsi all'infinito.
Non mi piacciono i pomeriggi di primavera in cui il sole splen-
de d un tratto con tutta la sua forza e illumina spietatamente le
parti povere, disordinate e sconfitte della citt. Non mi piace via-
le Halaslcargazi, circondato dai palazzi degli anni Sessanta e Set-
tanta, in "stile internazionale" e dalle enormi finestre, che da
Talesim passa per Harbiye e ili, e finisce a Mecidiyelcy (mia
madre parlava spesso degli alberi di gelso che crescevano in que-
sti luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia, proprio come se
raccontasse un paese da favola, ormai smarrito). Alcune strade se-
condarie di ili (Pangaltl), Niantai (Topagak) e Taksim (Ta-
limhane) mi fanno venir voglia di scappare: questi posti senza ver-
de, dove il Bosforo non si vede assolutamente, queste colline e
conche coperte da palazzi costruiti su terreni man mano rimpic-
cioliti a causa delle liti famigliari e degli entusiasmi per le picco-
le propriet, mi sembrano cos angusti e anonimi che, quando cam-
mino per le vie, penso che le anziane malevole e i vecchi baffuti
che guardano dalle finestre mi detestino, non senza ragione. Odio
anche alcune strade di Istanbul, come quelle secondarie tra Nian-
tai e ili, occupate dagli atelier, o come quelle tra Galata e Te-
pebai, riempite dai venditori di lampadari e luci, oppure cluelle
intorno a Taksim e Talimhane, affollate dai venditori di pezzi di
ricambio per auto (mio padre e mio zio, nel periodo pi pazzo del-
la loro vita, cio negli anni in cui si divertivano a consumare il pa-
trimonio di mio nonno con diverse attivit commerciali in con-
trasto fra loro, avevano aperto un negozio anche qui, ma invece
di interessarsi alla compravendita dei pezzi di ricambio per auto
si industriavano nei preparativi per la prima fabbrica turca di con-
serve e creavano succhi di pomodoro con troppo peperoncino, che
poi obbligavano gli inservienti ad assaggiare, facendoli lacrimare
per il sapore piccante), o quelle intorno a Suleymaniye, occupate
completamente dalle officine di batterie per cucina, che riempio-
no l'ambiente del rumore di martelli e presse, con un traffico ter-
ribile causato dai taxi e camioncini. Nei momenti in cui mi cre-
sce dentro un odio nei confronti di me stesso e della citt, tutte
le insegne per le vie, tutte le lettere variopinte e multiformi di
quei signori che si dibattono a grandi caratteri per far sentire il
loro nome, il loro lavoro, il loro mestiere e il loro successo alla
folla cittadina, provocano in me una rabbia pi per me stesso
che per loro. Tutti quei professori, dottori, chirurghi, consulenti
finanziari, avvocati iscritti all'albo, allegri venditori di dner, dro-
ghieri Vita e minimarket Mar Nero, e tutti quei nomi di banche,
compagnie assicurative, detergenti e giornali, tutti quei manife-
sti pubblicitari di film, sigarette, jeans e gassose, le ins,egne delle
scommesse calcistiche o della Lotteria nazionale, dell'acqua po-
tabile e del metano, scritte orgogliosamente a caratteri cubitali,
mi dicono che l'intera Istanbul  confusa e triste come me, e io,
per non essere affogato dal rumore e dalle insegne della citt, de-
vo ritirarmi in un angolo buio, nella mia stanzetta.
Tuttavia faccio sempre tardi. Prima di allontanarmi dalle vie
sporche, prima ancora di gettarmi dentro la freschezza dei palaz-
zi, il rumore dei manifesti pubblicitari, dei graffiti e dei cartello-
ni che mi rendono la citt molto familiare, claustrofobica, "no-
stra" e soffocante mette gi in funzione naturalmente la macchi-
na di lettura che ho in testa.
AKBANK VENDITORE DI DONERMATTINAAHREDAMENTOSICUHOBE-
VETEOGNIGIOHNOINSAPONOGIOIELLERIAL'ORADEIBISCOTTIULKERA-
RATEAVVOC:ATONURIBAYAR
Alla fine fuggo e mi libero dalla folla scoraggiante della citt,
dalla sua confusione interminabile e dal sole di mezzogiorno che
mostra tutte le bruttezze, ma la macchina di lettura che ho in te-
sta ricorda e ripete tutto ci che legge a caso per le strade, come
una canzone d'infelicit che risale in superficie nei momenti di
stanchezza, prostrazione e tristezza.
SALDIDIPRIMAVERACHIOSCOSELAMITELEFONOPUBBLICO STARNO
TAIODIBEYOGLUPASTAPYALEMARKETANKARAPARRUCCHIERA SHOW
PALAZZOSALUTERADIOETHANSISTOR
Sdraiato sul letto penso che siano la folla, la situazione degra-
dante e la sporcizia della citt a rendermi cos infelice. Il fatto che
a Istanbul tutto sia rimasto a met, sconfitto, ha trasformato la
citt in un luogo pieno di difetti. Istanbul non vive assolutamen-
te il processo di occidentalizzazione cui accennano i manifesti pub-
blicitari sui muri, e i nomi dei negozi, delle riviste e delle societ
ricavati per la maggior parte dall'inglese e dal francese: ne parla
soltanto. Ma non vive neanche la tradizione cui fanno riferimen-
to le moschee e i molti minareti, le preghiere e la storia. Tutto  a
met insufficiente e lacunoso.
LAMETTE DA BARBAA ANDATE DURANTE IL RIPOSO DI PRANZO 
CONCESSIONARIO PHILIPS MEDICO DEPOSITATO TAPPETI DELLA PORTA VETRAME E
AVVOCATO FHAIR
Pensare che il motivo della mia tristezza sia la citt mi trasci-
na all'improvviso in un sogno innocente. Attribuisco a Istanbul
un'epoca d'oro, un momento di autenticit e verit in cui  "com-
pletamente se stessa" e "interamente bella". Ma so con amarezza
che la mia anima e la mia mente sono ormai lontane dall'Istanbul del-
la fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX quella disegnata da Mel-
ling e raccontata dai viaggiatori occidentali come Nerval e Gautier
o De Amicis. Inoltre, a casa, comincio a riflettere e mi dico che amo
la citt non per la sua genuinit, ma pereh  un luogo complesso,
una massa di costruzioni rimaste a met o demolite. Tuttavia la par-
te di me insoddisfatta e decisa a migliorare mi consiglia di sbaraz-
zarmi anche della tristezza che mi impone la citt. Il rumore delle
strade  ancora nelle mie orecchie.
VIADELVOSTRODENARODELVOSTROFUTUROASSICUKAZIONESOLE-
CHIOSCOSUONAREICAMPANELLOOROLOGINOOVAPEZZIDIRICAMBIOAR-
TINCOLANTVOGUEBALIVIZON
Forse mi sento in colpa per il fatto di non appartenere com-
pletamente alla citt. Nei giorni di festa, quando tutta la famiglia
rideva con l'allegria provocata dai liquori e dalle birre nell'ap-
partamento di mia nonna, oppure quando andavo avanti e indie-
tro sulla macchina del padre ricco di un mio compagno di scuol
o allorch camminavo per le strade nei pomeriggi di primavera,
l'intuizione - no, anzi, l'istinto animalesco - che mi cresceva den-
tro era quello di essere inutile, di non appartenere a nessun luogo,
di essere sbagliato e cos dovevo allontanarmi da tutti e nascon-
dermi in un angolo; ci significava anche fuggire dal senso di co-
munit, dall'atmosfera di fratellanza e solidariet della citt dal-
lo sguardo di Allah che vede e perdona tutto per rimanere da solo
e allora provavo un intenso rimorso.
Durante i primi anni del liceo consideravo la solitudine una si-
tuazione temporanea: non ero ancora maturo da accettarla come
un destino. (La speranza  un atteggiamento infantile e la perse-
veranza dell'immaginazione). Sognavo di avere un  iorno un
buon amico con cui andare al cinema, cos, negli intervalli,
mi sarei pi preoccupato di esserci andato da solo o di essere sen-
za amici. Sognavo di conoscere, un giorno, persone con cui poter
parlare con diletto, senza affettazione, dei libri che leggevo e dei
disegni che facevo. Sognavo di avere, un giorno, un amore bello
con cui condividere il piacere che provavo, da sempre, nel toc-
carmi il pene o altre parti del mio corpo, ovvero l'entusiasmo di
compiere segretamente un'azione proibita e piacevole. Forse or-
mai avevo l'et giusta per farlo, ma sentivo anche che la mia ani-
ma non era pronta ad affrontare questi desideri cos forti, per pu-
dore e paura.
Allora pensavo che la debolezza dipendesse dalla sensazione di
non appartenere al luogo, alla casa, alla famiglia e, ancor di pi, al-
la citt in cui vivevo. Mi staccavo, in qualche modo, da quello spi-
rito di comunit ricco di esclamazioni come "fratello" o "noi" e di
partite a pallone, uno spirito che avvolgeva tutti quanti. La senti-
vo nella mia anima questa frattura, cos mi facevo prendere dal pa-
nico per la solitudine che si avvicinava e decidevo di essere come
tutti proprio per il timore di avere come stile di vita questo buio in
cui stavo per cadere: intorno ai diciassette, diciotto anni riuscii
in questo modo a sembrare una persona socievole che faceva ride-
re la gente, scherzava a ogni occasione e andava d'accordo con tut-
ti amichevolmente, anzi in un modo quasi birbantesco. Come uno
che fischia nella notte per nascondere la follia che si sta avvici-
nando lentamente, facevo continuamente scherzi, raccontavo bar-
zellette e suscitavo l'ilarit di tutti imitando di nascosto i profes-
sori durante le lezioni: questi exploit si raccontavano come leg-
gende nelle riunioni famigliari. Quando esageravo con i miei giochi,
mi sentivo come un diplomatico che cerca platealmente di na-
scondere l'oscenit di ci che rappresenta. Appena il gioco finiva,
e mi ritiravo nella mia stanza, l'unico sfogo che mi veniva in men-
te in grado di liberarmi dall'artificiosit, dalla miseria di questo
mondo e dalla mia falsit era la masturbazione.
Perch trovavo difficile stabilire quei rapporti e amicizie che tut-
ti instaurano comodamente e spontaneamente, fatti di istanti pi o
meno piacevoli, e mi facevo prendere dall'ansia di recitare? Perch
dovevo stringere i denti, sforzarmi e odiarmi per aver finto, mentre
facevo ci che tutti facevano, senza farsi coinvolgere tanto - forse
per nulla - per andare avanti nella vita quotidiana? Qualche volta
mi lasciavo prendere a tal punto, con un entusiasmo quasi "mania-
cale", dalla parte che recitavo che la preoccupazione di fingere mi
abbandonava completamente, e io godevo dei piaceri provati per es-
sere come tutti, e pi divertente di tutti, per la mia interpretazione
e ironia, ma mentre pensavo di essermi finalmente liberato delle sof-
ferenze che provavo sentendomi falso e disonesto tra la gente, un
improvviso vento triste mi dilaniava in mezzo all'euforia e io vole-
vo tornare a casa, nella mia stanza, nel mio buio. E allora odiavo me
stesso, per essere rimasto con quelle persone e per il mio sforzo di
essere stato socievole. Come succedeva sempre in questi casi, lo
sguardo di disapprovazione nei miei stessi confronti si rivolgeva or-
mai ai miei genitori e a mio fratello, che facevo fatica a chiamare fa-
miglia, alla folla dei parenti, ai miei compagni di scuola e agli altri
conoscenti e a tutta la citt.
Intuivo che era proprio Istanbul a costringermi in questa si-
tuazione falsa e desolata. Naturalmente non si potevano colpe-
volizzare le sue moschee che io amavo molto, le sue mura, le sue
piccole piazze, il Bosforo, le sue navi e le sue notti che mi sono sem-
pre state molto vicine, le sue luci e la sua folla. Ma c'era un altro
aspetto che univa gli abitanti della citt, che ne rendeva semplice
la vita, la comunicazione, il commercio e gli affari tra loro, e che
io intuivo estraneo: a poco a poco diventava sempre pi difficile
adattarmi, "cos com'ero", a questo "nostro" mondo rispettoso
delle tradizioni, degli antenati, della storia e delle leggende, a que-
sta societ che dava molta importanza alla modestia e in cui tutti
si conoscevano, tutti sapevano i limiti di tutti e tutti erano simili
fra loro. Non riuscivo a essere "me stesso" tra la folla, in famiglia
e nell'ambiente degli amici e della scuola. In mezzo a un qualsiasi
gruppo in cui mi si chiedeva di essere attore e non spettatore, ad
esempio in una festa di compleanno, dopo un po', proprio come
succedeva nei sogni, cominciavo a vedermi da fuori, mentre scher-
zavo, dicevo "come va la vita?", battevo sulla spalla a uno o fa-
cevo finta di condividere con lui un'intimit molto speciale, mol-
to sincera e vera - in ogni caso tutte le conoscenze, tutti i rappor-
ti, tutti gli incontri di lavoro pi banali dovevano essere cos -, e
allora con una parte della mia mente, spiando me stesso, pensavo
di ingannare tutti quanti.
Dopo essere tornato nella mia stanza, rimasto da solo ("Perch
chiudi sempre a chiave la porta?", aveva cominciato a chiedere
mia madre), sentivo che non ero soltanto io a essere falso e pieno
di difetti, lo era anche quello spirito di comunit che pervadeva i
rapporti umani, quel concetto di "noi", "l'ideologia di citt", che
uno pu vedere da fuori solo se impazzisce.
Ma questi sono i pensieri del vostro scrittore a cinquant'anni:
riandando con la mente a tanti anni fa, cerco di trasformare in un
racconto significativo e piacevole ci che mi era successo nell'ani-
ma. Tra i sedici e i diciotto anni trovavo molto soffocante non so-
lo me stesso, ma anche l'ambiente e la cultura in cui vivevo, i di-
scorsi politici, ufficiali e non, che ci spiegavano il senso di quello
che accadeva, i titoli dei giornali e il desiderio della citt e dei suoi
abitanti di apparire diversi e di non comprendersi affatto, e le lette-
re e i manifesti pubblicitari che cominciavano a battermi forte nel-
la testa, e cos disprezzavo la superficialit che avvolgeva me e la
citt. Il mio problema era forse il fatto di non riuscire ad affrontare,
dopo i quindici anni, le richieste di quel "secondo mondo" che
aveva dato alla mia infanzia una felicit variopinta e una profon-
dit vera. Volevo dipingere e vivere come i pittori francesi di cui
avevo letto nei libri, ma non avevo in realt la forza di costruire
quel mondo a Istanbul, n d'altra parte Istanbul aveva un aspetto
simile a quel mondo. Mi piacevano i quadri degli impressionisti
turchi, anche i pi orrendi, che ritraevano le moschee, il Bosforo
e le case signorili in legno, nonch i panorami con le strade inne-
vate, non perch questi fossero delle belle opere, bens perch rap-
presentavano la citt. Se il disegno che facevo io, o facevano gli
altri, era simile a Istanbul, non era bello; se era bello, non era simile
a Istanbul quanto volevo io. Forse dovevo rinunciare a vedere la
citt come un disegno, o come un panorama.
A sedici, diciotto anni, da un lato volevo che io e la citt fos-
simo completamente europei, da sostenitore radicale dell'occi-
dentalizzazione, ma dall'altro desideravo appartenere, con tutti i
miei istinti, le mie abitudini e i miei ricordi, alla mia amata Istan-
bul. Il fatto di perdere, crescendo, la mia capacit di proteggere in
parti separate della mia mente queste due esigenze (un bambino
pu sognare nello stesso momento, e senza problemi, di diventa-
re sia un vagabondo sia uno scienziato) mi trasformava pian pia-
no in una persona triste. Capivo disperatamente che Istanbul non
era abbastanza moderna: ci voleva ancora molto tempo perch si
liberasse della sua povert e della sua desolazione, perch si to-
gliesse quel senso di sconfitta, e io mi rattristavo per la mia vita e
la mia citt. Con gli anni, la tristezza che Istanbul aveva interio-
rizzato, rassegnata ma orgogliosa, si era infiltrata anche nella mia
anima. Ma questa era la medesima tristezza, o era "la tristezza"
di arrendersi alla tristezza della citt?
Forse, il vero motivo non era n la povert di Istanbul, n il
senso di malinconia che la citt portava come un peso soffocante.
Talvolta, il desiderio di chiudermi in un angolo e rimanere da solo
come un animale ferito a morte, questo desiderio che man mano au-
mentava, forse non dipendeva dal mondo esterno, ma dalla mia ani-
ma. Allora cos'era ci che avevo perso, e per cui mi rattristavo tan-
to? Perch ero cos a terra ? Da chi mi ero separato?

Capitolo trentacinquesimo
Il primo amore


che questo  un libro di memorie, devo nascondere il suo
nome, e se do degli indizi sull'amata segreta come gli autori del-
l'antica poesia ottomana Divan, devo del resto ricordare che que-
sto nome, proprio come la storia d'amore che racconter ora, pu
essere ingannevole. Il suo nome voleva dire in persiano Rosa Nera,
ma credo che n sui moli da dove si tuffava n nelle classi della scuo-
la francese che frequentava ci fosse qualcuno che conoscesse que-
sto significato; comunque non aveva i capelli neri, ma castani, lun-
ghi e luccicanti, e gli occhi castano scuro. E quando le rivelai, in un
modo davvero saccente, cosa volesse dire il suo nome, aggrott im-
provvisamente le sopracciglia, come faceva quando assumeva un at-
teggiamento molto serio, e sporgendo le labbra rosse raccont che
era stata sua madre a volerla chiamare cos: lei certo sapeva bene il
significato, perch era il nome della nonna albanese.
Invece, in base a ci che mi aveva detto mia madre, "quella
donna", cio sua madre, doveva essersi sposata molto giovane, per-
ch quando mia madre, nelle mattine d'inverno, da Niantai ci
portava, me e mio fratello, al parco di Maka, vedeva anche lei dor-
mire nella carrozzina cullata da sua madre, che sembrava "una ra-
gazzina". Una volta, mia madre aveva insinuato che sua nonna,
durante l'occupazione di Istanbul, ne aveva combinate di tutti i
colori; inoltre aveva detto che dovevamo disprezzarla perch for-
se era uscita dall'harem di un pasci oppositore di Ataturk, ma non
essendo molto curioso, in quegli anni, delle storie sulle case signo-
rili ottomane incendiate e sulle vecchie famiglie di Istanbul, non
ho poi tenuto a mente questi dettagli. Invece mio padre aveva rac-
contato, con un'aria per niente ostile, che il padre della piccola Ro-
sa Nera, dopo la seconda guerra mondiale, aveva ottenuto la rap-
presentanza di alcune aziende americane e olandesi grazie alle rac-
comandazioni delle sue autorevoli conoscenze nel governo di allora.
Otto anni dopo i nostri incontri nel parco, cominciai a veder-
la andare in bicicletta per le strade del quartiere di Bayramoglu, a
est di Istanbul, allora di moda tra i nuovi ricchi degli anni Sessanta
e Settanta, e dove anche noi avevamo acquistato una casa. Quan-
do il quartiere era ancora bello e non troppo affollato, facevo con-
tinuamente dei bagni nel mare, e poi andavo a pesca di sgombri
e sardine, giocavo a pallone e dopo i sedici anni, nelle sere d'e-
state, andavo a ballare con le ragazze. Invece, in seguito, quan-
do, finito il liceo, avevo cominciato a studiare architettura, di-
pingevo e leggevo libri al pianterreno di casa nostra. Non so quan-
to avesse influenzato questo mio atteggiamento il desiderio di
allontanarmi da quei miei amici benestanti che consideravano "in-
tellettuali" tutti coloro che leggevano qualcosa di diverso dai libri
di scuola, e perci erano anche sospettosi e pieni di complessi. Pu-
re i miei amici d'infanzia, che usavano la parola "complessato"
per tutti coloro che erano irrequieti per motivi economici o psi-
cologici, forse storcevano il naso ormai anche per me. Provando
fastidio per il termine "intellettuale" che mi avevano appiccica-
to i compagni di giochi quando ero ancora molto giovane, e spe-
rando di convincerli che non ero uno snob altezzoso, avevo det-
to che leggevo i libri - Woolf, Freud, Sartre, Mann, Faulkner -
per il semplice gusto della lettura, sebbene mi avessero chiesto
perch sottolineavo alcune frasi.
Ma grazie a questa mia triste fama attirai anche l'attenzione
della Rosa Nera, alla fine di un'estate. Durante tutta quella sta-
gione, e nelle precedenti in cui vedevo di pi i miei amici, non mi
ero accorto di lei n lei di me. Non ci eravamo degnati di uno sguar-
do n quelle sere in cui andavamo a ballare in centro, in viale
Bagdat, a mezz'ora da Bayramoglu, facendo le corse (a volte scon-
trandoci) con le Mercedes, le Mustang e le Bmw, n durante quei
momenti di spasso in cui sparavamo con fucili eleganti sulle bot-
tiglie vuote di gassosa e vino, sistemate su una roccia deserta do-
ve andavamo con i motoscafi, mentre le ragazze strillavano e noi
le calmavamo, n durante le partite di poker o Monopoli che fa-
cevamo ascoltando Bob Dylan e i Beatles.
Tutta quella folla rumorosa di giovani, alla fine dell'estate si
era dissolta a poco a poco, e la tempesta di libeccio che ogni anno
fracassava un paio di barche ed era un pericolo per gli yacht e i
motoscafi si era calmata con la pioggia: solo allora la Rosa Nera di
diciassette anni cominci a venire nel mio atelier al pianterreno,
dove dipingevo seriamente. In questo non c'era nulla di straordi-
nario, perch tutti i miei amici venivano a volte a trovarmi l e
frugavano dubbiosi tra i miei libri, oppure scarabocchiavano qual-
cosa sui fogli con i miei colori e i miei pennelli. Inoltre anche lei,
come tanti suoi coetanei ricchi e poveri, maschi e femmine, aveva
bisogno di far passare il tempo chiacchierando con qualcuno.
Mi ricordo che all'inizio parlammo dei pettegolezzi dell'esta-
te ormai finita, gli eventi che non avevo potuto seguire a fondo,
come gli amori e le gelosie fra i nostri amici. Talora, quando ave-
vo le mani sporche, mi aiutava ad aprire i tubetti dei colori, op-
pure a preparare il t, e poi si rintanava di nuovo nel suo angolo,
si toglieva le scarpe e si sdraiava sul divano, mettendosi la mano
sotto la testa, al posto del cuscino. Un giorno, senza avvertirla, le
feci il ritratto. Mi accorsi che ne fu molto contenta, cos ne feci
un altro anche la volta dopo. Un'altra volta invece, quando le dis-
si che l'avrei disegnata, mi chiese: "Come mi metto?", e da una
parte sembr come una felice attrice al debutto che si atteggia da-
vanti alla cinepresa, ma dall'altra parve impacciata, e non seppe
come comportarsi.
Aveva un naso fine e lungo, una bocca piccola che si apriva in
un vago sorriso quando la osservavo attentamente per disegnarla
bene, e una fronte spaziosa; era alta e aveva gambe lunghe e ab-
bronzate, ma quando veniva da me si metteva un elegante gonno-
ne ereditato da sua nonna, cos le vedevo solo i piedi, che erano
piccoli e belli. Quando contemplavo, disegnando, la pelle straor-
dinariamente bianca intorno ai seni e al suo lungo collo, le appa-
riva sul viso un leggero imbarazzo.
All'inizio parlammo molto, e raccont pi lei di me. Quando
un giorno le dissi: "Non guardarmi cos!", indicando la tristez-
za che scorgevo nei suoi occhi e sulle sue labbra, mi fiss e inizi
a parlarmi, con un'onest sorprendente, dei litigi dei suoi geni-
tori, degli scontri interminabili fra i suoi quattro fratelli pi gio-
vani, di come li proteggesse contro suo padre che li castigava -
proibiva loro di uscire di casa, di girare col motoscafo, e a volte
li schiaffeggiava anche -, e di come consolasse sua madre, stanca
dei tradimenti del padre; sapeva che pure mio padre si compor-
tava cos, perch mia madre ne parlava con sua madre: erano com-
pagne di bridge.
Ma pian piano sprofondavamo nel silenzio. Veniva e si sedeva
sempre allo stesso posto, oppure si metteva in posa per il mio di-
segno il cui stile era fortemente influenzato da Bonnard, oppure
apriva uno dei libri e lo leggeva sullo stesso divano, assumendo va-
rie posizioni. Col passare del tempo divent un'abitudine per lei
arrivare d'improvviso nel mio atelier, accorciare i discorsi, legge-
re il suo libro sdraiata sul divano all'angolo, farsi ritrarre durante
la lettura e talvolta contemplarmi con la coda dell'occhio mentre
ero all'opera. Ricordo che ogni mattina aspettavo che lei venisse
e lei arrivava, senza farsi attendere molto, e con lo stesso timido
sorriso e un atteggiamento imbarazzato si sdraiava sul divano.
Un argomento delle nostre sempre pi rare conversazioni era
il futuro: secondo lei io, molto bravo e capace, sarei diventato un
pittore famoso in tutto il mondo - o forse aveva detto un pittore
turco famoso? - e lei sarebbe venuta con i suoi amici francesi al-
l'affollata inaugurazione della mia mostra a Parigi per dire a tut-
ti, piena d'orgoglio, che eravamo amici d'infanzia.
Un pomeriggio, con la scusa di andare dall'altra parte della pe-
nisola ad ammirare il panorama splendente e l'arcobaleno appar-
si dopo la pioggia, uscimmo dal mio buio atelier e camminammo
a lungo, per la prima volta. Ricordo che non parlammo, ed era-
vamo infastiditi dagli sguardi di alcuni conoscenti nel quartiere
ormai quasi vuoto alla fine dell'estate e dalla possibilit di in-
contrare le nostre madri. Ma l'insuccesso di quella passeggiata non
dipese da queste preoccupazoni, n dall'improvvisa scomparsa
dell'arcobaleno, ma dalla tensione segreta che c'era tra noi. Mi
accorgevo allora, per la prima volta, di quanto fosse alta, e di co-
me era grazioso il suo modo di camminare.
Decidemmo di andare da qualche parte insieme l'ultimo saba-
to sera, e ci incontrammo senza dire nulla ai nostri pochi amici cu-
riosi e insignificanti rimasti nel quartiere. Avevo preso in presti-
to l'auto di mio padre, ed ero teso. Lei si era truccata e si era mes-
sa una gonna cortissima, e un gradevole profumo che rimase in
macchina per molto tempo. Ma prima di arrivare a destinazione
sentimmo di nuovo fra noi quel fantasma che aveva rovinato la no-
stra passeggiata. Nella discoteca semivuota e molto rumorosa ci
trovammo a imitare inutilmente i discorsi che facevamo e i silen-
zi lunghi, sereni e profondi che ci assorbivano nel mio atelier.
Tuttavia ballammo al ritmo di una musica lenta. Prima la strin-
si fra le mie braccia, perch vedevo che anche gli altri facevano co-
s, poi la abbracciai come mi suggeriva l'istinto: mi accorsi che i                                vo
suoi capelli sapevano di mandorla. Mi piacevano i piccoli movi-
menti della sua bocca quando mangiava qualcosa, e il suo sguardo
da scoiattolo quando si incuriosiva per qualche stranezza.
Prima di accompagnarla a casa, nel silenzio della macchina le
chiesi: "Dipingiamo ?" Senza entusiasmarsi molto accett la mia
proposta, ma camminando nel nostro giardino - eravamo mano
nella mano - vide le luci accese dell'atelier e cos si ritrasse, pen-
sando che ci fosse qualcuno.
Il giorno dopo venne da me e si sdrai sul divano: osserv me
che dipingevo, le pagine del libro che aveva in mano, il mare mos-
so e schiumoso fuori e poi se ne and senza tante cerimonie.
Non avevo alcuna intenzione di cercarla per le strade di Istan-
bul, in quel mese di ottobre. Leggevo libri con passione, disegna-
vo con ambizione e accanto agli amici della sinistra radicale e ai
marxisti, ai nazionalisti e ai poliziotti che si ammazzavano a vi-
cenda nei corridoi dell'universit, mi vergognavo dei miei compa-
gni estivi e di tutto ci che riguardava il quartiere dei ricchi, do-
ve c'erano barriere e custodi.
Ma una fredda sera di novembre in cui avevamo acceso i ter-
mosifoni telefonai a casa loro. Rispose sua madre e io misi gi sen-
za parlare: continuai nella mia routine come se nulla fosse succes-
so. Il giorno dopo mi chiesi perch avessi fatto quell assurda te-
lefonata. Non avevo ancora capito che mi ero innamorato, e non
avevo ancora scoperto di avere un forte impulso autodistruttivo in
tutte le storie d'amore.
Dopo una settimana le ritelefonai, in un pomeriggio di nuovo
freddo e buio. Fu lei a rispondermi. Le dissi le frasi che mi ero pre-
parato accuratamente in anticipo come se mi venissero in mente
in quell'istante: c'era un disegno che avevo iniziato alla fine del-
l'estate guardando lei e lo volevo finire; poteva posare per me un
pomeriggio?
- Con lo stesso vestito? - mi chiese. Non ci avevo assoluta-
mente pensato. - Con lo stesso vestito, - le risposi.
Un mercoled, mentre l'aspettavo all'ingresso della scuola fran-
cese Dame de Sion dove aveva studiato anche mia madre, vidi che
i giovani dongiovanni come me, in attesa delle loro ragazze, era-
no nascosti dietro gli alberi, lontani dalla folla di madri-padri-cuo-
chi-domestici alla porta. E quando lei apparve tra centinaia di stu-
dentesse dalle gonne blu e camicie bianche della scuola francese
cattolica, mi sembr pi bassa: aveva i capelli raccolti e, in mano,
i libri di scuola, e un sacchetto di plastica dove portava l'abito esti-
vo con cui avrebbe posato per me.
Quando le dissi che andavamo nel mio atelier a Cihangir pie-
no di roba vecchia, quello che mia madre mi aveva concesso come
studio, e non a casa mia, dove pensava che mia madre ci avrebbe
offerto t e dolci, si inquiet. Ma una volta arrivati l, quando ac-
cesi la stufa e mi vide "serio" dopo essersi sistemata sul divano,
che era grande come quello della casa estiva, si tranquillizz e si
mise il suo lungo abito estivo senza farsi vedere da me.
Cos, il rapporto intrapreso sotto forma di relazione tra un pit-
tore diciannovenne e la sua modella pi giovane, senza diventare
una storia d'amore, continu nell'armonia di una musica strana di
cui neanche noi capivamo le note. All'inizio, veniva nell'apparta-
mento a Cihangir una volta ogni due settimane poi cominci a
venire tutte le settimane. Io presi a fare altri ritratti in pose si-
mili (la ragazza sdraiata sul divano). Ora non aprivamo quasi pi
bocca. Io avevo paura di rovinare la genuinit di questo secondo
mondo che si apriva nella mia vita reale piena zeppa di libri, del-
la facolt di Architettura e dei progetti per diventare pittore, e
cos non parlavo assolutamente dei mieiproblemi con la mia bel-
la e triste modella. Non perch pensavo che non potesse capirmi,
ma perch non volevo mischiare questi due mondi che desidera-
vo restassero separati. Volevo abbandonare il mondo dei miei ami-
ci estivi, e di quelli del liceo che si preparavano a dirigere le fab-
briche dei loro padri, e comunque vedere la Rosa Nera una vol-
ta alla settimana - ormai non lo nascondevo pi a me stesso - mi
faceva molto piacere.
Talora, nei giorni di pioggia, proprio come succedeva quando
ero ospite dalla mia zia materna nello stesso palazzo, sentivamo
slittare le ruote dei furgoncini e delle macchine americane che ri-
salivano la Tavuk Umaz, a Cihangir. Durante questi silenzi, che
man mano diventavano pi lunghi e di cui non mi lamentavo af-
fatto, talvolta i nostri occhi si incontravano. Subito sorrideva in-
genuamente felice di questo incrocio di sguardi, ma avendo paura
di rovinare la sua posa, si riprendeva, e la sua bocca assumeva la
stessa forma di prima, poi mi guardava di nuovo in silenzio e a lun-
go con i suoi occhi grandi e castani. Verso la fine di questi strani
silenzi che duravano molto, intuivo che si lasciava influenzare dal-
l'espressione che appariva sul mio viso mentre la osservavo atten-
tamente, e allora continuavo a fissarla negli occhi allo stesso mo-
do: capivo che era felice di vedere l'intensit dei miei sguardi, glie-
lo leggevo dal sorriso che cominciava a riaffiorare di nuovo intorno
alla bocca e che questa volta non riusciva a frenare. Un giorno,
quando contraccambiai il suo sorriso felice e profondo con uno
comprensivo (intanto il mio pennello girava indeciso sulla tela), la
mia modella sentil bisogno di spiegare, con l'aria di chi chiede
scusa, perch rideva e rovinava la sua posa.
- Mi piace molto quando mi guardi cos.
In realt, questo spiegava non solo il motivo del suo sorriso
ma anche quello per cui veniva una volta alla settimana in quel pol-
veroso appartamento di Cihangir. Dopo un paio di settimane
quando vidi lo stesso sorriso sulle sue labbra, lasciai il colore e il
pennello da parte e le andai vicino, quindi, sedendomi sul bordo
del divano, cominciai a baciarla coraggiosamente, come avevo fan-
tasticato negli ultimi tempi.
La tempesta, arrivata molto tardi, ci prese col suo andamento
naturale e ci port via, perch il tramonto e il buio della stanza ci
tranquillizzavano. Da dove eravamo sdraiati si vedevano le luci
dei battelli del Bosforo, che vagavano sulle acque scure e sulle pa-
reti della stanza.
Continuammo a incontrarci con lo stesso ritmo di sempre. Or-
mai ero molto felice con la mia modella, ma perch negavo alla
mia amata le dolci parole d'amore che avrei detto in futuro alle
altre, e le crisi di gelosia, le emozioni, le sbadataggini, le reazio-
ni e gli eccessi che avrei avuto con le altre donne? Non perch
non volessi. Forse quel rapporto tra pittore e modella che ci ave-
va uniti richiedeva silenzio. Forse perch, in un modo infantile e
ingenuo, pensavo che, per sposarla, dovevo diventare un indu-
striale e non un pittore.
Dopo nove stupendi mercoled in cui silenziosamente disegnai
e facemmo l'amore, venne fuori un problema molto pi semplice
di queste mie preoccupazioni. Mia madre, che di tanto in tanto si
sentiva in obbligo di controllare suo figlio, si era recata con una
scusa a Cihangir e, vedendo i quadri del mio atelier che lei usava
come deposito, aveva riconosciuto la modella, nonostante tutto
quello stile alla Bonnard. Forse dovevamo esserne contenti, per-
ch era una risposta definitiva e positiva alla domanda che la mia
modella dai capelli castani, offendendomi, mi faceva dopo ogni di-
segno: "Ma questa mi somiglia?" (Le rispondevo saccente che ci
non era importante). Tuttavia ci preoccupammo del discorso fat-
to, con gioia e allegrezza, da mia madre a sua madre, sulla simpa-
tia che c'era tra noi, perch quest'ultima pensava che sua figlia an-
dasse ogni mercoled ai corsi di teatro al consolato francese; sen-
za parlare poi della rabbia del padre.
Eliminammo subito i nostri incontri del mercoled pomeriggio .
Dopo una breve pausa, iniziammo a vederci nei giorni in cui usci-
va presto da scuola, o alcune mattine in cui saltava le lezioni per
me. Non andavamo pi nell'appartamento di Cihangir, perch le
incursioni di mia madre continuavano e noi non avevamo il tem-
po di stare l a disegnare in silenzio; inoltre avevo permesso a un
mio compagno di classe, il quale diceva sempre di essere ricercato
dalla polizia per motivi politici, di nascondersi tra quelle mura. Gi-
ravamo nelle strade di Istanbul, e per stare lontani dalle nostre co-
muni conoscenze che chiamavamo "tutti" non andavamo a Nian-
tai, a Beyoglu o a Taksim, ma dopo esserci dati appuntamento a
Taksim, a quattro minuti dalla sua scuola a Harbiye e dalla mia
universit a Taklla, prendevamo un autobus e raggiungevamo i
punti lontani della citt.
Le mostrai piazza Beyazt, i caff lnaralti(quando all'in-
gresso principale dell'Universit di Istanbul scoppi un tafferu-
glio per motivi politici, il garzone che ci serviva non fece una pie-
ga), la biblioteca di Beyazlt che lodai dicendo che l c'era una co-
pia di tutte le opere pubblicate in Turchia il mercato dei libri
sati, gli anziani antiquari che con l'arrivo del freddo si sedevano
sempre pi vicini alle stufe elettriche o a gas, le case signorili di
legno senza tinta del quartiere di Vezneciler, le sue strade cir-
condate dai resti bizantini e dai fichi, e il negozio del venditore
di boza, a Vefa, dove mio zio ci portava caricandoci in macchina
alcune sere d'inverno, a vedere il bicchiere in cui aveva bevuto
Ataturk. Non me la presi affatto quando la mia bella modella re-
sidente a Niantai, ricca di famiglia, europeizzata e conoscitrice
di tutti i negozi e ristoranti nuovi e alla moda di Bebek e Taksim
not con sorpresa il bicchiere che per trentacinque anni non era
mai stato lavato, fra tutte le stranezze che aveva visto dall'altra
parte del Corno d'Oro, nelle strade secondarie di quella Istanbul
vecchia, triste e povera. Perch ero contento della mia compagna
di gite, che amava camminare veloce e con le mani nelle tasche del
cappotto, come me, e il fatto che prestasse la stessa attenzione ai
particolari che io avevo scoperto da solo un paio d'anni prima mi
legava alla mia modella con un dolore strano allo stomaco che an-
cora non interpretavo come mal d'amore.
Anche lei, come me, vedendo lo sfacelo delle centenarie case di
legno nelle strade secondarie di Suleymaniye e Zyrek, all'inizio ave-
va paura che crollassero alla prima scossa. Rimase affascinata dal
Museo di pittura e scultura, che era deserto - un posto a cinque mi-
nuti dalla fermata del taxi collettivo di fronte alla sua scuola. Le fon-
tane senz'acqua nei quartieri di periferia, gli anziani dalla barba
bianca e col berretto in testa che contemplavano dal caff la strada
senza far nulla, le vecchiette alla finestra delle case tutte prese a os-
servare attentamente chi passava come se fosse un mercante di schia-
vi, la gente del luogo che ad alta voce faceva commenti su di noi (Chi
sono questi? Sono fratelli. Non vedi che lanno perso la strada ?), tutto
questo diffondeva anche in lei, come in me, un senso di tristezza e
vergogna. Non si innervosiva assolutamente, come facevo io, con i
bambini che si mettevano dietro di noi per venderci souvenir, o solo
per parlarci (Tourist, tourist, what is your name?), tuttavia mi chiedeva:
"Ma perch pensano che siamo stranieri?"; comunque ci tenevamo
lontani da posti come il Gran Bazar e Nuruosmaniye. Nei momen-
ti in cui l'attrazione sessuale diventava irresistibile - non voleva pi
andare a Cihangir per farsi ritrarre -, prendevamo un battello qual-
siasi (ad esempio l'Inirab) da Beikta, dove ci recavamo spesso per
visitare il Museo di pittura e scultura, e andavamo a contemplare il
Bosforo, i parchi con le fogle cadute a terra con l'avanzare dell'au-
tunno, il mare che tremava sotto la tramontana come se rabbrivi-
disse davanti alle yalz, le sue correnti che cambiavano colore se-
guendo lo spostamento delle nuvole e i parchi ricoperti di pini delle
ville. Quando mi chiesi, anni dopo, perch non ci eravamo mai tenu-
ti per mano durante quelle passeggiate, trovai tante risposte che per
nascondevano la vera realt, cio il mio impaccio: 1) Noi, due bam-
bini timidi, ci mettevamo in strada non per annunciare il nostro amore 
era un gesto degli innamorati felici che vogliono far vedere la loro
gioia, invece io avevo paura di essere superficiale accettando la mia
felicit; 3) un simile gesto di letizia avrebbe voluto dire guardare i
quartieri poveri e tradizionali coperti di ruderi come i turisti, di-
vertendosi e senza alcun interesse  ; 4) la tristezza dei rioni perife-
rici e di quella Istanbul misera e demolita ci aveva gi colpito.
Nei momenti in cui mi facevo cogliere da questa malinconia, vo-
levo correre a Cihangir e disegnare queste immagini della citt che
avevo appena visto, senza sapere come sarebbero venute. E rima-
si deluso quando venni a conoscenza del rimedio contro questa ma-
linconia escogitato dalla mia modella.
- Oggi sono molto gi di corda, - aveva detto a un nostro in-
contro a Taksim. - Andiamo all'Hilton Hotel a prendere un t?
Tutti quei quartieri poveri e tristi mi butteranno ancora pi gi.
E poi non abbiamo molto tempo.
Addosso avevo il giubbotto militare che allora mettevano gli
studenti di sinistra, non mi ero fatto la barba, e anche se mi fa-
cevano entrare, non era detto che avessi i soldi sufficienti per il
t, ma nonostante tutto ci andammo lo stesso. Nella lobby mi ri-
conobbe un amico d'infanzia di mio padre, che si sentiva in Eu-
ropa bevendo qui il t ogni pomeriggio: strinse con un gesto ele-
gante la mano della mia povera amata e mi bisbigli all'orecchio
quanto fosse carina la mademoiselle amica mia, ma tutti e due ave-
vamo la mente da un'altra parte.
- Mio padre vuole che vada a studiare in Svizzera, - mi disse,
mentre due enormi lacrime scendevano velocemente dai suoi gran-
di occhi verso la tazza del t che aveva in mano.
- Perch?
Sapevano di noi. Le chiesi chi fossero questi noi. Il padre ar-
rabbiato e geloso della mia Rosa Nera aveva preso sul serio anche
gli altri suoi amanti? Perch ero cos importante? Non mi ricordo
se le feci queste domande, poich un sentimento simile all'egoi-
smo e alla paura mi aveva accecato il cuore, spingendomi spieta-
tamente a chiudermi in me stesso. Da una parte temevo di per-
derla - inoltre non mi passava assolutamente per la testa l'idea di
soffrire tanto -, ma dall'altra mi adombravo perch non posava
pi per me sdraiata sul divano, e non faceva pi l'amore con me.
- Gioved ne parliamo meglio a Cihangir, - le dissi. - Nuri se
n' andato, la casa  ormai libera.
Ma, al nostro successivo incontro, ci recammo di nuovo al
Museo di pittura e scultura. Ormai ci eravamo abituati ad anda- 			      tra
re al museo, perch era un luogo facile da raggiungere dalla sua
scuola, con un taxi collettivo, e riuscivamo a baciarci tranquilla-
mente nelle sue stanze deserte, piene solo di quadri. Inoltre ci
proteggeva dalla malinconia e dal freddo della citt. Ma dopo un
po' quel posto deserto e i suoi quadri per la maggior parte brut-
ti diventarono per noi una fonte di tristezza ancor pi devastan-
te di Istanbul. E poi io e la mia modella non ci baciavamo pi, a
causa delle tensioni che si erano create tra noi, e dei custodi che
ormai ci seguivano stanza dopo stanza.
Tuttavia nel museo avevamo acquistato delle abitudini cui non
potevamo pi rinunciare, neanche nelle giornate malinconiche. Sa-
lutavamo con finta allegria i due anziani custodi che ci guardava-
no aspramente, quasi a dire "Cosa siete venuti a fare?", come tut-
ti i custodi dei pochi musei di Istanbul, e poi gli mostravamo la
nostra tessera studentesca; quando entravamo nelle stanze dove
c'era un piccolo quadro di Bonnard o di Matisse, ci bisbigliavamo
a vicenda i nomi di questi pittori, con una riverenza devota, e men-
tre passavamo di fretta davanti alle opere penose di molti pittori
turchi, accademici e privi d'ispirazione, elencavamo di corsa i no-
mi dei maestri europei che avevano imitato: Czanne, Lger, Pi-
casso. Ci che ci deludeva non era l'influenza occidentale che ave-
vano subto la maggior parte di questi pittori ex militari mandati
in Europa, bens il fatto che mostrassero pochissimi particolari del-
l'atmosfera, del tessuto, dell'anima della nostra citt, dove con
amore giravamo nel freddo.
Comunque ci addentravamo in quelle stanze di Palazzo Dol-
mabahe, una volta appartenenti al figlio del sultano - ci faceva
rabbrividire anche il pensiero di esserci baciati a due passi dalla
camera in cui mor Ataturk -, non soltanto per stare tranquilli,
oppure per vedere accanto alla miseria desolante di Istanbul lo
splendore dell'ultimo periodo ottomano, i soffitti alti, le meravi-
gliose ringhiere dei balconi, le finestre alte che davano su un pa-
norama pi affascinante di quello dei disegni appesi attorno, ma
anche per contemplare un quadro che amavamo.
Era la Donna sdraiata di Halil Pasci. Quando ci vedemmo do-
po quella volta all'Hilton, senza perdere tempo fra le altre stan-
ze del museo andammo subito a piazzarci davanti a quel quadro:
una giovane donna si era sdraiata su un divano azzurro, si era tol-
ta le scarpe e adesso guardava tristemente il pittore (suo mari-
to?), con una mano sotto la testa proprio come faceva spesso la
mia amata. Ci che ci legava a quest'opera era sia la somiglianza
tra la modella del pittore e la mia, sia il fatto che, durante le no-
stre prime visite in questa piccola stanza, lei ci vedesse baciarci.
Conoscevamo tutti i dettagli del quadro, perch appena sentiva-
mo scricchiolare il parquet capivamo che stava per arrivare uno
dei custodi anziani e curiosi, e smettendo di baciarci comincia-
vamo a guardarlo e a parlare tra noi con un'aria davvero seria. A
questi particolari si aggiunse poi anche ci che lessi nell'enciclo-
pedia su Halil Pasci.
- Penso che la ragazza abbia i piedi gelati, con il freddo che au-
menta, - dissi io.
- Ho altre brutte notizie, - replic la mia amata, che per me
era praticamente uguale alla modella di Halil Pasci, ogni volta che
la guardavo. - Mia madre ha trovato un marito per me.
- E tu lo vuoi?
- Mi sembra buffo. Mia madre dice che ha studiato in Ameri-
ca:  il figlio di una famiglia benestante -. Me ne bisbigli cinica-
mente il nome.
- Ma tuo padre  dieci volte pi ricco.
- Non capisci? Vogliono allontanarmi da te.
- Ma tu lo incontrerai e gli preparerai anche il caff?
- Non  questo ci che conta. Non voglio creare problemi in
casa.
- Andiamo a Cihangir, - dissi. - Voglio farti un nuovo ritrat-
to, come questa Donna sdraiata. Voglio perdermi fra le tue labbra.
La mia bella, che cominciava pan piano a scoprire le mie ma-
nie e ne aveva paura, cerc di rispondere non alla mia ultima do-
manda, ma a quella fondamentale che avevamo tutti e due in men-
te. - Mio padre ce l'ha con te perch vuoi diventare pittore, - dis-
se. - Tu diventerai un pittore ubriaco e povero e io la tua modella
nuda... Ha paura che finisca cos.
Cerc di sorridere, ma non ci riusc. Sentendo lo scricchiolio
lento ma inesorabile del parquet intuimmo che il nostro custode
stava arrivando, e nonostante non ci baciassimo affatto, per abi-
tudine ci girammo verso la Donna sdraiata e cambiammo discor-
so. Avrei voluto dirle: "Ma tuo padre deve proprio saperlo cosa
fa nella vita il ragazzo che esce (questa espressione cominciava a
essere usata proprio in quel periodo, in quel senso) con sua figlia,
e quando si sposeranno?" (Perch anch'io, proprio come i miei
amici che si innamoravano di ogni ragazza con cui ballavano in-
sieme, avevo gi preso a sognare di sposarla). Avrei anche voluto
dirle: "Vai a dire a tuo padre che io studio architettura!    (Ma
questo significava sia cercare di dare una risposta a suo padre, sia
accettare di diventare un pittore della domenica). La mia testa,
che perdeva la sua capacit di lavorare a sangue freddo e in mo-
do razionale ogni volta che ricevevo una risposta negativa alla mia
domanda di andare a Cihangir - ormai erano settimane che suc-			           sc
cedeva -, voleva chiedere in tono provocatorio: "Cosa c' di ma-
le nel diventare pittore?" Ma la miseria dei quadri penosi sulle
pareti del "primo museo di pittura e scultura della Turchia", e il
fatto che questo vistoso appartamento, degno di un principe, fos-
se deserto nonostante si trovasse nella zona pi bella di Istanbul,
costituivano una risposta sufficiente alla mia domanda. Avevo ap-
pena letto che Halil Pasci era un militare, e aveva trascorso la
sua vecchiaia consumando pasti a buon prezzo con sua moglie nei
circoli militari, perch non riusciva a vendere le sue opere.
Quando ci vedemmo di nuovo, io, nel tentativo di rallegrare e
far sorridere la mia amata, le mostrai i solenni quadri del principe
Abdulmecit intitolati Goethe nell'harem e Beethoven nell'harem.
Poi le chiesi: - Andiamo a Cihangir ? - Avevo giurato a me stesso
di non farle pi questa domanda. Quando mi prese per mano, ri-
manemmo a lungo in silenzio. - Dobbiamo scappare insieme? - le
domandai quindi con un'aria da film di teenager.
Al nostro successivo incontro, che avvenne tra mille difficolt
a causa dei limiti posti alle sue telefonate, proprio al museo, da-
vanti alla Donna sdraiata, la mia modella bella e triste mi disse in
lacrime che suo padre, mentre da un lato riempiva di botte i suoi
fratelli maschi, dall'altro amava morbosamente sua figlia e ne era
geloso, e lei ne aveva una paura folle. Per voleva molto bene a
suo padre. Ma adesso sapeva che amava di pi me, e ci baciammo
con una furia e disperazione mai provate prima, per sette secon-
di, fino a quando non giunse alla porta il rumore dei passi del cu-
stode gi nel corridoio. Tutti e due ci tenevamo il viso a vicenda,
come a proteggere un fragile oggetto di porcellana.
Poi ci girammo verso la moglie di Halil Pasci, che nella sua
cornice sfarzosa ci aveva contemplati con tristezza durante tutto
questo tempo. Quando il custode apparve alla soglia, la mia ama-
ta mi disse: - Scappiamo insieme.
- D'accordo.
Avevo un conto corrente dove mettevo i soldi che da anni mi
regalava mia nonna; inoltre, a causa delle loro liti, i miei genitori
mi avevano intestato un quarto di un negozio in viale Rumeli, e al-
cune obbligazioni che non sapevo neanche dove fossero. Se in due
settimane avessi tradotto in turco un vecchio romanzo di Graham
Greene, con i soldi che avrei preso da un editore amico di Nuri
(che non era pi ricercato dalla polizia) avrei potuto pagare l'af-
fitto per due mesi di un modesto appartamentino a Cihangir, si-
mile al mio atelier, dove avrei vissuto con la mia bella modella. Se
scappavamo davvero, mia madre che mi chiedeva sempre come mai
fossi cos triste, ci avrebbe permesso di stare nei nostri alloggi?
Dopo una settimana, che trascorsi fra questi pensieri decisa-
mente pi realistici rispetto ai sogni infantili di diventare pompie-
re, la mia amata non si present al nostro appuntamento a Taksim,
e io la aspettai per un'ora e mezza nonostante il freddo. Poi, di po-
meriggio, avendo paura di impazzire se non mi fossi sfogato con
qualcuno, telefonai ai miei amici del Robert College, compagni
che non cercavo da molto tempo. Vedermi innamorato sofferen-
te, disperato e ubriaco fradicio in un'osteria a Beyoglu fece loro
piacere	e mi ricordarono che sarei finito in prigione solo se
mi fossi sposato, ma se pure avessi vissuto nella stessa casa con
una ragazza non ancora diciottenne senza il permesso di suo pa-
dre; quindi mi chiesero, dopo le stupidaggini che dissi da ubria-
co, come sarei diventato pittore se avessi smesso di studiare per
guadagnare dei soldi e mi diedero amichevolmente la chiave di
un appartamento	dove potevo incontrare la <<ragazza sdraiata ,			  oltre a bere
tutte le volte che volevo.
Dopo averla attesa per due giorni in un angolo lontano dal-
l'ingresso affollato della scuola Dame de Sion un pomeriggio riu-
scii a rapire la mia amata liceale. La convinsi a seguirmi giurando
che non sarebbe arrivato nessun altro in "quell'appartamento" che
avevo cercato di trasformare in un posto <<normale  . L'alloggio,
che era usato come garonnire non solo dal mio buon compagno
di scuola, ma anche da suo padre, era cos brutto che la mia Ro-
sa Nera mi fece subito capire che era inutile disegnare in quella
stanza, o far finta di disegnare per sentirci meglio. Nel grande
letto dell'appartamento, dove su una parete c'era il calendario di
una banca e sugli scaffali i cinquantadue volumi dell'Enciclope-
dia britannica sistemati tra due bottiglie di Johnnie Walker, fa-
cemmo l'amore per ben tre volte, lottando contro una tristezza
che aumentava inesorabile. Vedendo che mi amava pi di	quan-
to pensassi, e tremava e piangeva continuamente, cresceva il do-
lore che provavo allo stomaco, e immaginando la crudezza della
sofferenza che si stava avvicinando, mi sentivo ancor pi dispe-
rato. A ogni nostro incontro raccontava, agitata e insistente che
suo padre l'avrebbe portata in Svizzera durante le vacanze del
primo quadrimestre, con la scusa dello sci, e l'avrebbe poi iscrit-
ta a una scuola di lusso dove andavano i figli degli arabi ricchi e
dei folli americani - e io le credevo. Allora, come i duri dei film
turchi, le dicevo che saremmo "scappati insieme" per rincuo-
rarla, e vedendo il suo sguardo felice arrivavo a convincermi di
queste mie parole.
All'inizio di febbraio, al nostro ultimo incontro, prima delle
vacanze uscimmo con il mio amico che mi aveva dato la chiave
dell'appartamento per ringraziarlo e per toglierci dalla testa la
catastrofe che si avvicinava. S unirono anche altri miei amici che
vedevano per la prima volta la mia amata, e quella sera capii quan-
to fosse giusta la mia istintiva determinazione a non	mischiare
tra loro i miei amici. Tutto and male sin dall'inizio tra la mia
Rosa Nera e i compagni di scuola. Quando, per stabilire un rap-
porto con lei, cominciarono a prendermi in giro, la mia bella, che
in un altro momento felice avrebbe partecipato agli scherzi (ad
esempio quei giorni in cui si tuffava allegramente in acqua dalle
sponde della zona di villeggiatura di Istanbul), mi difese tron-
cando ogni discussione. E allorch tagli corto, con un atteggia-
mento sprezzante, anche sul discorso dell'identit, il lavoro, la
casa e i beni dei suoi genitori, l'unico divertimento della serata,
oltre a bere guardando il Bosforo in quel ristorante di Bebek, e a
parlare di calcio e di moda, fu contemplare al ritorno, una volta
giunti ad Aiyan, il punto pi angusto dello stretto, l'incendio di
una casa signorile di legno.
Quando capii che stava bruciando, a Kandilli, un'altra delle
mie amate ville di legno del Bosforo, scesi dalla macchina per ve-
dere meglio. La mia bella era turbata dall'entusiasmo dei miei
amici davanti alle fiamme, e cos la tenni per mano. Camminam-
mo lungo la fortezza proprio per allontanarci dalle auto e dalla
folla che, bevendo il t, osservava l'incendio di una delle ultime
ville signorili ottomane. Io allora le raccontai che al liceo saltavo
le lezioni e raggiungevo con un battello la parte asiatica, solo per
infilarmi in quelle strade.
Davanti al buio del piccolo cimitero, allorch la mia modella
mi sussurr all'orecchio che mi amava molto, le dissi che per lei
avrei fatto qualsiasi cosa, e l'abbracciai con tutte le mie forze, men-
tre sentivamo dentro le ossa la potenza oscura delle correnti ver-
tiginose del Bosforo. Baciandola, ogni tanto aprivo gli occhi e ve-
devo la luce arancione dell'incendio, riflessa sulla pelle vellutata
del suo viso.
Al ritorno ce ne restammo in silenzio, mano nella mano, sui se-
dili dietro della macchina. Quando arrivammo a casa sua, scese e
corse con passi infantili verso il portone: questa fu l'ultima volta
che la vidi. Non si present al nostro successivo appuntamento.
Tre settimane dopo, quando la vacanza del primo quadrimestre
fin e ricominciarono le lezioni, ripresi ad andare davanti al Dame
de Sion a osservare una a una le ragazze che uscivano, in attesa
della mia amata. Dopo dieci giorni, nonostante mi ripetessi sem-
pre che era inutile ci che facevo, e non dovevo pi farmi vedere
l, le mie gambe continuavano ancora a portarmi istintivamente
davanti all'ingresso del liceo, e ogni volta aspettavo finch la fol-
la non si disperdeva. Un giorno apparve in mezzo alla ressa uno dei
suoi fratelli, il pi grande e simpatico, per dirmi che, dalla Svizze-
ra, sua sorella mi mandava i suoi saluti; quindi mi porse una busta.
Andai in una pasticceria e l'aprii, accendendomi una sigaretta: di-
ceva che era davvero contenta della sua nuova scuola, ma aveva
molta nostalgia di me e di Istanbul.
Io le scrissi nove lunghe lettere, sette le finii e le misi nelle bu-
ste, ma ne spedii solo cinque. Non ricevetti alcuna risposta.

Capitolo trentaseiesimo
Il battello del Corno d'Oro


Nel febbraio del 1972 - ero al secondo anno di Architettura -
iniziai pian piano a saltare le lezioni. Quanto contribuivano in que-
sto mio atteggiamento la perdita della mia bella modella, la solitu-
dine in cui mi immergevo sempre di pi e la tristezza ? A volte me
ne stavo rintanato a casa nostra, a Beikta, e leggevo tutto il gior-
no. Talora mi portavo un libro spesso (I demoni, Guerra e pace,
I Buddenbrook) per sfogliarlo durante le lezioni. Mancando la mia
Rosa Nera, l'entusiasmo per il mio <<atelier   e la pittura conti-
nuava a diminuire. Non era pi cos forte quella sensazione di
gioco e vittoria della mia infanzia, quando tracciavo linee e colo-
ravo su un foglio o sulla tela. Dato che cominciavo a perdere il
piacere di disegnare, iniziato come un divertimento allegro e in-
fantile, senza capirne completamente il motivo, e non sapevo co-
sa fare in sostituzione della pittura, un'onda forte d'inquietudi-
ne mi catturava lentamente l'anima. Vivere senza disegnare tra-
sformava pian piano in una prigione il mondo reale che a volte
abbandonavo, insieme a ci che gli altri chiamavano "vita". Se
questo sentimento mi attanagliava troppo - e se fumavo molto -,
facevo poi fatica a respirare, e la vita quotidiana mi soffocava. In
quegli istanti mi veniva voglia di farmi del male e se neanche
questo mi dava soddisfazione, pensavo di scappare dall'aula uni-
versitaria.
Anche se di rado, comunque continuavo sempre ad andare nel
mio atelier, e disegnavo cercando talvolta di dimenticare talvolta
di ricordare, con tutte le mie forze, la mia modella dal profumo di
mandorla; tuttavia mancava qualcosa nei miei disegni. L'infanzia
era finita da tempo e forse non dovevo pi aspettarmi di provare
ancora la stessa felicit fanciullesca attraverso la pittura. A met
del disegno capivo come sarebbe venuto, e non trovandolo soddi-
sfacente, lo lasciavo incompiuto. Queste mie indecisioni mi ave-
vano fatto intuire che dovevo meditare l'opera prima di iniziarla
per essere felice come quand'ero bambino. Ma non sapevo come
sviluppare questo mio pensiero sul disegno. Forse non riuscivo a
capire che dovevo soffrire per dipingere, e potevo migliorare solo
attraverso questo dolore, perch fino ad allora, mentre disegnavo,
ero sempre stato felice.
D'altra parte, vedere che tutte queste mie inquietudini erano
contagiose mi faceva paura: avevo intuito che anche "l'arte ar-
chitettonica" sarebbe diventata per me, col tempo, simile alla pit-
tura. E poi, durante la mia infanzia, oltre al piacere di costruire
case con i cubetti di zucchero e di legno, non ero stato partico-
larmente appassionato di architettura. Del resto, la maggior par-
te dei mediocri professori dallo spirito pratico del Politecnico non
avevano idee divertenti o creative. Le lezioni di architettura co-
minciarono cos a sembrarmi una perdita di tempo, che mi priva-
va di ci che dovevo fare realmente, di un'altra vita "vera" che
dovevo vivere. Quando mi facevo cogliere da questo sentimento
i discorsi in classe, la campanella da me tanto attesa le spiega-
zioni del professore, coloro che fumavano e scherzavano durante
gli intervalli, tutto si trasformava in un incubo, e io, disprezzan-
domi per non essere in grado di uscire da questo mondo senza sco-
po, sbagliato e soffocante, facevo fatica a respirare. Durante le
lezioni, per liberarmi dal mondo opprimente in cui il tempo cor-
reva inesorabile impedendomi di arrivare dove volevo, come suc-
cede in alcuni sogni, scarabocchiavo e disegnavo qualcosa sui qua-
derni: facevo a matita i ritratti dei professori e dei miei compa-
gni che seguivano la lezione, descrivevo ci che accadeva e si
raccontava in classe, e iniziavo a comporre parodie, pastiche, poe-
mi dalle rime primitive... Nonostante questo mio frenetico im-
pegno, e nonostante un piccolo gruppo di lettori che era curioso
di leggere le mie opere e di guardare i miei disegni, il sentimento
dello scorrere del tempo, e dell'inutilit della mia vita, diventava
cos intenso che gi un'ora dopo il mio arrivo nell'edificio della
facolt, a Takila, mi precipitavo fuori (senza badare se calpe-
stavo o meno le fughe tra le pietre del pavimento) come se voles-
si salvarmi la vita, e mi perdevo a caso nelle strade di Istanbul.
Fu in quei giorni che visitai le vie secondarie tra Taksim e Te-
pebai, e i quartieri di Pera costruiti dai maestri armeni alla fine
del XIX secolo, luoghi che una volta vedevo dal taxi collettivo che
prendevo con mia madre da Galatasaray per tornare a casa, e al-
lora mi sembravano paesi lontani, da favola. Talvolta, partendo
dalla facolt, arrivavo a Taksim e salivo a caso su un autobus, per
andare dove mi portavano spontaneamente le gambe: conobbi in
questo modo, senza avere una meta precisa, le vie strette e mise-
re di Kasimpaa, le vecchie case di Balat che la prima volta mi par-				
vero una quinta teatrale, i vecchi quartieri greci ed ebraici che				 
presentavano un tessuto strano per le nuove migrazioni e la po- 				 ;
vert, le strade secondarie, musulmane e luminose, di _skudar,					
che fino agli anni Ottanta brulicavano di case di legno, le vie vec-
chie, spaventose e maligne di Kocamustafapaa, rovinate dalla re-
pentina costruzione dei palazzi in cemento armato, il cortile me-				 ;
raviglioso e sempre molto affascinante della moschea di Fatih, il
quartiere di Balikh e i dintorni, i rioni poveri e vecchi di Kurtu-
lu e Ferilcy, che diventano ancor pi tristi scendendo lungo le
discese (proprio come accadeva a Cihangir, a Tarlabani o a Nian-
tai), dando l'impressione che quella gente abiti l da secoli (in
realt solo da cinquant'anni) e cambi religione, razza e lingua sot-
to la pressione dello stato. Questi quartieri, dove mi infilavo per la
prima volta per fuggire dalla scuola e dalle lezioni, ovvero per evi-
tare di avere un lavoro da impiegato, si incisero per sempre nel-
la mia mente con i colori dei sentimenti di cattiveria, rabbia e tri-
stezza. Le gite, che io facevo pensando di realizzare un giorno
qualcosa per questa citt che iniziavo a conoscere strada dopo
strada, muro dopo muro, traendo piacere dal mio vagabondaggio
e dalla mia inoperosit, mi lasciavano dentro segni cos profondi
che, quando poi mi recavo in quei luoghi per un lavoro o un ba-
nale invito, all'inizio non capivo che per me erano posti speciali
che si mischiavano ai ricordi tristi; soltanto quando vedevo una
fontana quasi demolita o il muro crollato di una chiesa bizantina
(Pantokrator, Santa Sofia Minore), ancor pi logorata dallo scor-
rere del tempo, o il panorama del Corno d'Oro che si intravede-
va dalla cima di una salita, tra la parete di una moschea e i muri
di un palazzo, mi ricordavo dello stato d'animo malinconico e
preoccupato di una volta, e comprendevo quanto mi pareva diver-
so, rispetto a prima, il paesaggio che osservavo dallo stesso pun-
to. Questo non significava ricordare male il panorama; significa-
va guardarlo con un sentimento del tutto nuovo. Contemplare i
paesaggi della citt vuol dire unire le proprie sensazioni alle im-
magini di Istanbul quando si passeggia per le strade o si gira con
i battelli: vuol dire poter accordare il proprio stato d'animo ai
panorami che la citt offre. E tale operazione, se fatta con natu-
ralezza e sincerit, conduce a unire, nella propria memoria, le im-
magini della citt ai sentimenti pi profondi e sinceri, al dolore,
alla tristezza e di tanto in tanto alla felicit, alla gioia di vivere e
all'ottimismo.
Se impariamo a guardare una citt in questo modo, e se ci vi-
viamo cos a lungo da trovare l'occasione di unire in un legame sta-
bile i panorami ai nostri sentimenti pi veri e profondi, dopo un
po' - proprio come succede con alcune canzoni che ci riportano
subito alla memoria determinati ricordi, amanti e delusioni - le
strade, le immagini, i paesaggi della nostra citt si trasformano
uno dopo l'altro, in realt che ci fanno ricordare alcuni nostri sen-
timenti e stati d'animo. Forse Istanbul mi sembra un luogo cos
triste perch ho conosciuto molti suoi quartieri, molte sue strade
secondarie o un suo panorama molto speciale che si vede solo da
una collina proprio nei giorni in cui avevo perso la mia amata dal
profumo di mandorla, e scappavo dall'universit.
Subito dopo aver capito che non avevo pi la mia modella da
inseguire e ritrarre, durante una delle mie prime passeggiate va-
gabonde per fuggire dalle lezioni, percepii qualcosa che corri-
spondeva alla mia idea ossessiva del tempo, pensiero che avrebbe
invaso di immagini assolutamente banali e stereotipate (il plenilu-
nio che si trasforma nel quadrante di un orologio) i miei sogni. Un
pomeriggio di marzo del 1972, presi un taxi collettivo a Taksim
(proprio come facevo con la Rosa Nera) e scesi al ponte di Galata
esattamente dove volevo, come allora si poteva fare. Sopra c'era
un cielo basso, buio, di un viola grigiastro. A momenti sarebbe ne-
vicato e i marciapiedi del ponte erano deserti. Vidi delle scale di
legno dalla parte del Corno d'Oro e scesi gi.
Qui scorsi un piccolo battello delle Linee marittime della citt
che stava per partire. Il capitano, il macchinista e l'ormeggiatore
erano tutti raggruppati dove era ancorato il battello, e sembrava-
no accogliere i pochi viaggiatori come l'equipaggio di una nave pas-
seggeri, bevendo il t e chiacchierando tra loro. Salii sul battello
e anch'io li salutai facendomi catturare da questa atmosfera, e mi
parve di conoscere da molto tempo i passeggeri stanchi con i loro
cappotti, berretti, sciarpe e borse per la spesa: mi sembrava di viag-
giare ogni giorno insieme a loro su questo battello, per andare al la-
voro. Quando l'imbarcazione part silenziosamente, questo senti-
mento di comunit, la sensazione di appartenere al cuore di Istan-
bul mi strinse in un abbraccio cos forte che fui colto da un'altra idea
folgorante: mentre sopra si viveva un pomeriggio di marzo del 1972,
nelle vie principali della citt e sul ponte dove ora vedevo le corna
del filobus e le pubblicit delle banche, noi gi eravamo in un'epo-
ca molto pi vecchia, pi larga e pesante. Scendendo dalle scale che
avevo visto per caso, fino allo scalo del Corno d'Oro, mi sembr di
essere tornato indietro di trent'anni, nei giorni in cui la citt era pi
isolata, pi povera e triste.
Dai finestrini tremolanti della sala posteriore al primo piano
del piccolo battello, cominciarono a scorrere lentamente i moli del
Corno d'Oro, le colline coperte delle costruzioni di legno della
vecchia Istanbul, i cimiteri pieni di cipressi; numerose piccole
fabbriche, officine, camini, depositi di tabacco, chiese bizantine
demolite, strade strette e buie sul litorale e solenni moschee otto-
mane, salite, colline buie, cantieri navali, relitti di navi arruggini-
te, quartieri poveri... La chiesa di Pantokrator a Zeyrek, i grandi
depositi di tabacco a Cibali e l'ombra lontana della moschea di Fa-
tih, tutto mi sembr avvolto nel buio notturno nonostante fosse
giorno, a causa dei finestrini opachi e tremolanti del battello, co-
me i panorami di Istanbul nei film vecchi e ormai dimenticati.
Quando ci avvicinavamo a uno dei moli, il rumore dell'imbar-
cazione, simile a quello della macchina da cucire di mia madre, si
placava, e non tremando pi i finestrini, si vedevano le linee pre-
cise e nette, in bianco e nero, delle acque calme del Corno d'Oro
e poi le signore anziane che salivano sul battello con i loro cestini
insieme alle galline e ai galli, vicino al molo di Fener, le vie stret-
te del vecchio quartiere greco, le officine, i depositi, i barili, i pneu-
matici ormai consumati e le carrozze che giravano ancora in citt.
Quando il battello ripart in direzione della sponda dei cimiteri sul
Corno d'Oro, i finestrini cominciarono a tremare di nuovo e il pae-
saggio si mostr ancor pi triste: sembrava un disegno, anche per
effetto del fumo nero che usciva dal fumaiolo del battello. Qual-
che volta il cielo diventava completamente buio, e poi compariva
all'improvviso una fredda schiarita da neve, come una pellicola
bruciata in un angolo.
Dove sta il segreto di Istanbul? Nella miseria che vive accan-
to alla sua grande storia, nel suo condurre segretamente una vita
chiusa di quartiere e di comunit, nonostante fosse cos aperta agli
influssi esterni, oppure nella sua vita quotidiana costituita di rap-
porti infranti e fragili, dietro la sua chiara bellezza monumentale
e naturale ? In realt ogni frase sulle caratteristiche generali di una
citt, sulla sua anima e sulla sua essenza, si trasforma in un discorso
sulla nostra vita, e soprattutto sul nostro stato d'animo. La citt
non ha altro centro che noi stessi.
Scappato dall'universit, in quel mese di marzo del 1972, men-
tre andavo con il vecchio battello del Corno d'Oro a Eyup, per-
ch mi immedesimavo cos profondamente negli abitanti di Istan-
bul? Forse perch volevo convincermi che la storia d'amore che
mi aveva ferito il cuore, e la perdita dell'interesse per la pittura
cui avevo pensato di dedicare la mia vita, erano insignificanti di
fronte alla tristezza di Istanbul. Si pu anche dire che, guardando
la mia citt decisamente pi sconfitta, oppressa e malinconica di
me, volevo dimenticare le mie sofferenze. Ma come gli eroi dei
film turchi melodrammatici, infelicemente feriti gi dall'inizio e
per questo destinati a perdere <<nell'amore e nella vita,, non riu-
scivo a considerare le pene della citt come una giustificazione al-
le mie. Perch non volevo condividere con nessuno il mio dolore,
nella situazione particolare in cui mi trovavo: gi, la mia famiglia
e il mio ambiente non avrebbero mai preso sul serio il mio desi-
derio di diventare un poeta-pittore. I poeti e i pittori di Istanbul
avevano rivolto il loro sguardo verso l'Occidente, a tal punto da
non vedere pi la citt: si dibattevano per appartenere all'era mo-
derna, con i filobus e i manifesti pubblicitari sul ponte di Galata.
Invece io non ero abituato alla tristezza, che era il prezzo per ve-
dere la citt: forse ero la persona pi lontana dalla malinconia, io,
il bambino felice e giocherellone, e non volevo abituarmi a questo
sentimento, cos, avvertendo la sua presenza dentro di me, non la
accettavo, e inquieto correvo di qua e di l, pronto a rifugiarmi
soltanto nella "bellezza" di Istanbul. Il fascino di questa citt, la
ricchezza o il mistero della sua storia, perch dovevano essere un
rimedio al nostro dolore? Forse amiamo il posto in cui viviamo so-
lo perch non abbiamo altra soluzione, come in famiglia. Ma dob-
biamo scoprire dove e perch amarlo.
Nonostante tutta la mia confusione mentale e la mia amarez-
za, su quel battello del Corno d'Oro che si avvicinava a Hasky
sentivo che ero intimamente legato a Istanbul perch mi offriva
informazioni pi profonde rispetto a quelle che mi avevano in-
segnato a scuola, e questo mi consolava. Dai finestrini tremolan-
ti del battello si scorgevano le vecchie case di legno rovinate, i
quartieri greci di Fener ormai semivuoti a causa delle pressioni
continue dello stato, i palazzi in degrado e la silhouette della citt
formata da Palazzo Topkapi, da Suleymaniye, dalle colline, da
chiese e moschee che sembravano pi misteriose ora che erano
avvolte dalle nuvole scure. Questa mescolanza della storia con le
rovine, delle rovine con la vita, e della vita con la storia, i resti
del vecchio tessuto della citt fatto di legno e pietra, e il gusto di
andare nei quartieri lontani, pareva costituissero un "secondo
mondo" forse pronto a prendere il posto del mio interesse per la
pittura, che ormai temevo si stesse spegnendo. Volevo essere in
mezzo a questa confusione distratta e poetica! Come facevo da
piccolo, quando a casa di mia nonna scappavo in un secondo mon-
do immaginario perch ero annoiato dalle lezioni, adesso, stufo
di studiare architettura, mi perdevo dentro la citt. Si pu dire
che desideravo raggiungere il pi presto possibile la tristezza, che
era il prezzo per vivere a Istanbul, il suo destino inesorabile, e
cos tranquillizzarmi.
Durante queste mie gite, sempre negli stessi luoghi, mangiavo
qualcosa e poi tornavo al mondo normale, cio a casa, ogni volta
con qualche ricordino in mano: un gettone telefonico zigrinato in-
torno, ormai non pi in circolazione, un oggetto che fungeva << sia
da calzascarpe sia da apribottiglie  che avrei poi fatto vedere agli
amici, fra i sorrisi, il bordo di un mattone caduto da un muro mil-
lenario, le banconote zariste che allora abbondavano presso tutti
i robivecchi di Istanbul, il timbro di una ditta fallita trent'anni
prima, i pesi della bilancia di un venditore ambulante, volumi eco-
nomici e vecchi comprati al mercato dei libri usati, dove mi
portavano spontaneamente le gambe alla fine di quasi ogni viaggio
Sentivo questo aspetto tangibile della citt non soltanto conser-
vando oggetti, pietre, biglietti e libri, ma anche raccogliendo e
trovando interessante e "importante" ogni tipo d'informazione,
programma, prezzi che incrociavo sui libri, sulle riviste, sulle car-
te. Sapevo anche che questi piccoli ricordi non li avrei conservati
all'infinito: dopo averci giocato un po' li avrei dimenticati. E per-
ci intuivo che non sarei mai stato come i veri appassionati, o co-
me Kou, il collezionista di notizie. Ma mentre le raccoglievo, mi
dicevo che queste informazioni, un giorno, avrebbero fatto parte
di un grande progetto - di un grande quadro, o di una serie di qua-
dri, o di un romanzo come quello di Tolstoj, di Dostoevskij o di
Mann, che leggevo allora, oppure di una grande impresa che per
non sapevo ancora cosa potesse essere. Nei momenti in cui senti-
vo, insieme a una malinconia implacabile, la poeticit del tessuto
di Istanbul formato da ogni sorta di stranezze e antichit, la gran-
dezza imperiale e i detriti della storia, credevo che il segreto e il
vero particolare di questa trama e la magia della citt apparissero
in realt soltanto a me: accettando la tristezza sia come qualcosa
di estraneo alla mia vita felice e privilegiata, sia come un senti-
mento inesorabile e un destino, mi dicevo con orgoglio che nessun
altro poteva vedere con i miei occhi tutto quello che scorreva ol-
tre i finestrini del battello del Corno d'Oro!
Quando ero immerso in questi pensieri lirici, accoglievo entu-
siasta ogni regalo e ogni informazione come se fossi di fronte a una
poesia, a un disegno, a un capolavoro o al pezzo molto importan-
te di un museo. Inoltre, mi sembrava che ogni notizia e ogni re-
galo che ammantavo di questa sensibilit potessero diventare in
futuro un'opera d'arte. Ma ora, con lo stesso entusiasmo, vorrei
parlare invece di qualcosa di molto ordinario, cio del battello dai
finestrini tremolanti.
Si chiamava Kocata. Era stato costruito insieme al suo gemel-
lo Sartyer nel 1937, al cantiere navale Hasky, nel Corno d'Oro.
Su questi due battelli furono installati i due motori del 1913, presi
dallo yacht Nimetullah, di Hidiv Abbas Hilmi Pasci. Il fatto che
i finestrini tremassero cos tanto poteva essere un indizio della pes-
sima sistemazione del motore? Amando i dettagli di questo tipo,
mi sentivo proprio di Istanbul, e tale sensazione rendeva pi pro-
fonde e vere le mie pene e le mie preoccupazioni di fronte alla vita.
Il piccolo Kocata, dodici anni dopo avermi lasciato a Eyup, nel
1984 and in pensione.
Un ricordo, un paio di libri usati, un biglietto da visita, una vec-
chia cartolina oppure un'informazione bizzarra sulla citt che con-
servavo come un bene antico e di valore, portato a casa alla fine
dei miei giri senza meta, dei miei udisorientamenti  , mi sembra-
vano una prova della "realt" del mio percorso; pensavo che i miei
sogni sulla citt si sarebbero realizzati solo attraverso questi rot-
tami e queste notizie ancor pi vecchie. Proprio come il protago-
nista di Coleridge che si ritrov in mano la rosa che aveva sogna-
to, questi oggetti e libri mi facevano anche sentire che Istanbul non
era una mia fantasia, come il secondo mondo felice in cui mi aggi-
ravo da bambino, ma era una realt simile a questa fantasia.
Per avevo un problema con Eyup, un piccolo e meraviglioso
paese alla fine del Corno d'Oro, dove mi lasciava il Kocata: mi
sembrava sempre non del tutto reale. Eyup, come una fantasia
chiusa, "orientale", misteriosa, religiosa, pittoresca e mistica, 
cos meravigliosa che mi ricorda il sogno orientale di un estraneo
su Istanbul, una sorta di Disneyland musulmana, turco-orientale.
Questo dipende dal fatto di essere fuori dalle mura della citt e di
non subire perci l'influsso bizantino e la confusione di Istanbul?
Oppure dipende dal mischiarsi dei suoi bei cimiteri con gli albe-
ri e le case? O perch qui arriva presto la sera, a causa delle sue
alte colline? Oppure il fatto che qui le proporzioni architettoni-
che siano piccole, di una modestia religiosa e mistica, ha tenuto
Eyup lontana dal fasto di Istanbul e dal suo caos profondo e ma-
gnetico - dalla sua forza fatta di sporcizia, ruggine, fumo, fram-
menti, crepe, detriti e ruderi? Eyup, grazie alla sua lontananza dal
centro di una Istanbul che si occidentalizzava e si appropriava con-
tinuamente dei materiali occidentali, dalla sua burocrazia e dagli
enti ed edifici statali, manteneva il suo aspetto naturale che ac-
contentava tutti coloro che venivano in citt pervasi dagli orien-
tali sogni "uromantici" Questo meraviglioso sogno dove Pierre Lo-
ti compr una casa e si stabil, affascinato dal suo aspetto incon-
taminato, a me pareva sempre insopportabile, proprio per tale
perfezione. Per questo arrivare a Eyup fu la fine della malinconia
che sentivo quel giorno, nel panorama del Corno d'Oro costitui-
to di rovine e storia. Finalmente capivo di amare Istanbul proprio
per i suoi ruderi, per la sua malinconia, e per il fatto che avesse
perduto il prestigio di un tempo. Mi allontanai da quel luogo per
trovare altri oggetti e per vedere quelle rovine che mi rendevano
felice, in altre zone.

Capitolo trentasettesimo
Una discussione con mia madre: pazienza, prudenza e arte


Per molti anni, la sera, mia madre, seduta da sola nel soggior-
no, aspett il ritorno a casa di mio padre. Lui andava al circolo di
bridge, poi in altri luoghi, e arrivava tardi la notte, e mia
madre, stanca di aspettarlo, si era gi addormentata. Io e mia ma-
dre cenavamo insieme (mio padre aveva gi telefonato per dire di
essere molto impegnato: anche quella sera non sarebbe rientrato in
tempo) e poi lei, dopo aver steso una tovaglia color crema sul ta-
volo, si metteva a leggere le carte. Le girava una dopo l'altra, due
mazzi da cinquantadue, e cercava di disporle secondo il numero e
il valore, alternando le nere e le rosse, ma nella logica di questo gio-
co, in realt, pi che il gusto di sapere il proprio futuro o di in-
ventarsi una storia sulla piega che avrebbe preso la vita, c'era un
aspetto che metteva alla prova la pazienza della persona. Per que-
sto motivo si chiamava patience, e quando, a met del gioco, le chie-
devo se veniva bene o meno, lei mi dava sempre la stessa risposta:
"Ma lo faccio	per passare il tempo, non per leggere il futuro.
Che ore sono? Un'altra mano e poi vado a dormire".
Mentre lo diceva, dava un'occhiata, da lontano, a un vecchio
film o a una discussione sulle antiche tradizioni del Ramadan al-
la televisione in bianco e nero (c'era comunque un solo canale, che
diffondeva le opinioni governative), e commentava: "Non la guar-
do: spegnila, se vuoi".
Ma allora io mi mettevo a osservare per un po' le strade in chia-
roscuro della mia infanzia, quali apparivano sullo schermo, o una
partita di calcio. L'accendevo, pi che per distrarmi, per uscire
dalla mia stanza, dove stavo chiuso con la mente confusa, arrab-
biato e indeciso, e per poter parlare e discutere con mia madre, co-
me facevamo sempre in quei giorni, di sera.
Alcune conversazioni si trasformavano anche in discussioni
molto pesanti. Poi mi pentivo di quelle baruffe, e tornando nella
mia camera leggevo per tutta la notte. E talvolta, dopo aver liti-
gato con mia madre, uscivo nella notte fredda e camminavo senza
meta, la sigaretta fra le dita, intorno a Taksim e Beyoglu, e poi rin-
casavo solo dopo aver preso molto freddo nelle strade secondarie
brutte e buie, quando l'intera citt e mia madre dormivano. Cos
ho preso l'abitudine dei vent'anni successivi di andare a letto alle
quattro del mattino e di svegliarmi a mezzogiorno.
A quei tempi, il tema delle conversazioni e discussioni con mia
madre era uno solo, anche quando si parlava di argomenti diver-
si: nell'inverno del 1972, al secondo anno del corso di architettu-
ra, avevo cominciato improvvisamente a non andare pi all'uni-
versit. Non passavo pi dall'edificio a Takila, tranne in alcune
ore di lezione che avevano l'obbligo di frequenza, e solo per non
perdere i diritti legati all'iscrizione.
Talvolta, scoraggiato, mi dicevo: "Anche se non far l'archi-
tetto, almeno avr una laurea", e questo pensiero era ripetuto
spesso dai miei amici e da mio padre; tutto ci aveva una sua in-
fluenza anche su di me, e la situazione appariva incerta pure a mia
madre. Invece io ormai sapevo dentro di me di non poter diven-
tare un architetto. Peggio ancora, vedevo che anche il piacere del-
la pittura si spegneva, lasciandomi un vuoto pi doloroso. Con-
sapevole di non poter soddisfare il mio istinto di fuggire in un se-
condo mondo, neanche leggendo libri e romanzi fino alla mattina,
o camminando di notte per le strade di Taksim, Beyoglu e Beik-
ta, la mia indecisione a volte si trasformava in uno sgomento; al-
lora mi alzavo d'un tratto dalla mia scrivania e cercavo di far ac-
cettare a mia madre la mia situazione. Ma dato che non sapevo
esattamente perch lo stessi facendo, n cosa fosse ci che tenta-
vo di farle accettare, la nostra conversazione diventava una sorta
di irragionevole lotta.
"Anch'io, da giovane, ero come te, - diceva ad esempio mia ma-
dre, forse per innervosirmi, come avrei pensato in seguito. - Scap-
pavo dalla vita, come te. Mentre le tue zie erano all'universit, tra
gli intellettuali, o si divertivano alle feste e ai balli, io stavo a ca-
sa a sfogliare per ore, stupidamente, "Illustration", la rivista di
tuo nonno". Tirava una nota dalla sua sigaretta e cercava di scor-
gere sul mio viso i segni di ci che aveva detto. "Ero timida, ave-
vo paura della vita".
Quando lei diceva queste parole, mi soffermavo sull'espressio-
ne "come te", e mentre dentro di me cresceva la rabbia, tentavo di
trattenermi ripetendomi che mia madre diceva queste frasi "per il
mio bene", o pensando di farmi del bene. Ma dietro le parole di mia
madre c'era un'opinione pi profonda che mi mandava in bestia
perch era condivisa anche da lei, e io volevo discutere e lottare.
Levavo il mio sguardo dalla televisione e contemplavo le luci dei
battelli che andavano su e gi nel Bosforo, immerso nei pensieri
su questo argomento che mi irritava.
Venni a sapere di questa opinione non da mia madre, che non
la formul mai apertamente, ma dai borghesi pigri e dagli scritto-
ri di rubriche che la pensavano come loro, i quali, nei momenti di
pessimismo e arroganza, erano soliti concludere: "In ogni caso qui
non pu succedere niente di bello".
Tale pessimismo era relativo alla tristezza, che spezzava la buo-
na volont di Istanbul. Ma essendoci dietro questa tristezza un
senso di perdita e miseria, perch i ricchi della citt ripetevano co-
s spesso quella cantilena? Forse perch la loro fortuna era dovu-
ta al caso. Forse perch non erano in grado di creare beni simili ai
prodotti della civilt occidentale, che volevano imitare per na-
scondere questa casualit e per dare la colpa di tutto il fallimento
a una cultura pessimista e triste, di cui erano protagonisti.
Nell'atteggiamento di mia madre, che per tutta la vita aveva
colto tante sfumature da questo linguaggio borghese distruttivo e
cauto, c'era comunque un fondamento di verit. Mio padre, dopo
che si erano sposati e avevano avuto mio fratello e me, aveva co-
minciato a offenderla senza piet. Ho sempre pensato che le as-
senze di mio padre, assolutamente inimmaginabili al momento del
matrimonio, e l'impoverimento della famiglia avevano spinto mia
madre verso una posizione di difesa continua di fronte alla vita.
Negli anni della mia infanzia, quando con mia madre e mio fra-
tello andavo a fare la spesa, al cinema, al parco o a passeggiare a
Beyoglu, intuivo subito, nell'espressione che appariva sul suo vi-
so quando gli uomini la guardavano, una prudenza e un'attenzio-
ne che proteggevano lei e la famiglia dalle incursioni del mondo
esterno. Oppure, quando io e mio fratello cominciavamo a litiga-
re e a darci spintoni per la strada, vedevo in mia madre, oltre alla
rabbia e alla stanchezza, anche un impulso di difesa.
Questa sua cautela, che io avvertivo spesso, ci diceva: "Siate
normali, siate ordinari, siate come tutti gli altri: non attirate as-
solutamente l'attenzione". Era un'opinione che aveva ereditato
molti aspetti dall'educazione mistica e dalla morale tradizionale
e metteva in primo piano la modestia e le piccole soddisfazioni
determinandone tutta la cultura, un'opinione che non poteva as-
solutamente comprendere le ragioni di una persona che volesse
smettere di studiare, interessata ad altro. Non dovevo dare im-
portanza a me stesso, non dovevo prendere troppo sul serio le mie
ossessioni intellettuali e morali, se volevo essere appassionato
dovevo sentire quel fuoco per essere diligente, onesto e buono e
somigliare a tutti gli altri. Sembrava che mia madre dicesse che
prendere troppo sul serio la pittura, l'arte e la creativit era un at-
teggiamento tipico degli europei. Noi che vivevamo a Istanbul nel-
la seconda met del XX secolo eravamo gli uomini di una cultura
che aveva perduto la sua antica ricchezza, impoverita, indebolita
e con scarsa determinazione e volont. Gi dal principio non do-
vevo mai dimenticare che "in ogni caso qui non pu succedere
niente di bello", per poi non avere delusioni.
In altri momenti, per approfondire sempre lo stesso tema mia
madre mi diceva che l'aveva scelto lei il mio nome, tra quelli dei
sultani ottomani, perch il suo preferito era il sultano Orhan. Que-
sti infatti non correva mai dietro a imprese mirabolanti, non da-
va nell'occhio, non amava le esagerazioni nella sua vita quotidia-
na e i libri di storia parlavano di lui, il secondo sultano ottomano
con rispetto ma senza soffermarsi troppo. Mia madre voleva sem-
pre che anch'io comprendessi il significato e l'importanza della sua
scelta, che lei descriveva sorridendo.
Per questo, in quelle sere in cui mia madre aspettava l'arrivo di
mio padre, ogni volta che cominciavo a discutere con lei, uscendo
dalla mia stanza, sapevo di dover oppormi alla cronaca di vita or-
dinaria che mia madre prevedeva per me, cos come all'esistenza
spezzata, triste e modesta che mi offriva Istanbul. Qualche volta
mi chiedevo: "Perch vado a discutere con lei?" Ma non trovan-
do una risposta vera e soddisfacente, sentivo che nella mia anima
erano nascosti altri processi pi complicati, di cui non conoscevo
il significato.
- Anche quando eri piccolo non volevi andare a scuola, - dis-
se mia madre mentre apriva velocemente le carte. - << Sono mala-
to, ho mal di pancia, ho la febbre  , dicevi. Quando eravamo a
Cihangir, questa era diventata un'abitudine per te. Ma una mat-
tina in cui dicesti: "Sono malato, non vado a scuola", io ti urlai
"Adesso basta!" E aggiunsi: "Malato o non malato, adesso te ne
vai a scuola. Non ti voglio in casa".
A questo punto della storia, che lei raccontava spesso forse sa-
pendo di innervosirmi, mia madre, come faceva sempre, prima ri-
se, poi, dopo un attimo di silenzio e tirando una boccata dalla sua
sigaretta, senza guardarmi in faccia ma con un'aria contenta con-
cluse: - Dopo non hai mai pi detto: "Sono malato, non vado a
scuola".
- Allora te lo dico adesso! - feci all'improvviso con accani-
mento. - Non andr pi all'universit.
- E cosa farai? Starai sempre a casa come me?
Lentamente mi cresceva dentro la voglia di litigare, di sbat-
tere la porta e camminare a lungo da solo, nel buio della notte,
per le strade secondarie di Beyoglu, come uno mezzo ubriaco e
folle, convinto di odiare tutti e tutto, la sigaretta accesa. In que-
gli anni, durante queste mie passeggiate che talvolta duravano
tutta la notte, mentre andavo dove miportavano le gambe, guardavo le ve-
trine, i ristoranti, i caff semibui, i ponti, gli ingressi dei cinema
i caratteri dei manifesti, la sporcizia, il fango, le gocce di pioggia
che cadevano nelle pozze, i neon, i fari delle auto e i cani che ro-
vesciavano i bidoni della spazzatura, e poi, sulla via pi stretta e
triste del quartiere pi lontano, mi veniva voglia di tornare a
casa di corsa e scrivere qualche riga per narrare queste immagini
della citt, la sua anima buia, la sua natura complessa, misterio-
sa e stanca. Assomigliava a quel desiderio irresistibile di disegnare
che mi veniva quando dentro di me si muoveva un sentimento
fatto di felicit, gioia e ambizione, e io non sapevo esattamente
cosa fare.
-  l'ascensore? - chiese mia madre.
Ascoltammo attentamente tutti e due, ma non sentimmo quel
rumore che sembrava un gemito: mio padre non stava rientrando.
Allora mia madre si concentr ancor di pi sulla lettura delle car-
te, con una nuovissima pazienza che mi lasci sbalordito, e io per
un po' la osservai. Aveva nelle mani e nelle braccia qualcosa che   c
vedevo sempre quand'ero bambino, nella vita quotidiana, e che
mi legava a lei e mi faceva soffrire molto se non avevo il suo af-
fetto, ma non riuscivo pi a capire esattamente cosa fossero que-
sti gesti e questi movimenti. Sentii che ero rimasto in bilico fra
un amore eccessivo e una rabbia esagerata che provavo per lei.
Quattro mesi prima, dopo lunghi pedinamenti, mia madre aveva
scoperto il palazzo dove mio padre incontrava la sua amante se-
greta; si era fatta abilmente dare dal portiere la chiave dell'ap-
partamento e si era ritrovata davanti la scena che poi mi avrebbe
raccontato a sangue freddo. Il pigiama, uguale a quello che met-
teva anche a casa, stava pure sul cuscino del letto di quell'alloggio,
e sul comodino c'erano, uno sopra l'altro a formare una torretta,
i libri di bridge che mio padre leggeva allora, proprio come quel-
li sul comodino a casa nostra.
Mia madre non ne aveva parlato a lungo con nessuno, ma do-
po alcuni mesi, una sera in cui faceva pazientemente le carte, fu-
mava e guardava con la coda dell'occhio la televisione, mentre
chiacchieravamo insieme, all'improvviso mi raccont tutto. Ogni
volta che ricordavo questa storia cui mia madre aveva soltanto ac-
cennato, capendo che non mi piaceva, cio l'esistenza di quella
seconda casa dove mio padre andava ogni giorno a vivere un po',
sentivo risvegliarsi dentro di me un sentimento metafisico che mi
faceva rabbrividire: talora mi sembrava che mio padre avesse tro-
vato il suo simile, il suo gemello in citt, al contrario di me, e si
incontrasse tutti i giorni con lui e non con la sua amante segreta;
e questa illusione mi confermava l'esistenza di una lacuna nella
mia anima, e nella mia vita.
- Alla fine devi averla una laurea, - disse mia madre mentre
dava le carte. -  che non puoi campare con la pittura, devi
lavorare. E noi non siamo pi ricchi come una volta.
- Questo non  vero, - replicai, perch sapevo dai conti fatti
mentalmente che i beni dei miei genitori mi sarebbero bastati per
tutta la vita, anche se non lavoravo.
- Allora pensi di campare con la pittura ?
Il movimento di mia madre che spegneva nervosamente la si-
garetta nel portacenere, il tono vagamente sarcastico e sprezzan-
te e il suo atteggiamento distaccato mentre mi parlava e giocava
con le carte, mi facevano intuire che stavamo avanzando alla mas-
sima velocit, e con successo, verso una di quelle discussioni tra
madre e figlio.
- Questa non  Parigi,  Istanbul, - disse mia madre, quasi fe-
lice. - Anche se tu fossi il pittore pi bravo del mondo, nessuno
ti prenderebbe in considerazione. Rimarresti completamente so-
lo. E nessuno comprenderebbe il tuo desiderio di dedicarti alla pit-
tura lasciando tutto, quando hai una bella vita davanti. Se vives-
simo in una societ ricca che d importanza all'arte, alla pittura,
allora capirei. Ma pure in Europa tutti sanno che Van Gogh e Gau-
guin erano un po' pazzi.
Naturalmente mia madre sapeva qualcosa sulle leggende della
letteratura esistenzialista che mio padre leggeva avidamente negli
anni Cinquanta. Cercai di essere ironico riferendomi al dizionario
enciclopedico - dalla rilegatura consumata e dalle pagine ingialli-
te - a cui lei si rivolgeva spesso per vedere se erano giuste le sue
informazioni:
- Il tuo Petit Larousse scrive che tutti gli artisti sono pazzi ?
- Non lo so, figliolo. Se uno  molto dotato, assai diligente e
anche fortunato, probabilmente in Europa potrebbe diventare fa-
moso. Invece in Turchia, sicuramente diventi pazzo. Non frain-
tendermi e non offenderti, mi raccomando: ti avviso oggi per non
vederti triste domani.
Ci che mi faceva arrabbiare era il fatto che tutto questo lo di-
cesse mentre leggeva le carte, e senza soffermarsi molto.
- Cos' che mi potrebbe offendere? - domandai, forse con il
desiderio di essere ferito da una parola di fuoco.
- Non vorrei che gli altri pensassero che tu abbia dei problemi
psicologici, - disse mia madre, - ed  per questo che non lo dico
alle mie amiche che non vai pi all'universit. Per loro non  com-
prensibile che uno come te voglia abbandonare gli studi per di-
ventare pittore. Penserebbero che tu sia impazzito, e inizierebbe-
ro i pettegolezzi.
- Puoi dirglielo tranquillamente, - replicai. -  proprio per non
diventare stupido come loro che voglio lasciare tutto.
- No, non lo farai, - disse mia madre. - Anche quando eri
bambino, alla fine ti prendevi la tua cartella e andavi a scuola, an-
che se non volevi.
- Ormai ho capito che non voglio diventare architetto.
- Studia ancora due anni, almeno prendi una laurea, figliolo,
poi, se vuoi, diventi architetto, oppure pittore.
- No.
- Sai cosa afferma Nurcihan sul tuo desiderio di smettere di
studiare architettura? - disse mia madre, con quel desiderio di fe-
rirmi che intuivo molto bene. - Nurcihan sostiene che i miei liti-
gi con tuo padre ti hanno traumatizzato, e tu non vai all'univer-
sit per colpa delle sue scappatelle.
- Non me ne importa niente di quello che pensano le tue ami-
che dell'alta societ dal cervello di gallina! - dissi, impazzito di
rabbia. Ci che sorprendeva, come sempre, era il fatto che alla fi-
ne cadessi nella trappola e mi abbandonassi a una furia vera, a con-
clusione del gioco che io stesso avevo iniziato, nonostante sapessi
che a lei piaceva farmi perdere le staffe.
- Tu sei molto orgoglioso, figliolo, - disse mia madre. - Per
questo mi piace. Perch ci che  importante nella vita non  l'ar-
te o chiss cosa, ma l'orgoglio. Molte persone in Europa diventa-
no artisti perch sono orgogliosi e sfrontati. Perch l ritengono
l'artista una persona molto speciale, e non alla stregua di un idrau-
lico o un artigiano. Ma tu, qui, puoi essere pittore e nutrire lo stes-
so orgoglio? Per farti accettare, per vendere i tuoi quadri a queste
persone che non capiscono nulla di arte, sarai costretto ad adula-
re lo stato, i ricchi, peggio ancora i giornalisti ignoranti. Riuscirai
a fare tutto questo?
Sentii una vitalit sconvolgente nella mia rabbia, una collera
che mi buttava fuori da me; provavo un furore che mi pare anco-
ra adesso sorprendente per la sua profondit, e volevo uscire di
casa e correre per le strade. Nello stesso istante ero conscio che
avrei continuato quel battibecco con mia madre ancora per un
paio di minuti, con la determinazione di annientare, di ribellar-
mi, di far soffrire e soffrire, e dopo aver espresso frasi sempre pi
violente avrei sbattuto la porta e mi sarei precipitato verso le vie
secondarie, nella notte opaca e buia. Le gambe mi avrebbero por-
tato sulle strade lastricate, strette e tristi, dai lampioni spenti o ap-
pena tenui, e l, con la perversa felicit di appartenere a questi luo-
ghi malinconici, sporchi e poveri, e con la fermezza e l'ambizione
di compiere un giorno qualcosa di grande, avrei camminato a lun-
go e avrei guardato, con la gioia di essere miserabile ma pieno di
sogni, i disegni, le fantasie e le immagini che sarebbero passate da-
vanti ai miei occhi come un gioco.
- Anche Flaubert ha vissuto tutta la vita nella stessa casa con sua
madre! - continu la mia, mentre girava scrupolosa le carte, con
un atteggiamento in parte affettuoso e in parte sprezzante. - Ma
non vorrei che tu passassi i tuoi giorni nella stessa casa con me, sen-
za fare nulla. Quella  la Francia. Quando si tratta di un grande
artista si ferma tutto il mondo. Invece qui, un pittore che smette
di studiare e trascorre la vita con sua madre, prima o poi o finisce
in manicomio o in osteria a ubriacarsi. Se cerchi solo di diventare
pittore, sarai infelice, lo sai bene. Invece, se hai un mestiere, un
lavoro che ti possa portare denaro e fiducia, credimi, proverai an-
cor pi gusto nella pittura.
Perch nei momenti di infelicit, rabbia e tristezza mi piace-
va immaginare di camminare per le strade della citt a mezza-
notte? Perch non amavo quei paesaggi di Istanbul pieni di sole
che piacciono tanto ai turisti e si stampano sulle cartoline, e inve-
ce adoravo le vie secondarie semibuie, i pomeriggi, le fredde notti
d'inverno, i suoi personaggi che quasi come ombre si intravedeva-
no vagamente sotto la pallida luce dei lampioni e i panorami con le
strade lastricate pressoch dimenticate da tutti, e ormai desolate ?
- Se non diventi architetto e non hai un lavoro che ti permet-
ta di guadagnare, alla fine sarai un complessato, un inquieto come
quei poveri artisti turchi che vivono alle dipendenze dei ricchi e
dei potenti, hai capito, figliolo? Anche tu sai che in questo paese
nessuno campa con i quadri che realizza. Avresti poi una vita ben
misera, saresti disprezzato e umiliato e tutta la tua esistenza pas-
serebbe tra frustrazioni, ansie e offese. Sarebbe giusto per uno in-
telligente, bello e pieno di vita come te?
Una volta arrivato a Beikta, invece di prendere un taxi col-
lettivo, iniziavo a costeggiare a piedi Palazzo Dolmabahe, fi-
no allo stadio. Mi piaceva camminare di notte dietro i platani,        entrare
lungo il muro del palazzo dei sultani dalle pietre coperte di mu-
schi, annerito, spesso e vecchio. Mi dicevo, se a Dolmabahe
sento l'energia che cresce sempre pi dentro di me, come la ve-
na che picchia sulla fronte, salgo in dodici minuti la rampa e ar-
rivo a Taksim.
- Quando eri bambino, anche nel giorno pi brutto eri sempre
felice, allegro, simpatico, ottimista e dolce. Sorridevano tutti quan-
do ti vedevano. Non solo perch eri grazioso, ma anche perch non
sapevi cosa fossero la cattiveria e il pessimismo, e non ti annoiavi
mai: nel momento peggiore sapevi fantasticare e giocare lieto, pie-
no di vita. Anche se non fossi tua madre, non ti permetterei di es-
sere un artista infelice, un individuo pieno di problemi alle di-
pendenze dei ricchi. Per questo voglio che tu non ti offenda per
le mie parole, e mi stia ad ascoltare attentamente.
Salendo verso Taksim, avrei dato un'occhiata al panorama se-
mibuio di Galata, poi sarei andato a Beyoglu, mi sarei trattenuto
un paio di minuti davanti alle bancarelle di libri all'ingresso del-
l'Istiklal e poi, dopo aver bevuto un bicchiere di birra e vodka in
uno di quei locali dove la televisione copre il rumore della folla,
avrei fumato una sigaretta come tutti (nel frattempo mi sarei guar-
dato attorno per vedere se c'era un poeta, uno scrittore o un arti-
sta famoso) e quindi, sentendo di attirare l'attenzione per il fatto
di essere un giovane curioso e solo (e con la faccia da bambino) in
mezzo a tutta quella ressa di uomini con i baffi, sarei uscito per
entrare nel buio della notte. Dopo aver camminato per un po' lun-
go il viale principale, nelle strade secondarie, a ukurcuma, a Ga-
lata e a Cihangir, fermandomi ogni tanto a contemplare la luce dei
lampioni e delle televisioni riflessa sui marciapiedi bagnati, e a
guardare un negozio di robivecchi, una banale drogheria con il fri-
gorifero che fa da vetrina, o la farmacia che mostra ancora il ma-
nichino rimasto dalla mia infanzia, mi sarei allora accorto della mia
immensa felicit. La rabbia vertiginosa, pura e innocente che sen-
tivo ascoltando mia madre, si sarebbe trasformata in breve, cam-
minando e sentendo freddo nelle strade secondarie di Beyoglu -
oppure a _skudar? o a Fatih? -, si sarebbe trasformata, dicevo,
in un'ambizione in grado di illuminare il mio futuro. E sentire
oscillare nella mia testa, leggermente frastornata per la birra e il
lungo cammino, le strade sporche, buie e tristi della citt, come in
un vecchio film che adoro, mi avrebbe reso cos contento da desi-
derare di registrare e nascondere quei momenti meravigliosi - que-
sta era una sensazione assai simile a quella che provavo da bambi-
no quando tenevo in bocca per ore un frutto o una piccola biglia
che amavo molto: avrei voluto tornare a casa e, piazzato davanti
alla mia scrivania, prendere carta e penna per scrivere qualcosa.
- Quel quadro alla parete, ce l'hanno regalato Nermin e suo
marito per il nostro matrimonio. E quando si sono sposati loro,
io e tuo padre siamo andati a casa del famoso pittore. Se tu aves-
si visto allora com'era contento che qualcuno finalmente gli bus-
sasse alla porta per comprare un suo quadro, come si atteggiava
per nascondere questa sua allegria e come ci salut con riveren-
ze, inchinandosi fino a terra, mentre uscivamo con una sua ope-
ra in mano, adesso non vorresti essere un pittore o un artista nel
nostro paese. Ed  questo il motivo per cui non dico a nessuno
che mio figlio non va all'universit per fare il pittore. Quelle per-
sone che definisci stupide, se venissero a sapere che tu hai abban-
donato gli studi per disegnare, rovinandoti la vita pur di provare
piacere disprezzando me e tuo padre, comprerebbero da te un paio
di quadri quasi come se ti facessero l'elemosina, e forse, provan-
do compassione per te, ti pagherebbero pure bene. Ma non accet-
terebbero mai un marito artista per le proprie figlie. Secondo te
il padre di quella dolce ragazza di cui hai fatto i ritratti, quando
ha saputo che sua figlia era innamorata di te, perch l'ha manda-
ta di corsa in Svizzera? Per vivere senza essere umiliato ma in
modo dignitoso in questo povero paese, tra queste persone insi-
cure, fragili e ignoranti, devi avere un tuo lavoro, una tua ric-
chezza: solo cos potrai andare a testa alta. Non smettere di stu-
diare architettura, mi raccomando, sarebbe un vero peccato. Quel
Le Corbusier di cui parli tanto, volle diventare pittore, certo, ma
studi anche architettura.
Le strade secondarie di Beyoglu, i suoi angoli oscuri e il desi-
derio di fuggire si accendevano e si spegnevano nella mia testa
quasi fossero dei neon, accompagnati dai sensi di colpa. Ormai,
come era evidente soprattutto in alcuni momenti di rabbia e di ec-
cessiva sensibilit, queste vie semibuie, attraenti e maligne ave-
vano gi preso il posto del secondo mondo dove volevo rifugiar-
mi. Sapevo che quella sera avrei litigato con mia madre, quindi sa-
rei uscito per quelle strade che mi avrebbero consolato, e dopo
aver camminato a lungo sarei rientrato a casa a mezzanotte; allo-
ra, per tirare fuori qualcosa dell'atmosfera e della chimica di quel-
le vie, mi sarei seduto alla scrivania.
- Non diventer pittore, - dissi. - Diventer scrittore, io.
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2002-2003.
...
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...
FINE.